Merlin – Deathkoteque (1997)

1997: esce il primo (ed unico) disco dei deathsters tedeschi Asmodina, Inferno, il quale si fa notare, oltre che per la musica che propone, anche per il fatto di avere una donna alla voce, caso più unico che raro a quell’epoca per il metal estremo; quella cantante, Angela Gossow, avrà tra l’altro più fortuna dei suoi compagni dell’epoca, raggiungendo in seguito anche una certa fama con gli Arch Enemy. Nonostante la rarità di quell’evento, lo stesso anno esordì sulla lunga distanza un’altra death metal band con singer femminile, i Merlin: provenienti dalla remota Russia, la formazione fu fondata da Mary Abaza  (che nonostante la presunta “debolezza” del suo sesso è anche l’assoluta leader della band), e si completa con le sei corde di Alex Ioffe (compagno della stessa Abaza) e dall’eccezionale drummer Nick “Robot” Byckoff. Nell’esordio citato poco sopra, Deathkoteque, il power trio si propone in un death a metà strada tra Deicide e Morbid Angel, anche se con elementi di personalità: su tutti, il fatto di non cercare a tutti i costi l’evocazione di quelle atmosfere malate ed orrorifiche tanto care alla scuola classica, ma avere tratti di  pura e semplice potenza, cosa che del resto non è del tutto sbagliata; ciò si riflette anche nei testi, violenti ma spesso meno malati e splatter rispetto ai gruppi più tradizionali del genere, legati come sono a situazioni più semplici e quotidiane. Una nota anche per la produzione: si rivela particolare, molto secca nelle chitarre (ma anche nei suoni della batteria), le quali quindi non sono molto valorizzate nella loro potenza; nonostante ciò, comunque, risulta anche piuttosto chiara, tanto che il lavoro non ne viene troppo penalizzato, tutto sommato.
Un breve preludio, lento e cadenzato, quindi la opener Triumph of Death si avvia subito a velocità estrema, rimanendo perciò su tempi altissimi per la maggior parte del tempo, coi blast beat a dominare praticamente ovunque; fa eccezione la parte centrale, che riprende il tema iniziale per un momento di pura potenza, prima che il riffage death torni a fare il proprio corso. Si mette in mostra qui già dal principio la Abaza, la quale nulla ha da invidiare ai cantanti uomini, col suo growl potente, da orco, e che a volte scende addirittura ad un grunt quasi da brutal death, a coronamento di un pezzo tutto sommato buono. Dopo il vorticoso e potentissimo intro, la parte principale di Holder of the War si rivela veloce e molto ossessiva (fatto aiutato anche dal cantato) nel senso migliore del termine, risultando perciò molto coinvolgente, pure grazie ad un riff ed ad una sezione ritmica ben incastrate e dinamiche. Il brano si evolve quindi in maniera variabile, ma sempre mantenendo una certa linea melodica di fondo, la quale pur mutando di ritmo e presentando molte variazioni, nella sostanza non cambia. Tutto ciò, unito ad un mood abbastanza cupo e malato, non oppressivo ma comunque adatto alla situazione, rendono il pezzo uno dei migliori dell’intero album. Per quanto riguarda Don’t Try, una sventagliata di blast beat da parte di Byckoff la introduce, ma poi la canzone diviene più strana, con le chitarre che si producono in armonici artificiali e suonano delle ritmiche molto particolari, all’apparenza quasi improvvisate sul momento, le quali nonostante mutino alla velocità della luce, passando per decine di passaggi diversi nei meno dei due minuti di durata della song, creano un quadro particolarissimo, ma comunque inaspettatamente coinvolgente. I’m Glad, che segue, è introdotta dalla risata malata della Abaza, la quale inizia poi da subito a ringhiare su un mid tempo dal flavour lugubre; si accelera quindi prepotentemente, rimanendo su velocità alte praticamente per tutto il resto della traccia, in una cascata di note che progredisce lentamente, man mano che i secondi scorrono, sforando a tratti anche nel thrash più estremo: il risultato complessivo si rivela forse non un capolavoro, men che meno qualcosa di mai sentito nel death metal tradizionale, ma comunque coinvolgente al punto giusto. Il pesantissimo intro di I Gotta Fall è lunghissimo e piuttosto lento, anche con una lieve eco degli Obituary; la parte principale pesta invece il piede sull’acceleratore, con la Abaza che fa sfoggio di un cantato mai così cavernoso e potente, ed i riff sotto di lei che più virulentemente death non si può. La parte centrale soltanto fa eccezione, piuttosto lenta ed in ogni caso adatta a spezzare il ritmo, aiutando questa a risultare un altro degli episodi migliori della tracklist.
