Paradise Lost – Icon (1993)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIcon (1993), quarto disco dei Paradise Lost, è un lavoro molto importante a livello storico.
GENEREUna vera novità per l’epoca: il death/doom già sentito nel passato della band si fa ancora più melodico. E grazie a Nick Holmes, che abbandona il growl per un cantato più melodico, il risultato è uno dei primissimi esempi di gothic/doom metal della storia. 
PUNTI DI FORZAUn genere per l’epoca molto originale, e che ha influenzato centinaia di gruppi in futuro.  In più, una buona potenza accoppiata però a un lato melodico altrettanto ben fatto in un ibrido splendido. Infine, una registrazione vintage ma calda e molto efficace. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIEmbers Fire (ascolta), Forging Sympathy (ascolta), Joys of the Emptiness (ascolta), True Belief (ascolta), Christendom (ascolta)
CONCLUSIONISeppur la sua importanza storica sia ancor più grande della qualità, Icon è un album splendidi: non è solo uno dei pilastri del gothic doom, ma anche uno dei più belli mai pubblicati dai Paradise Lost!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
95
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1992: esce Shades of God, full-length che conferma i Paradise Lost ancor di più tra le punte di diamante della scena death/doom inglese che andava affermandosi in quegli anni. Nel disco, si possono sentire alcune novità rispetto al passato, nello stile della band: a livello di atmosfere, infatti, il gruppo è divenuto meno lugubre che in passato, ma in compenso ne ha guadagnato in fatto di intensità sentimentale, mai così forte in nessun album precedente della band. L’anno successivo, ancora un passo in tale senso: esce Icon, quarto disco in quattro anni per l’ensemble, che rappresenta una svolta ancor più marcata nella direzione già intrapresa dal predecessore. In esso, gli elementi death si fanno difatti ancor meno marcati, quasi a sparire del tutto, con le canzoni che diventavano meno estreme e più lente e riflessive: il cambiamento più evidente è quello del cantante Nick Holmes, che proprio nell’album in questione smette di utilizzare il growl, per passare ad un cantato più melodico, che oscilla tra vocalizzi profondi e momenti più aggressivi, in cui forte è la somiglianza con l’ugola di James Hetfield (anche se ovviamente l’uso che ne fa è ben diverso). Questo sviluppo fece si che Icon divenisse probabilmente il primo full length in assoluto di quello che verrà etichettato in seguito come gothic metal, anche se in esso sicuramente non vi è solo gothic puro: le origini della band sono ancora del tutto presenti, e si esplicano nei potenti riff del tutto doom ed a tratti anche piuttosto death-oriented di Aaron Aedy, che intrecciandosi con le onnipresenti parti in lead di Gregor Mackintosh creano un ibrido unico ma bellissimo, costituente l’arma vincente non solo del disco ma in generale dell’ensemble. Una parola va spesa, prima di cominciare, anche per la produzione: pur essendo lontana da quelle degli ultimi anni, risulta comunque da urlo, essendo molto calda e dannatamente efficace, nonché tanto vintage da poter essere adorata da qualsiasi amante del doom metal classico.

