Nevermore – The Politics of Ecstasy (1996)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Politics of Ecstasy (1996) è il secondo album dei Nevermore.
GENEREUn progressive metal ibridato col groove che andava così in voga in quegli anni, con in più un pizzico di power metal americano. 
PUNTI DI FORZAUno stile solido e influente sugli sviluppi futuri del genere, riff molto incisivi, una registrazione molto valida. Soprattutto, brillano le atmosfere psicotrope, malate, diventate col tempo un marchio di fabbrica per il gruppo americano. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIThe Seven Tongues of God (ascolta), Next in Line (ascolta), The Politics of Ecstasy (ascolta), The Learning (ascolta)
CONCLUSIONIThe Politics of Ecstasy è un album che sfiora la perfezione, consigliatissimo a chi ama il groove metal e le incarnazioni meno raffinate del progressive!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
98
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Quando si pensa al progressive metal, è inevitabile che tra i primi vengano in mente i Dream Theater: che lo si voglia o meno, infatti, l’act di John Petrucci ha comunque portato un importantissimo contributo al genere, divenendo nel tempo uno dei gruppi più importanti del genere, oltre ad essere quello di gran lunga più noto. Eppure, non tutte le band prog ne seguono gli stilemi, anzi, vi sono gruppi i quali, per quanto sempre appartengano al genere, della raffinatezza e della delicatezza dei Theater ne fanno a meno, in favore di sonorità più energiche e di un attitudine ben più aggressiva. Tra i più estremi in questo senso vi sono gli americani Nevermore, i quali addirittura ibridano il prog con quel groove metal tanto in voga negli anni ’90 in cui essi vengono alla luce, il tutto mescolato con un pizzico di power moderno americano che li rende ancor più strani, originali se si vuole. Nati dalle ceneri dei Sanctuary, gruppo ben più tradizionalista nello stile, la band di Seattle esordisce nel 1995, con un album omonimo, cui segue, l’anno successivo, The Politics of Ecstasy: in esso, la band si produce in un groove metal molto tecnico e progressivo, che punta parecchio sia sull’impianto di riff, qui particolarmente curato ed incisivo, sia sulla creazione di atmosfere psicotropiche e malate, altra caratteristica che la band riesce a rendere particolarmente bene, e ben si sposa coi testi, i quali pur non formando un concept vero e proprio, parlano comunque tutti di controllo delle menti e di alienazione. Il risultato è un album claustrofobico ed allucinante nel senso più letterale della parola, tanto avvolgente da perdercisi dentro; il tutto è aiutato anche da una produzione che non sarà precisa come quelle moderne, magari, ma è comunque efficacissima e riesce eccellentemente ad esaltare ogni più piccola sfumatura del sound della band.

Dopo un intro possente e molto heavy, The Seven Tongues of God entra in scena con un riff ancora più pesante e coinvolgente, groove metal in una delle sue massime espressioni, seguito dall’entrata del cantato psicotropico e colmo di pathos di Warrel Dane, atto da subito a contribuire alla creazione di un’atmosfera al limite della malattia mentale, la quale domina, in questa opener come nell’intero disco. L’apice dell’intensità si raggiunge però nel chorus, davvero potente sia per quanto riguarda la sezione ritmica (mentre le chitarre si producono più in fraseggi di sapore progressive), sia dal punto di vista emozionale; non si può non citare, poi, anche la vorticosa frazione strumentale centrale, eccelsa in ogni suo singolo passaggio, ed il primo capolavoro dell’intero disco è pronto. Un breve interludio con risate di bambini, piuttosto inquietante, e poi si riparte per l’ancor più alienante This Sacrament, che ha dalla sua un riffage sì influenzato addirittura dall’allora nascente nu metal, ma che risulta lo stesso non solo ascoltabilissimo, ma anche estremamente coinvolgente, con in più alcuni spunti progressive. Per il resto, la struttura base consta di strofe aggressive e possenti, mentre il ritornello sfoga tutte le tensioni, con la sua carica oscura ma comunque in qualche modo liberatoria; degno di nota è anche l’incrocio di chitarre di Jeff Loomis e Pat O’Brien, specie nella frazione degli assoli, ciliegina sulla torta di un nuovo episodio eccezionale. Dopo un corto intro di chitarra, parte quindi Next in Line, un pezzo bizzarro, con un riff a tempesta particolare, che può, a tratti, richiamare alla mente persino, lontanamente, il black metal piu’ lisergico, inframezzato da altri passaggi più propriamente groove; il complesso risulta meno heavy rispetto ai brani precedenti, ma in compenso più cupo e claustrofobico, il che la fa essere un’altro brano di qualità assoluta. Degni di esser citati, ancora una volta, i refrain, ancor più eterei del resto e quasi celestiali, come anche degna è la cadenzata parte finale, in cui tutti gli strumenti ma in particolar le chitarre, estremamente atmosferiche e che danno persino l’illusione vi siano delle tastiere, creano un feeling più che lugubre. Un lungo intro di synth, poi parte la Passenger vera e propria, un “lento” se vogliamo, visto che il ritmo non supera mai certi livelli, ed anche i riff tendono ad essere più d’accompagnamento che di potenza, per non parlare poi di Dane, che solo raramente (nei chorus, per esempio) tende ad urlare e tocca anche momenti di delicatezza notevoli; ne risulta una canzone particolare, intensa emotivamente e dal mood triste e disperato, che riesce a coinvolgere benissimo, ed alla fine dei giochi risulta più che ottima. Con la title-track The Politics of Ecstasy si torna a pestare il piede sull’acceleratore: abbiamo una traccia che rimane sempre sul mid-tempo ma lo stesso dannatamente pesante e malata, grazie a riff potentissimi ed aggressivi come non mai, con cui si sposa un cantato estremamente cattivo che esprime una rabbia ed un odio incredibilmente convinti e convincenti. L’apoteosi si raggiunge però nei ritornelli, vortici di note in cui non si può far altro che perdersi, tanto sono psichedelici ed avvolgenti, per quanto non manchino della carica di oscurità e di malvagità espresse dal resto del brano; non si può poi non menzionare la parte centrale, molto progressiva e tecnica, ma anche piena di energia, a coronare la song con ogni probabilità migliore qui dentro, un capolavoro assoluto lungo quasi otto minuti senza neanche un momento morto.

