Deep Purple – Stormbringer (1974)

Il 1973 fu un anno abbastanza critico, per i Deep Purple: in quell’anno vide infatti la luce Who Do We Think We Are, album che, per quanto di qualità in ogni caso buona, ebbe meno riscontro tra i fan. Probabilmente proprio di conseguenza a questo insuccesso, si formarono delle tensioni tra i musicisti, che ebbero come risultato l’abbandono del singer storico Ian Gillian e la cacciata del bassista Roger Glover. La band, ormai nelle salde mani di Ritchie Blackmore, decise però di continuare: vennero reclutati quindi il bassista Glenn Hughes ed il cantante David Coverdale, che andarono a formare, insieme allo stesso Blackmore, a Jon Lord ed a Ian Paice, la Mark III, con la quale la band tornò in studio a registrare. Il 15 febbraio del 1974 vedeva così la luce Burn, un capolavoro che per qualità spazzava via l’album del ‘73, ed in cui i nuovi arrivi riuscivano nell’arduo compito di non fare rimpiangere i loro predecessori, portando un notevole contributo al sound della band, il quale senza rinnegare minimamente le radici hard rock del gruppo vedeva l’inserimento di influenze funk e di rhythm and blues, che ben si amalgamavano nel quadro generale del sound purpleiano. Visto il meritato successo, quello stesso anno la band tornò ancora una volta a registrare, ed il risultato fu, a dicembre, l’uscita del nuovo Stormbringer, in cui gli influssi di cui sopra diventavano predominanti, mentre l’hard rock stavolta era davvero “tradito”, sparendo quasi del tutto. Il risultato fu un album piuttosto spiazzante, e che, al di là di ogni possibile discorso sull’importanza o meno delle etichette e delle classificazioni, non ha più praticamente niente di Deep Purple; mettiamoci pure che l’ispirazione non era al massimo, ed abbiamo il disco che, nonostante abbia probabilmente la copertina più bella mai vista su un album del gruppo inglese, è al contrario forse il peggiore della sua lunga carriera discografica, come vedremo tra poco.
Già l’inizio, con la titletrack Stormbringer fa ben percepire che qualcosa è cambiato: gli hammond di Lord infatti, persa la loro classica distorsione “da chitarra”, ne hanno una ben più orientata verso la black music.  La canzone si sviluppa poi in accordo a ciò, presentando molte influenze funk e r’n’b, ma nonostante ciò risulta tutto sommato più che discreta, merito del riff, dopotutto non malvagio, del buon ritornello, che si lascia ben ascoltare, ed anche dell’assolo, in cui Ritchie Blackmore non perde occasione di dimostrare tutta la sua immensa classe. Se la opener si salva, da essa in poi il disco precipita: abbiamo infatti di seguitoLove Don’t Mean a Thing, un pezzo che ha ben poco di hard rock, essendo un agglomerato funky/r ‘n’ b piuttosto spompato e moscio, e che pur presentando qualche trama strumentale accattivante (specie da parte dell’hammond di Lord, autore della solita prova di forza) comunque non riesce assolutamente ad incidere, rivelandosi abbastanza noioso lungo tutta la propria durata. Arriva poi Holy Man, brano cantato tutto da Hughes (il quale però qui si rivela davvero poco efficace, nonostante le sue immense potenzialità come vocalist) e che vorrebbe essere una semi-ballad solare e gioiosa, risultando tuttavia soltanto stucchevole e banale; poco importa che qualche inserto più classicamente purpleiano spunti fuori nel corso della canzone, poiché essa si mantiene ben al di sotto della decenza, a mio avviso, rappresentando uno dei nadir assoluti dell’album, ed in generale della storia dei Purple. Il discorso non cambia con Hold On, altro pezzo r’n’ b con influenze addirittura gospel non paragonabile con nulla di quanto sentito nei dischi precedenti, né dal punto di vista del sound (di hard qui non c’è veramente nulla), né per quanto riguarda la qualità: abbiamo infatti una song piatta e piuttosto monotona, la quale si risolleva leggermente solo per qualche trama strumentale e per la parte degli assoli, carina ma troppo poco, tuttavia, per garantirgli anche solo lontanamente la sufficienza. Si torna a respirare un po’ di rock duro con Lady Double Dealer, traccia contaminata sempre dalla musica nera, ma che almeno ha dalla sua buona energia ed un riffage infine efficace, accompagnata anche da un Coverdale che finalmente abbraccia un cantato più tagliente, abbandonando quello più sottotono utilizzato in precedenza. Il risultato non è eccezionale, e praticamente scompare di fronte ai classici della band, ma almeno il brano è nel complesso buono, e spicca perciò nella desolazione che è questo album.
