Scorpions – Love at First Sting (1984)

Parlare degli Scorpions è parlare di un pilastro dell’hard rock e del metal: il gruppo guidato da Rudolph Schenker e Klaus Meine, infatti, negli anni ’70, ha dato un importante contributo nella transizione tra il rock duro e l’heavy classico, contribuendo tra l’altro in massima parte ad ispirare l’heavy metal di stampo tipicamente teutonico dagli Accept in poi. Dopo Blackout del 1982, che fu l’ennesimo grandioso successo, la band decise tuttavia di compiere una piccola svolta nel proprio sound: i venti di novità che a quel punto cominciavano a soffiare impetuosi dagli Stati Uniti, e che già in parte avevano contagiato il predecessore, divennero così predominanti nel nuovo disco, Love at First Sting. Uscito nel 1984, l’album presenta sonorità molto meno heavy e più catchy che in passato (pur comunque non rappresentando una svolta drastica rispetto alle origini della band), il cui risultato principale è che il nuovo parto della band tedesca risulta uno dei primi dischi compiutamente pop metal della storia. Il tentativo però, come vedremo tra pochissimo, è riuscito a metà, visto che il disco si presenta qualitativamente a due facce, con episodi esaltanti ma pure momenti abbastanza sottotono; nonostante ciò, essendo uscito in un periodo in cui i generi più melodici della musica dura, pur non avendo ancor vissuto il successo immane della seconda metà degli eighties, stavano già cominciando la loro scalata verso il trionfo, esso andò a ruba ed aprì loro le strade delle classifiche americane, rimanendo da allora uno dei dischi più famosi (e più venduti) dell’ensemble tedesco.
Dopo un brevissimo assolo, Bad Boys Running Wild entra subito nel vivo con il suo coinvolgentissimo riffage principale, rockeggiante ma molto energico, e soprattutto dal fascino dannatamente ottantiano, accompagnato a tratti da piccoli lead, in altri momenti da armonizzazioni di chitarra, che insieme al cantato di Meine rendono le bellissime strofe quasi magiche, oltre che sempre interessanti; l’apice si raggiunge però in occasione dei refrain, che tra la potenza dei cori ed ancora un flavour fortemente vintage, sono la ciliegina sulla torta di un pezzo capolavoro, sin da subito tra i migliori del disco. Arriviamo quindi a quella che è probabilmente la canzone più famosa degli Scorpions, ancor più della pur celeberrima Winds of Change, e sicuramente non per un caso: Rock You Like an Hurricane comincia subito con il suo riconoscibilissimo riff, per poi seguire la tipica accoppiata strofe soffuse – ritornello esplosivo, peraltro con grandissima classe, presentando una qualità incredibile in ogni suo singolo passaggio; ottimo anche l’assolo centrale, seguito dalla ripresa della parte centrale che arriva a concludere un pezzo semplice ma da urlo, certamente degno della sua fama. Dopo un uno due da K.O. del genere, arriva I’m Leaving You, canzone mezzo gradino sotto a tale altissimo livello, ma in ogni caso molto buona, grazie ad una struttura a tratti anche parecchio mutevole, che non annoia, e ad un’onnipresente feeling di velata tristezza, che ben si adatta al testo, narrante di una lunga separazione. Ottimo, ancora una volta, il lavoro della coppia chitarristica Schenker/Matthias Jabs, che si fa valere anche in questa occasione, come molto spesso nel resto del disco. Dopo un placido intro, praticamente tutto gestito dalla chitarra acustica e dal moog (suonato dal bassista Francis Buchholz) ad accompagnare la voce di Meine, parte Coming Home, brano al contrario piuttosto tirato, almeno per essere hard rock (anche se a tratti sfora anche nell’heavy metal), con dalla sua una dinamicità ottima, molto trascinante; per il resto, una composizione azzeccata per di tutti gli strumenti ed una durata molto breve, che non lascia che la linearità possa pesare in alcun modo, rendono la canzone una scheggia impazzita, tra i brani più validi del lotto. Se il quartetto iniziale è di tale altissimo livello, da qui in poi l’album comincia a calare di un po’ di qualità; giunge difatti una traccia, The Same Thrill, rapida ed a tratti quasi metallica, ma che comunque riesce ad essere meno efficace che in passato, complice un chorus che non incide a dovere, un’atmosfera che vorrebbe essere festosa ma non convince (probabilmente colpa della produzione, troppo pop metal-oriented, che altrove funziona ma qui no) ed un songwriting meno fresco che in passato, che pur non affossandola del tutto, la rendono comunque discreta e nulla più.
