Schysma – Imperfect Dichotomy (2012)

Il progressive metal è un genere che ultimamente, nonostante sia possibilmente sviluppabile ben più di tanti altri generi heavy, sta piuttosto latitando: le ultime band non hanno difatti più fantasia, e tendono, oltre che ad omologarsi ai grandi del genere, a creare dischi suonati impeccabilmente, dal punto di vista formale, ma lo stesso assolutamente sterili e scevri di ogni emozione, capaci di piacere solo agli amanti della tecnica fine a se stessa. Eppure, qualche eccezione alla regola ogni tanto viene ancora fuori: è questo il caso dei milanesi Schysma. La band si forma giusto nel 2011, e soltanto l’anno successivo,pubblica il suo primo EP, Imperfect Dichotomy, in cui i musicisti si producono in un progressive metal influenzato certo dai Dream Theater, ma in ogni caso abbastanza personale; elemento di spicco in tal senso è l’uso non ortodosso dai synth suonate dall’ottima Martina Bellini, le quali hanno un sound spesso del tutto da musica elettronica, ma soprattutto, al contrario della norma progressive, vengono usate per il mood, più che in assoli od accompagnamenti, ricordando in ciò gli ultimi Fates Warning, seppur in chiave più moderna. Il vero punto di forza è però dato dal songwriting: un occhio speciale sembra essere riservato, nei brani, alla riuscita generale del complesso, più che ad unire insieme parti diverse, ed il risultato è decisamente convincente, con canzoni dalla struttura spesso anche lineare, almeno per i canoni del genere, ma comunque certamente interessanti.
Dopo un intro parlato senza nome, preso probabilmente da qualche vecchio programma radiofonico (forse statunitense), parte Lost in the Maze, la quale illustra appieno lo stile della band: un progressive metal non troppo aggressivo ma certo lontano dalla branca ultra-melodica del metal, con la chitarra di Vladimiro Sala in bella mostra a sciorinare riff e lead, e le tastiere che a tratti si mettono in mostra, seppur per la maggior parte del tempo intraprendano un lavoro di atmosfera piuttosto nascosto, ma comunque importante alla riuscita della song. Il pezzo procede poi in una maniera non troppo complessa, ma ricca di particolari; la frazione migliore, in questo complesso, è quella centrale, strumentale e molto emozionante, con il bellissimo assolo di chitarra. Meno buono è invece il ritornello, di certo non inascoltabile ma anche, in qualche modo, non efficacissimo, seppur riesca a non rovina il tutto, che alla fine dei giochi si rivela lo stesso decisamente buono; ottima è invece la prestazione di Luca Solina alla batteria, precisissima e con ottima gestione dei tempi scomposti. Arriva poi The Noise of Silence, brano più melodico del precedente, seppur le chitarre abbiano sempre un sound possente (a proposito, il sound generale è davvero ottimo, certo lontano dalla perfezione delle produzioni delle major, ma comunque efficacissimo), e la canzone sia dominata dall’alternanza tra parti più melodiche e quelle più heavy; a corredo del tutto, vi è un’ottima atmosfera, tanto difficile da descrivere a parole quanto stupenda, potendo dare una gran quantità di emozioni diverse, grazie nuovamente ad un ottimo tappeto elettronico; buonissimo anche l’assolo di chitarra, la cui seconda parte è davvero struggente, e molto buona la struttura, piena di piccoli particolari e tecnicismi ma comunque molto compatta, senza risultare per giunta affatto freddamente tecnica, ma al contrario emozionante e decisamente di alta qualità. Tutto ciò fa si che il complesso risulti un episodio decisamente grandioso, particolare ma comunque da annoverare sicuramente tra gli episodi migliori, in assoluto, dell’EP.
La traccia più breve dell’album, Migdal, si apre con il sound di un sitar; il pezzo entra poi presto nel vivo, sin da subito molto mutevole, passando per momenti dominati dalla chitarra (pulita o distorta che sia) e dall’elettronica, ad altri più duri e pesanti (a volte con la sola chitarra a dare il ritmo, altre volte con esplosioni di synth), ma sempre discretamente melodici, nonché validi in ogni fraseggio; bello anche il ritornello, sincopato e particolare, ed ottima ancora una volta l’atmosfera sprigionata, per un brano nuovamente buono e molto ben assorbibile, nonostante la struttura. La parte migliore dell’EP è il finale, che presenta un uno-due da K.O.. Si comincia con Supreme Solution, canzone che parte come una ballad, ottima per giunta; poi, quando il pezzo sembra arrivare allo stacco, e si teme che possa divenire banale, viene fuori qualcosa di inaspettato, un riff ultra-ribassato, preludio ad un’accelerazione della canzone, corrispondente ad una certa iniezione di aggressività. Niente paura, però, perché anche il pathos rimane ben presente, ed esplode nel bel chorus, coronamento di una traccia addirittura capolavoro. Decisamente sugli scudi è qui la prestazione di Riccardo Minicucci, che dimostra una grandissima versatilità, passando da uno stile dolce nell’inizio  ad un cantato più cattivo in seguito, terminando poi con una parte quasi alla Labrie dei tempi gloriosi nel bel finale, anch’esso degno di nota per la sua intensità sentimentale. Dopo un intro molto contaminato di elettronica, esplode quindi un riff con qualche reminescenza addirittura industrial black metal (!), prima che la closer track vera e propria, Sinners, complessa e progressiva, entri in gioco. Essa consta di un riff potente, accompagnato in maniera ben udibile dal tappeto di tastiere, dal sound molto particolare, volutamente rozzo, ma comunque lo stesso grandemente possente e che intraprende un ottimo lavoro; il tutto riesce a creare un pathos unico ed indescrivibile, che accompagna la canzone per la sua interezza, anche nei momenti più oscuri e malvagi, dove il tema iniziale torna a farsi sentire. Dopo sei minuti splendidi, quindi, il disco termina con il suo episodio migliore in assoluto.
Come avrete capito, Imperfect Dichotomy risulta alla fine molto buono, e rivela la personalità già ben definita del combo, il quale dal canto suo sicuramente ha ottime potenzialità; e, se in futuro saprà sfruttarle, potrà prendersi certo un meritato posto nel panorama progressive metal nazionale. Per appurare se ciò si realizzerà, non resterà che ascoltare il disco attualmente in fase di registrazione, e che comprenderà anche le 5 canzoni qui contenute (remixate e rimasterizzate); nel frattempo, però, non posso che fare i miei più cari auguri agli Schysma!
Voto: 79/100
Mattia
Tracklist:
  1. untitled intro – 00:48
  2. Lost in the Maze  06:00
  3. The Noise of Silence – 06:14
  4. Migdal – 04:25
  5. Supreme Solution – 05:12 
  6. Sinners – 06:17
Durata totale: 28:56
Lineup:
  • Riccardo Minicucci – voce
  • Vladimiro Sala – chitarra
  • Martina Bellini – tastiere e programming
  • Giorgio di Paola – basso
  • Luca Solina – batteria
Genere: progressive metal
Sottogenere: electronic progressive metal

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Una risposta

  1. corey ha detto:

    peccato che abbiano plagiato due brani dell'ep…a chi vuole gli mando le prove..(non cancellate ancora il messaggio visto che è un blog aperto a tutti)

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