Obituary – Slowly We Rot (1989)

Nella seconda metà degli anni ’80, mentre in California vivevano la loro età dell’oro il thrash e l’hair metal, sull’altra costa degli Stati Uniti, ed in particolare in Florida, qualcosa si muoveva a livelli ben più underground:  ivi si formavano infatti miriadi di giovani gruppi che, partendo dalla lezione impartita da Slayer e Possessed, la rivisitavano in direzione ancor più estrema, dando alla luce la primissima incarnazione del death metal. Tra gli artefici di quella nascita vanno sicuramente inclusi anche gli Obituary: fondati col nome di Executioner, poi accorciato in Xecutioner, passarono in breve tempo dal thrash metal tipico del periodo ad un sound molto più estremo e marcio; cambiato quindi nuovamente il monicker in quello definitivo, nel 1989, quando i precursori Death stanno già arrivando sulla cresta dell’onda ed il genere comincia ad uscire dall’underground più stretto, la band pubblicò il proprio esordio sulla lunga distanza, Slowly We Rot. Registrato agli studi Morrisound di Tampa, che tanti altri dischi di questo stile sfornerà in seguito, esso presenta degli elementi di novità, rispetto agli altri prodotti death dell’epoca: su tutti, l’attenzione più rivolta all’evocare sensazioni lugubri e macabre che verso l’aggressione, per quanto orrorifica, portata davanti alla maggior parte dei gruppi del genere, fatto che si concretizza in un gran numero di stacchi molto lenti, a tratti quasi doomy, che varranno loro la reputazione di “deathsters lenti”, per quanto altri momenti siano comunque veloci ed in linea con quanto fatto da altri. Prima di cominciare, un appunto: il presente platter è costituito da brevissimi brani, spesso complessi e vari ma molto omogenei tra di loro, in un continuum che si sussegue senza sosta;  da ciò ne deriva che la presente recensione è una delle più difficili che mi sia mai capitata di scrivere, ed è per questo che a tratti può magari sembrare mancante di qualche particolare.
Dopo un breve intro cupo ed inquietante, in cui si sentono suoni da film horror, parte la opener Internal Bleeding, che già da subito ci fa capire la sostanza di questo disco: death metal di chiaro stampo floridiano, d’impatto, ma vario che tende però, come già accennato, a rimanere molto spesso più su tempi medi che sugli up-tempo del resto del genere ed in cui i blast beat non si sentono praticamente mai.  A coronare ciò vi è una produzione estremamente grezza , ma con tutto il fascino dell’old school e, che pur essendo a tratti confusa, non smorza poi di così tanto l’impatto della band; completano il quadro il growl di John Tardy, molto più duttile di tanti suoi colleghi, passando dal grunt più basso ad urla quasi scream ed una notevole parte solistica al centro: abbiamo così una opener tutto sommato molto buona, seppur il meglio debba ancor venire. Arriva poi Godly Beings, quasi a sfatare la leggenda sul gruppo: è infatti una song molto veloce per la maggior parte del tempo, possedendo alcuni ottimi tratti più che vorticosi, mentre i pochi momenti estremamente lenti si integrano comunque bene nella struttura, contribuendo all’atmosfera assolutamente macabra e lugubre del brano, che lo rende grandioso nonostante la durata, inferiore addirittura ai due minuti. E’ il turno quindi di ‘Til Death, song ancora piuttosto veloce e potentissima, da headbanging forsennato, a cui solo la lunga parte centrale, catacombale nell’incedere, si pone da contraltare; non si può poi non citare anche il mortifero finale, un po’ più veloce ma quasi doomy nel riff, a porre fine ad una traccia ancora una volta più che ottima. La successiva Slowly We Rot può contare su un preludio sempre lentissimo, sepolcrale, con i possenti growls di Tardy echeggiati ed i lead che si propagano come nel vuoto a generare una sensazione mai così spaventosa (ciò inteso nel senso buono del termine). La parte principale del pezzo è invece più rapida e compatta e può contare su ritmiche molto particolari, con un retrogusto addirittura rock/punk (!); niente paura, però, perché l’episodio è comunque al cento percento marcio death metal floridiano, per giunta di quello migliore visto che esso  è tra più validi del disco. Immortal Visions, sopraggiungente poi, è parecchio varia ed anche difficile da descrivere a parole, visto che i cambi di ritmo sono più frequenti che altrove ed il tempo varia dalla velocità death tipica a momenti più cadenzati e particolari, seguito dal riffage, che muta spesso, sembrando a tratti anche poco coerente, quasi casuale persino. Per questo, probabilmente il brano è un gradino sotto agli altri, anche se alcuni passaggi eccellenti la rendono ad ogni modo di livello buono. Per quanto riguarda Gates to Hell, che segue, il riff che apre e si ripete diverse volte nel corso della traccia è uno di quelli assolutamente memorabili, un turbine di chitarre che mette a dura prova le vertebre cervicali degli ascoltatori. Il resto non è però da meno: qui è quasi tutto perfetto, dai rallentamenti che spuntano molto spesso alle parti solistiche, che più slayeriane non si può, il tutto compresso in due minuti e quarantasette secondi di puro e validissimo marciume sonoro.