Big City Nights è un mid tempo molto melodico e composto, che può contare su di un rifferama incisivo, non pesantissimo ma comunque adatto allo scopo di evocare un mood velatamente malinconico, il quale è il vero punto di forza dell’intera canzone, insieme alla bella sezione solistica. Dall’altra parte, tuttavia, vi è un chorus ripetitivo ed ancora un po’ spento, ma questa volta esso non influisce sul risultato finale, che nonostante non sia all’altezza delle prime tracce, è comunque in questo frangente decisamente buono. As Soon as the Good Times Roll, che segue, è dotata di una buona composizione melodica, che si esplica in ottimi passaggi (come per esempio i refrain o l’assolo), ma ha anche il difetto  di essere leggermente troppo prolissa in alcuni frangenti, con strofe troppo lunghe e poco dinamiche, che un tantino la affossano; non aiuta certo questo il fatto di essere una canzone lunga, almeno relativamente agli standard dell’album (cinque minuti), ed abbiamo un’altra canzone che sicuramente non è insufficiente, rivelandosi anzi piacevole, ma che sicuramente poteva essere molto migliore di così. Arriva quindi il turno di Crossfire, la quale viene introdotta da un ritmo batteristico particolare, suonato tutto sul rullante, che si ripeterà poi lungo il corso dell’intera canzone, e che poteva rappresentare qualcosa di veramente interessante, insieme all’atmosfera, indescrivibile a parole, che gli altri strumenti vi descrivono sopra; purtroppo però il brano pecca moltissimo di eccessiva semplicità, e si ripete sempre uguale a se stesso, senza praticamente alcuna variazione, risultando alla fine dei conti poco dinamico ed in generale stufando dopo poco, rivelandosi senza dubbio l’episodio filler dell’intero disco. A risollevare il finale del disco dalla mediocrità ci pensa una closer-track che risponde al nome di Still Loving You, altro pezzo non a torto famosissimo, una semi-ballad che comincia in maniera estremamente soffusa per poi progredire sempre più in intensità, coadiuvata anche da un Meine qui in particolare stato di grazia, che inserisce un pathos incredibile nella sua prestazione; la parte migliore sono però i ritornelli, in cui l’elettricità domina ma non con pesantezza né con aggressività, il che però non è assolutamente un punto debole, anzi è adattissimo, dando al tutto ancor più forza sentimentale di quanto sarebbe altrimenti; conclude il tutto una seconda frazione veramente meravigliosa, con la sua forte malinconia che da i brividi, a mettere la parola fine ad una canzone veramente bellissima, i cui sei minuti e mezzo non si sentono per nulla, e con essa a risollevare di molto le sorti di un disco che altrimenti avrebbe avuto un voto probabilmente molto più basso di questo.
Abbiamo, insomma, un album bifronte, diviso tra una prima frazione decisamente ottima ed una seconda parte che in generale perde molto del suo smalto, e non riesce a risultare che discreta. Nonostante questo, Love at First Sting può anche interessarvi, se non cercate un album di qualità sempre costante: bastano infatti il quartetto e Still Loving You perché vi valga la pena di acquistarlo. Se perciò vi accontentate, allora quest’album fa per voi; altrimenti, andate a scavare nel passato della band, che contiene album ben migliori di questo.  

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:

  1. Bad Boys Running Wild – 3:53
  2. Rock You Like a Hurricane – 4:10
  3. I’m Leaving You  – 4:13
  4. Coming Home  – 4:58
  5. The Same Thrill  – 3:30
  6. Big City Nights  – 4:02
  7. As Soon as the Good Times Roll  – 5:02
  8. Crossfire – 4:33
  9. Still Loving You  – 6:27
Durata totale: 40:48
Lineup:
  • Klaus Meine – voce
  • Rudolf Schenke – chitarra
  • Matthias Jabs: – chitarra
  • Francis Buchholz – basso e moog
  • Herman Rarebell – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: pop metal

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