Dopo un breve intro, oscuro e sinfonico, parte la opener Embers Fire, nella quale già si possono sentire i nuovi elementi già citati poco sopra. A parte questo, però la classe è immutata: i riff suonano infatti pesanti ma anche colmi di triste melodia, fatto aiutato anche dagli splendidi lead che spuntano qua e la, e che variano la formula della traccia, la quale pur essendo lineare risulta piena di piccoli particolari molto interessanti, disseminati un po’ ovunque; corona il tutto uno splendido assolo, il quale rende più intenso e toccante il mood di disperazione abbracciante tutta la canzone, rendendola il primo capolavoro dell’album. La successiva Remembrance è un brano più veloce e potente, con il riffage che passa da momenti più riflessivi ed atmosferici a potenti esplosioni di pesantezza puramente doom, in un’alternanza che della song costituisce la struttura base; quest’ultima è interrotta solo dai bei ritornelli, i quali hanno un mood complicato anche da descrivere, ma a tratti che più gotico non si può. Di nuovo molto valida, inoltre, risulta la parte solistica, anche grazie alla quale il pezzo si rivela un’altra volta più che ottimo. L’introduzione di Forging Sympathy, che arriva poi, è piuttosto rapida, ma poi la traccia si sposta su tempi più classicamente doom; l’alternanza si ripete spesso, con le strofe più aggressive e cupe, sul mid tempo, ed i ritornelli più rallentati e colmi di pathos. Su tutto svetta un lavoro chitarristico veramente perfetto, da estasi metallica in ogni suo riff, lead o passaggio; degna di nota è pure la sezione centrale con i lead di chitarra a seguire le catacombali ritmiche, per creare una parte nera come la notte, che dà veramente i brividi, seguita da un interludio altrettanto cupo ma anche profondo, ciliegina sulla torta di uno dei migliori episodi dell’intero album, se non il migliore in assoluto. Giunge quindi Joys of the Emptiness, song molto lenta e completamente votata alla creazione di un’atmosfera strana, esprimente una calda tristezza ma in una maniera molto eterea e a tratti quasi psichedelica, rivelandosi alla fine molto efficace, grazie anche all’espanso riffage, su cui la sei corde di Mackintosh rimane, per una volta, in secondo piano, senza incidere ma anzi risultando giusto un accompagnamento, esprimendosi a volte anche senza distorsione, e a volte anche in parti complesse e veloci, tutte quante però adatte allo scopo di rendere la canzone un’altra piccola perla. Un altro breve preludio sinfonico, poi si parte per Dying Freedom, uno dei brani più veloci ed anche dei più orientati al gothic moderno del lotto, per quanto il rifferama sia doom al cento percento, pure nelle accelerazioni, che pure hanno un vago retrogusto addirittura thrash; la fusione di tutte queste parti funziona per giunta a meraviglia, grazie anche ad un songwriting veramente competente, che sa quando dosare parti pesanti e quando lasciar più spazio al mood, in un equilibrio che riesce anche a rendere sempre interessantissima e senza un attimo di noia anche una song totalmente lineare (a parte il bell’assolo, la struttura resta costante per tutta la durata della canzone) come questa. Per quanto riguarda Widow, che giunge a ruota, per una volta ha delle strofe non troppo incisive, essendo forse un po’ frettolose nel loro sviluppo ed avendo un riffage comunque meno valido che altrove; le accoppiate bridge-ritornello la tirano tuttavia su di molto, che anche in virtù di qualche altro spunto vincente (come per esempio, la parte solistica finale), nonché della sua brevità (giusto tre minuti), risulta comunque di valore, potendo sfigurare solo dopo una serie di pezzi giganti come quella appena trascorsa.

Colossal Rains è un’altra song decisamente lenta, sia per il tempo che nell’entrare nel vivo, visto che la parte iniziale, dominata da un riff per nulla rapido (oltre che grandioso), oltre che da alcuni campionamenti e dagli onnipresenti lead di Mackintosh, è piuttosto lunga (anche se certo ciò non è un difetto, anzi!). Il vivo del gioco consta invece sempre di una parte di velocità contenuta, e molto varia ritmicamente, anche grazie all’apporto vincente dell’ottimo Matthew Archer dietro alle pelli; completa il quadro un ritornello pieno di intensità sentimentale e davvero coinvolgente, e l’ennesimo pezzo di alta qualità è fatto e finito. La successiva Weeping Words si rivela un brano piuttosto rapido e movimentato, che ha dalla sua un rifferama ancora una