Lost è più rapida di ciò che l’ha preceduta, ed ha dalla sua un buon riffage, con qualche influenza anche dal metal più classico; nonostante ciò, forse essa risulta l’episodio peggiore del disco, per quanto ciò voglia significare che c’è giusto qualche momento meno efficace, per il resto abbiamo invece un gran pezzo, che se fosse stato in un disco diverso sarebbe probabilmente spiccato. Comunque sia, ottima la struttura, molto progressiva ma in ogni caso coerente ed interessante, con parecchi spunti interessanti, specie nella parte centrale; strani ma incisivi sono anche tutti i vari campionamenti, che arricchiscono la composizione e le fanno guadagnare per quanto riguarda il mood cupamente lisergico. Tiananmen Man, che arriva subito dopo, è un’altra canzone molto dura, che si regge nuovamente sul binomio rifferama possente – refrain liberatorio, ma questa volta in una maniera in qualche modo più dinamica e più ansiosa che altrove, con piccoli fraseggi messi un po’ ovunque con cognizione di causa ad arricchire il tutto ancor di più che negli altri brani, i quali peraltro non mancano certo da questo punto di vista. Ancora una volta, inoltre, bella la parte centrale, molto pesante ma anche piuttosto oscura, specie nell’apertura soffusa, ed ancora una volta ottimo l’incastro di riff in ogni passaggio, per l’ennesima traccia di qualità assoluta. La successiva Precognition, breve strumentale di chitarra pulita che sa un po’ addirittura di flamenco, è comunque un interludio ben cupo ed arcigno, in perfetta sincronia con l’atmosfera del disco; quindi, irrompe il possentissimo riffage di 42147, che ha dalla sua una forza ed una potenza ancora una volta formidabili, le quali travolgono tutto come uno schiacciasassi. Il brano si rivela poi mutevole nel centro, con bellissime sezioni progressive ad alternarsi con parti più lineari a volte soffuse, a volte più potenti, ma sempre colme di un pathos incredibile, disperato e senza luce, prima che il riffage devastante dell’esordio torni a farsi sentire, ed arrivi il finale atmosferico a concludere tutto in bellezza. Un intro delicato, solo con la chitarra e la voce di Dane, mai così dolce, poi inizia la lunga closer track The Learning, potente ma anche meno aggressiva che in passato, tendendo più a puntare sull’oscurità e sull’evocare sensazioni alienanti, cosa che qui riesce particolarmente bene; ciò è possibile grazie ad una costruzione ritmica potente ma in qualche modo anche ragionata e riflessiva e che risulta decisamente incisiva, sia per quanto riguarda la potenza sonora, sia dal punto di vista del feeling generale, qui ancora una volta incredibilmente cupo, folle e malato. Stavolta nemmeno dai ritornelli traspare il benchè minimo spiraglio di luce, solo disperazione cieca ed allucinata, degna del miglior Orwell; il tutto è poi condito ancora una volta da un’ottima mutevolezza, che si esplica in passaggi tecnicissimi ed in parti quasi psichedeliche, fino ad arrivare alla frazione centrale, soffusa ed eterea, un momento di calma prima che l’intensissimo finale, quasi da lacrime di commozione, faccia la sua entrata in scena, e metta la parola fine a questo lungo ed oscuro bad trip nell’alienazione umana come meglio non si poteva; o meglio, lo concluderebbe se non fosse per la traccia nascosta qualche minuto dopo la sua fine, in cui torna fuori il refrain della title-track insieme a dei suoni di chitarra che danno quasi i brividi, e che rendono bene l’idea dell’angosciante allontanamento dalla realtà che il disco rappresenta.

Nonostante ad alcuni non piaccia, The Politics of Ecstasy è dunque un album di qualità altissima, che sfiora la perfezione sia dal punto di vista della potenza e dei riff, sia da quello dell’atmosfera. C’e’ poco da discutere, insomma: se amate il metallo progressivo anche nelle sue incarnazioni meno raffinate e non vi disgusta il metal piu’ modernista, questo disco fa decisamente per voi. Fatelo vostro a tutti i costi, percio’, e vedrete che vi saprà regalare centinaia di ore di mood oscuro, malato e dannatamente alienante. Freedom’s never free!

Un ringraziamento speciale, per questa recensione, va alla mia ragazza Monica, senza il cui supporto informatico questa recensione, ed anche i contributi degli scorsi giorni, sarebbero stati impossibili da postare in modo appropriato.
Mattia

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Seven Tongues of God05:59
2This Sacrament05:10
3Next in Line05:34
4Passenger05:26
5The Politics of Ecstasy07:57
6Lost04:15
7The Tiananmen Man05:25
8Precognition01:37
94214704:59
10The Learning09:43
Durata totale: 56:05
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Warrel Danevoce
Jeff Loomischitarra
Pat O’B rienchitarra
Jim Sheppardbasso
Van Williamsbatteria
ETICHETTA/E:Century Media Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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