Ashes You Leave – Desperate Existence (1999)

Se già negli anni ’80 il metal si era diffuso un po’ ovunque nel mondo, nella decade successiva, nonostante il tramonto della branca più classica del genere, il processo di espansione si era portato ancora avanti, con band che nascevano dappertutto, anche in luoghi fino ad allora poco avvezzi a sonorità heavy. Ecco, quindi, che non deve stupire se nella seconda metà degli anni ’90 a Fiume, in una Croazia appena uscita dal conflitto dei Balcani, si poteva trovare un gruppo che ricalcava, a suo modo, le orme del doom inglese della prima metà del decennio (specie quelle dei My Dying Bride, vista la presenza, nella lineup, di un violino, per quanto la voce femminile portasse un tocco di originalità nel sound), rispondenti al nome di Ashes You Leave; e, proprio come il terzetto di punta della scena stava facendo, anche essi cominciarono, subito dopo l’esordio The Passage Back to Life, ad evolvere il proprio genere, abbandonando progressivamente le proprie radici (strada che li poterà, in futuro, anche ad abbracciare un più moderno gothic metal). Il risultato primigenio di tale sviluppo fu Desperate Existence, in cui il gruppo si produce in un doom metal meno aggressivo e potente che in passato, ma in compenso ben più votato ad evocare atmosfere cupe ma solenni e tranquille; la caratteristica che lo rende speciale è dato però dai forti elementi di musica folk, soprattutto orientale, che la band mescola sapientemente al proprio genere, per un ibrido peculiare ma molto fascinoso. Una parola, prima di partire, anche per la produzione: essa risulta ben poco accurata (anche rispetto al full lenght precedente, il che forse indica una scelta voluta), specie per quanto riguarda le chitarre, che hanno suoni estremamente secchi e poco incisivi; essendo l’album, come detto, più orientato verso il mood, ciò non pregiudica il buon risultato finale, ma credo che con un sound un pizzico più efficace, il disco ne avrebbe beneficiato moltissimo.

La traccia che apre il disco, A Wish, è una lunga introduzione(oltre tre minuti e mezzo di durata) dominata da un feeling oscuramente etereo e quasi magico, impressione data sia dal sottofondo, che ricorda quasi la musica dei templi buddisti , sia dal flauto, unico strumento solista a monopolizzare la prima parte, mentre la seconda vede l’ingresso di dolci vocals femminili, anch’esse molto diffuse e sublimi, che confermano la sensazione iniziale ed introducono a dovere la prima canzone vera e propria. Questa, dal titolo Never Again Alone in the Dark, consta di un brano doomy lentissimo ed atmosferico, che lascia spesso spazio ad aperture ancor meno veloci, dominate unicamente dal sottofondo di flauti e votate solo alla creazione di un mood desolato ma molto tranquillo, la quale pervade l’intera durata del componimento. Parti più metalliche e momenti soffusi di questo tipo si alternano diverse volte nel corso della song, lasciando anche lo spazio per alcune accelerazioni, durante le quali escono fuori anche dei growls (ad opera del tastierista Berislav Poje), riconducenti alla memoria gli esordi death/doom della band, ad alternarsi con la bellissima e soave voce della singer principale, Dunja Radetić. Degni di nota anche tutti gli inserti di flauto, suonati dalla stessa Radetić, per un pezzo che nel complesso dei suoi nove minuti non annoia affatto, rivelandosi anzi molto buono lungo tutta la sua durata. Dopo un intro cupo e dominato dal basso, dalla chitarra acustica e dalle tastiere, parte la title-track, un altra traccia per nulla rapido, e che può contare sin da subito su ottime trame di chitarre, aiutate anche dal violino di Marta Batinić, che le accompagna supportandole in maniera eccellente. La parte delle strofe dura poco, lasciando in breve il passo alla parte centrale, la quale se ogni tanto presenta qualche accelerazione, comandata dalla doppia cassa di Gordan Cenčić, nella sua norma è ancora più lenta del resto, oltre ad essere molto ossessiva, quasi lisergica nel suo costante progredire e riempire la formula di piccole variazioni, ma senza cambiare nella sua sostanza; quindi, giunge la sezione finale, piuttosto cupa e dal feeling triste, a mettere la parola fine ad una piccola gemma oscura, uno tra gli episodi migliori del disco. Giunge quindi Et Vidi Solem Evanere, un lungo (quasi sei minuti) interludio di sola musica sinfonica dal flavour a tratti addirittura quasi barocco, nel quale l’unico elemento di modernità sono i vocalizzi dei due vocalist che si sovrappongono tra loro, dando all’intera composizione un mood misterioso ma anche solenne, ancor di più di quanto la musica di per sé non sia di già. Interludio particolare, quindi, ma che comunque non sfigura qui dentro, rafforzando se non altro la particolare atmosfera che si respira in tutto il disco.