volta da urlo, appoggiato su una struttura piuttosto varia e complessa, che muta spesso ma mantiene sempre una sua coerenza interna, oltre al mood cupo ed angosciato che alla band riesce tanto bene evocare. Ottimo anche lo stacco centrale, dominato da strani feedback di chitarra, ed adatto a spezzare il ritmo, prima che il chorus torni alla ribalta e concluda in bellezza la composizione. Per quanto riguarda Poison, che la segue a ruota, abbiamo un episodio a due facce, a tratti anche pieno di melodie dolcemente tristi e spesso anche piuttosto soffuse, a tratti invece addirittura impetuose, come per esempio nelle potenti strofe, in cui Holmes è più rabbioso che mai, ed è sostenuto da un riffage che più heavy non si può; degna di nota anche la seconda frazione, con l’assolo, per un brano estremamente breve ma comunque di valore ancora alto. Arriviamo ora a True Belief, che sarebbe stata perfetta come ideale singolo di lancio dell’album, essendo meno intricata e più lineare che in passato, ma presentando comunque una composizione di assoluto rispetto in ogni suo passaggio ed in ogni suo incastro di riff, che sa benissimo quando aggredire, quando puntare più sull’oscurità e quando essere melodico, il tutto condito da un ritornello di disperazione prepotentemente gothic, da brividi per il grande sconforto che evoca, e che nondimeno si stampa subito in testa per la sua semplicità, ciliegina sulla torta di un altro dei pezzi in assoluto più validi del disco. E’ il turno quindi di Shallow Seasons, alla quale basta solamente la parte iniziale per essere un capolavoro, col suo riff cupo e cavernoso che ha dalla sua una forza oscura incredibile; anche ciò che viene poi è però più che meritevole di lode, con il rifferama in certi momenti anche di vago retrogusto stoner (!)ma assolutamente adatto al contesto, e soprattutto con la spiccata vena melodica, che qui esce fuori particolarmente in occasione dei ritornelli, ed impreziosisce ancora l’ennesimo episodio più che ottimo. Siamo ormai in dirittura di arrivo: la prima frazione di Christendom è molto particolare, essendo dominata dalla sola chitarra acustica a cui poi si unisce, insieme alla sezione ritmica, anche la voce di Denise Bernard (che poi torna ancora nel corso della canzone), a generare un effetto cupo, di vuoto; la parte principale non è da meno, avendo dalla sua strofe quasi soffuse, per quanto metalliche, ed esplodendo nei ritornelli, che di gothic hanno ben poco: essi si rivelano infatti veramente aggressivi, sia per quanto riguarda il riffage, sia per il possente coro formato dalle voci della Bernard e di Holmes. Questa fusione fa si che il pezzo risalti molto, in un disco dopotutto non troppo disomogeneo come questo; ma nonostante ciò, risulta comunque del tutto adatto a mettere la parola fine sull’album, seppur dopo di essa vi sia anche spazio per un lungo outro, Deus Misereatur, nel quale sonorità orchestrali e doom metal si fondono in due minuti particolari ma comunque adatti a concludere il tutto in bellezza.

Con Icon, insomma, oltre ad un pezzo di storia abbiamo anche un prodotto di valore altissimo, un capolavoro assoluto il cui unico “difetto”, se così si può definire, è quello di essere il predecessore di un album ancora più bello quale il grandioso Draconian Times. Nonostante ciò, però, se siete amanti del doom metal, ed anche nel caso non amiate il gothic dalle sonorità più moderne o quello sinfonico, questo album è tra quelli fondamentali: fatelo vostro, perciò, ad ogni costo!

Esattamente questo giorno di vent’anni fa, il 23 settembre del 1993, nei negozi usciva Icon, primo pilastro del gothic metal moderno. Questa recensione vuole celebrare sia la sua importanza storica che la grandissima carriera di una band tanto valida quanto sottovalutata come i Paradise Lost sono.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Embers Fire04:44
2Remembrance03:26
3Forging Sympathy04:44
4Joys of the Emptiness03:29
5Dying Freedom03:44
6Widow03:04
7Colossal Rains04:36
8Weeping Words03:51
9Poison03:00
10True Belief04:30
11Shallow Seasons04:55
12Christendom04:31
13Deus Misereatur01:58
Durata totale: 50:32
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Nick Holmesvoce
Gregor Mackintoshchitarra solsita
Aaron Aedychitarra ritmica e acustica
Stephen Edmondsonbasso
Matt Archerbatteria e percussioni
OSPITI
Denise Barnardvoce
Andrew Holdsworthtastiera
ETICHETTA/E:Sony Music
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