You Can’t Do It Right è probabilmente il punto più basso mai toccato dai Deep Purple insieme ad Holy Man: siamo di fronte infatti ad un pezzo spiazzante, ancora una volta ben poco hard rock e decisamente black music-oriented, il tutto condito da un chorus che trovo assolutamente fastidioso, visto il suo gusto quasi pop, e da una struttura ritmica a tratti anche insensata, che vorrebbe coinvolgere ma riesce solo a strappare notevoli sbadigli; quindi giunge High Ball Shooter,  forse il brano più classicamente purpleiano qui dentro, ma che qualitativamente lo stesso non riesce ad impressionare, visto che il riff, per quanto sia al al cento per cento Blackmoriano, si rivela uno dei meno efficaci mai tirati fuori dal chitarrista inglese nella sua carriera, e la carica presente non è molta; qualche passaggio anche ottimo, come l’assolo di Lord, le regalano la sufficienza, ma a quest’ultima la song si ferma, non riuscendo ad andare oltre. Siamo ora nelle battute finali, e per fortuna il duo che chiude il platter è anche la sua parte migliore, la quale lo aiuta per giunta a non cadere in un’insufficienza molto più grave. Si comincia con The Gypsy, che per quanto presenti lo stesso alcuni degli elementi funky già sentiti in precedenza, li integra bene nella sua essenza di canzone blues rock a tratti nemmeno troppo hard, ma comunque appassionante, grazie alla melodia che conduce i giochi e che qui, per una volta, risulta veramente efficace, grazie alla sua forza malinconica, decisamente intensa; ciliegina sulla torta è l’assolo centrale di Blackmore, per un episodio decisamente ottimo, che avrebbe meritato di certo una collocazione ben migliore, in un prodotto all’altezza. La chiusura è affidata quindi a Soldiers of Fortune, dolce ballad quasi del tutto acustica e dal pathos imponente, che riesce veramente ad emozionare con la sua carica di pathos e di nostalgia, specie nel bellissimo refrain, veramente intenso; per il resto c’è poco da dire, abbiamo una tra i lenti più belli mai scritti dai Deep Purple, nonché il brano più valido dell’intero platter (anche meglio della comunque ottima traccia che l’ha preceduta), il che, se da un lato è un fatto positivo, dall’altro stride decisamente con il valore del resto del disco, e fa rimpiangere per come l’immenso talento presentato dal gruppo in ogni suo membro non sia stato sfruttato appieno che nelle due tracce conclusive.
Insomma, abbiamo un album decisamente insoddisfacente, e non solo per gran parte dei fan della band: il prodotto finale lo fu anche per Blackmore, che alla fine del tour di supporto al disco decise di abbandonare l’ensemble, per tornare su un hard rock di altissimo livello con la fondazione dei Rainbow, mentre la band proseguiva sulle stesse coordinate, incidendo Come Taste the Band con Tommy Bolin per poi sciogliersi; la reunion, in formazione Mark II, riprenderà invece pressappoco il sound classico della band, e questi Purple non si vedranno più. Ciò è un assoluta fortuna, però, visto che come già detto l’album ha davvero pochissimi pezzi veramente buoni e una manciata di altri decenti; a malincuore quindi, perché i Deep Purple sono comunque tra i miei gruppi preferiti, devo stroncare questo disco. Ammetto che se comunque vi piacciono il funky e il rhythm and blues, potrete trovare Stormbringer forse anche carino; ma se così non è, potete tranquillamente trascurarlo, e buttarvi senza pensarci due volte su uno qualunque dei dischi compresi tra In Rock ed il suo predecessore.
Voto: 50/100

Mattia

Tracklist:
  1. Stormbringer – 04:03
  2. Love Don’t Mean a Thing – 04:23
  3. Holy Man – 04:28
  4. Hold On – 05:05
  5. Lady Double Dealer – 03:19
  6. You Can’t Do It Right – 03:24
  7.  High Ball Shooter – 04:26
  8. The Gypsy – 04:13
  9. Soldier of Fortune – 03:14
Durata totale: 36:35

Lineup:
  • David Coverdale – voce
  • Ritchie Blackmore – chitarra
  • Jon Lord – tastiere ed organo Hammond
  • Glenn Hughes – basso, voce in Holy Man
  • Ian Paice – batteria
Genere: funk/hard rock/r ‘n’ b

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