Un dolce e delicato preludio di chitarra e voce introduce Momentary Eclipse of Hope, la quale però diventa presto ben più dura e rapida, spostandosi sul mid tempo, con la Radetić che comincia a proporsi in vocalizzi altissimi, urlati e folli, molto particolari e che caratterizzano la canzone in maniera forte; nel mezzo arriva poi una sezione più classica, almeno rispetto a quanto sentito in precedenza, la quale peraltro si rivela di qualità sempre molto alta, integrandosi bene col resto della song, la quale alla fine dei giochi, nonostante sia la più breve dei brani propriamente metal, e nonostante la stranezza, è ad ogni modo eccellente. Dopo un breve preludio d’atmosfera, parte quindi  Searching for Artificial Happiness, inizialmente molto rapida e death/doom-oriented, almeno per quanto riguarda le vocals (mentre il riffage è più sul sound tipico del platter), per lasciare però molto presto spazio a qualcosa di più in linea con quanto sentito in precedenza: metal atmosferico molto dilatato ed in qualche modo dolce, nel feeling. Spunta quindi una parte più potente e rapida, un turbine di note che esprime una disperazione non intensa ma comunque incisiva, la quale monopolizza il tutto per qualche minuto: poi anch’essa lascia spazio ad una sezione di musica atmosferica di gusto decisamente folk, un angolo ancor più tranquillo di oscurità, prima che una nuova frazione metallica, in qualche modo affine a quella iniziale, giunga e ponga la parola fine ad un altro pezzo da novanta. Ormai non manca molto alla fine dei giochi: l’ultima song vera e propria, Shadow of Somebody Else’s Being entra per una volta praticamente subito nel vivo con un riffage ottimo sin da subito, e risulta disperata e possente nel pathos, potendo grazie a ciò valersi, unica nell’album, dell’etichetta “gothic metal”; nonostante ciò, però, gli elementi stilistici della band rimangono praticamente immutati, dal riffage inequivocabilmente doom agli elementi folk, qui spesso abbastanza nascosti, ma che comunque escono fuori di tanto in tanto, a dare alla canzone quel pizzico in più di caratterizzazione dell’ensemble. Per il resto, la traccia si rivela tutto sommato lineare, e le piccole variazioni, che contribuiscono a renderla sempre interessante, sono comunque inquadrate in una struttura semplice e che tende a ripetersi, per quanto ciò non risulti un difetto, in questo caso; degno di nota anche il finale di puro mood, nel quale oltre alla voce ci sono le sole percussioni, ciliegina sulla torta del brano migliore del disco, insieme alla title-track. La chiusura vera e propria è perciò affidata all’Outro, nient’altro che tre minuti e mezzo di musica praticamente ambient pieni di vocalizzi e di growls, il cui intreccio crea un finale bizzarro, ma che per oscurità e feeling è più che adatto a concludere un album simile.

Una volta finito il disco, rimane forse un po’ di rimpianto per quello che poteva essere con una produzione migliore; tuttavia, è un rammarico ben piccolo, perché comunque il livello di capolavoro esso riesce ad sfiorarlo lo stesso, grazie alle sue atmosfere che comunque sono intense ed affascinanti, anche a prescindere dal suono generale. Per questo, se siete amanti della branca più atmosferica del doom metal, ma anche se volete conoscere un incrocio tra metallo e musica tradizionale molto diverso dalla norma del moderno folk metal, questo full-lenght è molto probabile che faccia per voi. Dategli una possibilità!

Voto: 89/100

Mattia

Tracklist:
  1. A Wish – 03:41
  2. Never Again Alone in the Dark – 09:30
  3. Desperate Exiscence – 09:14
  4. Et Vidi Solem Evanere – 05:43
  5. Momentary Eclipse of Hope – 07:18
  6. Searching for Artificial Happiness – 08:55
  7. Shadow of Somebody Else’s Being – 07:58
  8. Outro – 03:17
Durata totale: 55:36
Lineup:
  • Dunja Radetić: voce e flauti
  • Berislav Poje –  voce growl e tastiere
  • Neven Mendrila – chitarre
  • Marta Batinić – violino
  • Kristijan Milić – basso
  • Gordan Cenčić – batteria
Genere: doom/folk metal
Sottogenere: Atmospheric doom metal

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