Words of Evil si rivela un nuovo pezzo brevissimo (ancora meno di due minuti), e risulta in pratica una successione di riff incastrati l’uno nell’altro, in una maniera peraltro efficacissima, che procede come uno schiacciasassi, senza nemmeno il bisogno di un cantato per aiutarla nella sua aggressione sonora totale (il growl cavernoso ed effettato di Tardy appare per pochi secondi, per il resto il brano è del tutto strumentale), la quale non lascia alcuno scampo, rendendola uno degli episodi più incisivi (e validi) del lotto. Arrivati a questo punto, la qualità audio, già non buonissima come detto, cala ancor di più per un paio di canzoni, la prima delle quali è Suffocation, episodio certo non da buttare, ma che ha il problema di essere un po’ statico in certi tratti, come quello iniziale, per quanto non risulti certo banale o noioso ed una seconda metà decisamente ben fatta, che ancora una volta ben dosa momenti rapidi e rallentamenti, la tirano su di molto, facendola risultare una song sì minore, ma in ogni caso certo piuttosto valida. Il rapido riff di apertura della successiva Intoxicated è un altro di quelli assolutamente da ricordare, da pogo sfrenato; la canzone tende quindi a rallentare, attraversando momenti più tranquilli (per modo di dire), senza però perdere di intensità o di mood malvagio e si protrae anche per la bellissima e lunga frazione finale, praticamente del tutto strumentale, che impreziosisce la traccia in maniera incredibile, col suo incastro di riff potentissimo e fantastico a renderla sempre interessante e mai noiosa, nonostante sia la più lunga del lotto (ancora meno di cinque minuti, però!). Un intro decisamente cupo e per nulla rapido introduce Deadly Intentions, con la parte principale che inizialmente rallenta ancor di più, prima di intraprendere una fuga strumentale che la conduce, attraverso altre piccola variazioni, alla parte finale, corta, ma lentissima, per un’altra scheggia impazzita di durata estremamente breve, ma che lascia comunque un’ottima impressione; giunge quindi Bloodsoaked, la cui parte iniziale è un mid tempo su cui si appoggia un rifferama nuovamente vincente, davvero pesantissimo e di sapore doomy, il quale si ripete anche alla fine, mentre la frazione centrale si sviluppa in maniera parecchio mutevole. Degna di essere menzionata è pure la seconda parte di quest’ultima, lenta e di nuovo estremamente cupa, ciliegina sulla torta di una canzone ancora di qualità ancora decisamente elevata. La fine è prossima: la closer track Stinkupuss comincia ancora una volta con un riff lento e marcissimo, ma poi accelera e presenta una stupenda parte in cui i lead dominano, in una fusione tra solo e ritmiche anche di notevole bellezza; il brano prosegue poi mantenendosi su livelli di velocità intorno al mid tempo più veloce(le decelerazioni sono poche e rare) e variando progressivamente la formula, dominata da riff a volte di gusto ancora legato ad un thrash metal di stampo slayeriano. Per il resto c’è poco da dire, abbiamo un altro episodio che passa davvero in un attimo, ma si lascia molto ben apprezzare per la dannata carica lugubre che riesce ad evocare.
Se il disco vero e proprio termina qui, nella mia versione, sono presenti come bonus track le due canzoni costituenti il demo del 1986, quando la band si chiamava ancora Xecutioner, ma già aveva le idee molto chiare: la prima è una versione ancor più rabbiosa e veloce di quella Find the Arise che fa bella mostra di sé in Cause of Death, un rullo compressore impazzito che a fronte di alcune brevi decelerazioni, adatte per spezzare il ritmo e creare atmosfera, si mantiene per la maggior parte del tempo rapida e senza ostacoli a fermarla. Un preludio lento e sorprendentemente melodico introduce quindi la seconda traccia, Like the Dead, che si mantiene sempre su tempi medi e risulta estremamente cavernosa e lugubre, specie nelle strofe, in cui Tardy fa quasi paura, col suo cantato. Non si può non citare, poi, anche la parte dell’assolo centrale, sì slayeriano, ma comunque con una sua certa linea musicale, per una traccia che, visto il valore molto alto di di cui è dotata, sorprende per non esser mai stata ripresa da nessun full-lenght della band, rimanendo invece al solo livello di demo.
Insomma, abbiamo un album che anche in virtù di qualche passaggio meno riuscito non raggiunge il massimo dei voti (quello lo merita probabilmente il suo successore, Cause of Death,sicuramente superiore sia per produzione che per maturità stilistica), ma si rivela comunque di qualità ben più che ottima, per non parlare poi della sua importanza storica, notevolissima, visto l’influenza su centinaia di gruppi successivi che esso ha avuto.  Anche se nel death metaled anche nella carriera degli Obituary, siano usciti dischi pure migliori (seppur non di molto) di questo, se siete amanti del genere, Slowly We Rot è un capolavoro che non vi può mancare assolutamente. Fatelo vostro, perciò… o marcite lentamente!
Voto:  92/100
Mattia
Tracklist:
  1. Internal Bleeding – 03:01
  2. Godly Beings – 01:55
  3. ‘Til Death – 03:55
  4. Slowly We Rot – 03:36
  5. Immortal Visions – 02:25
  6. Gates to Hell – 02:47
  7. Words of Evil – 01:55
  8. Suffocation – 02:35
  9. Intoxicated – 04:40
  10. Deadly Intentions – 02:09
  11. Bloodsoaked – 03:11
  12. Stinkupuss – 03:11
    Bonus tracks:
  13. Find the Arise (demo) – 02:39
  14. Like the Dead (demo) – 02:34
Durata totale: 40:22
Lineup: 
  • John Tardy – voce
  • Allen West – chitarra solista
  • Trevor Peres – chitarra ritmica
  • Daniel Tucker – basso
  • Donald Tardy – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: death metal classico

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