That’s My Time entra subito nel vivo dei giochi con una parte tiratissima, che va subito al punto; la traccia si rivela in seguito anche più mutevole che nella media del death tradizionale, passando per momenti estremi sostenuti dal blast beat ed altri invece con riff (ed a volte anche lead) che hanno anche più di un retrogusto melodeath, passando per momenti più cadenzati e lugubri; il tutto si rivela, in ogni caso, ben unito ed anche con un songwriting competente, ed il risultato è una canzone valida, il cui unico difetto è forse la durata troppo lunga, che genera, seppur non troppo spesso, qualche momento più noioso che efficace. Dopo un intro crepuscolare, con il basso ed il ride di Byckoff (a cui si uniscono presto le chitarre acustiche), Black Revenge esplode in una frazione brutale, che presto però rallenta e si fa più calma, seppur l’atmosfera malvagia si conservi lungo tutto la durata del pezzo; l’unica pecca è però la qualità audio, che se già altrove è imperfetta, come detto, qui diminuisce ancora la propria pulizia, penalizzando un brano si buono, ma che poteva esser certo migliore. La successiva Die è inaspettatamente molto semplice, sostenuta com’è, nelle sue strofe, da un riff costante e compatto, su cui la Abaza canta ossessivamente (a parte in occasione del pur ottimo assolo); ad inframmezzarle, giungono brevi frazioni molto rapide ed estreme, ma la parte principale torna sempre a prendere il sopravvento, ripetendosi diverse volte e terminando anche questo pezzo, che sembra quasi scherzoso, ma che non è certo da buttar via, anzi. Dopo un altro intro lento, parte Waiting for Death, l’ennesimo episodio super-veloce, che ha dalla sua un songwriting molto ben fatto, con partiture che riescono ad essere anche più incisive che altrove (merito della produzione, che da qui torna a livelli accettabili) e risultano ottimamente realizzate in ogni passaggio, grazie anche ad una perizia tecnica da parte dell’intera band non indifferente (ciò esce fuori qui più che altrove). Ottimo anche l’assolo di Ioffe, per un brano quasi capolavoro, nonché probabilmente il migliore del lotto. La closer track e song più lunga del disco, Leave Me Alone, si apre con una riff di sapore doom (non un caso, visto che la canzone è dedicata ai Black Sabbath): ne consegue una prima sezione che risulta molto lunga e decisamente catacombale nell’incedere, senza alcuna accelerazione e con un flavour ben paragonabile al death/doom primigenio, quello semplicemente macabro e senza i pur apprezzabili sviluppi che i gruppi inglesi vi hanno apportato. Dopo cinque minuti, sembra che il tutto debba concludersi in questo modo, ma il ritmo viene spezzato da una breve fuga strumentale puramente death, prima che la parte principale torni a farsi largo e concluda un buon brano in bellezza, e con lei un disco dello stesso livello.
Alla fine dei giochi, abbiamo un album forse con qualche ingenuità  e qualche frazione meno efficace a tratti, ma dotata di episodi validi, con una qualità media niente male e qualche spunto che va anche oltre la bontà. Certo, i capolavori del death metal sono altrove, ma comunque se questo è il vostro genere, secondo me i Merlin potranno anche far per voi. Se quindi riuscirete a trovare Deathkoteque, a dispetto della sua rarità anche piuttosto estrema, fatelo vostro e vedrete che non vi deluderà.
Voto: 79/100
Mattia
Tracklist:
  1. Triumph of Death – 03:22
  2. Holder of the War – 03:41
  3. Don’t Try – 01:59
  4. I’m Glad – 03:51
  5. I Gotta Fall – 03:37
  6. That’s My Time – 05:15
  7. Black Revenge – 02:43
  8. Die – 02:29
  9. Waiting for Death – 02:53
  10. Leave Me Alone – 07:07
Durata totale: 36:57
Lineup:
  • Mary Abaza – voce e basso
  • Alex Ioffe – chitarra
  • Nick Byckoff – batteria
Genere: death metal

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