Ophthalamia – Via Dolorosa (1995)

Se l’incarnazione del black metal più classica è quella norvegese, anche gli altri paesi presentavano, chi più chi meno, una certa concentrazione di gruppi; spesso, però, tali scene non avevano sullo sfondo la drammatica e deleteria serietà che nel paese nordico condurrà alla morte del leader carismatico Euronymous ed al rogo di decine di chiese, e ciò si rifletteva anche sulla musica, che poteva essere più sperimentale e meno ligia a certe caratteristiche fisse (meno “true black”, se si vuole). Nel biennio 1994-1995, quindi, mentre gli esordi di alcuni gruppi norvegesi (Satyricon, Emperor, Ulver, Enslaved) portavano si novità anche importanti nel panorama del genere, ma sempre inquadrate nei canoni classici, nella vicina Svezia venivano fuori gli Ophthalamia,che già andavano ben oltre quegli stilemi, inserendovi influenze fino ad allora inedite. Creati nel 1991 da It ed All, entrambi negli Abruptum all’epoca, e formati da musicisti già allora piuttosto noti (un supergruppo, in pratica), la band produsse il primo album, A Journey in Darkness nel 1994; l’anno successivo uscì il seguito, Via Dolorosa, che ricalcava il predecessore nelle liriche sull’immaginario reame di Ophthalamia. In esso, la band si propone in un black molto particolare, non troppo estremo né troppo freddo (pur essendo decisamente aggressivo in certi frangenti), con alcuni elementi doom, ed il cui maggior spunto di originalità è il taglio decisamente progressivo: abbiamo difatti canzoni lunghe e complesse, a volte molto tecniche e con puntate nel jazz, ed atmosfere cangianti, che si modificano man mano che i minuti scorrono; a rimanere costante è invece l’impianto ritmico, il quale fa si che l’album sia, in pratica, un unico riff in continua mutazione, ma che fluisce senza sosta.  Prima di cominciare, è d’uopo una nota: questo disco è estremamente complesso, sia da assimilare che da descrivere, e la presente recensione ne risente di conseguenza.

La traccia d’apertura, Intro: Under Ophthalamian Skies/To the Benighted (la prima a presentare la formula del titolo in due parti, praticamente standard in tutta la durata del disco) è un lungo preludio che, dopo una brevissima introduzione di chitarre acustiche e di tastiere, entra nel vivo con una lunga parte di metal lento ed evocativo, su cui il frontman Legion (sostituto dell’originale All solo per questo disco, ed all’epoca anche nei Marduk) canta in stile quasi gothic, poi un assolo spezza il ritmo e si arriva alla prima traccia vera e propria. Essa, dal titolo Black as Sin, Pale as Death/Autumn Whispers, si avvia con un riff di lieve retrogusto doom, prima che la parte principale, ancora non rapidissima, ma più propriamente black metal, venga a fare il suo corso, con lo scream prepotente di Legion che lo accompagna. La canzone attraversa quindi una fase estremamente mutevole, in cui parti più rapide e rabbiose si alternano a momenti più lenti e tecnici, nel quale la chitarra di It è in gran spolvero, e sforna un riffage continuo e molto particolare, a tratti che riecheggia addirittura del progressive metal dell’epoca, in altri momenti più potente e ferale, fino ad alcuni momenti di vago sapore folk, il tutto però molto ben unito, a formare un pezzo compatto, che se in certi frangenti presenta qualche momento meno efficace, per la maggior parte del suo tempo risulta però di caratura elevata. Non si può poi non citare la breve frazione conclusiva, che a dispetto dell’essere black al cento percento,  è comunque piuttosto festosa, a riprova che questo stile non deve essere cupo e malvagio a tutti i costi. Dopo un intro ancora una volta lento e doomy, parte la particolare After a Releasing Death/Castle of No Repair (part II), che possiede due sezioni principali: una è più lineare, per quanto complessa, e molto più black, mentre l’altra risulta estremamente sincopata, potendo sembrare quasi un ritmo folk da ballare. Queste due parti non fanno altro che alternarsi per la prima frazione, senza nemmeno quasi vocalizzi; la seconda frazione, invece,  è quella in cui si canta di più, e precede il ritorno del primo riff, prima che una parte oscura e molto più classicamente black del resto arrivi a concludere in bellezza. La formula sperimentata in precedenza si ripete quindi in Slowly Passing the Frostlands/ A Winterland’s Tear, che ha una porzione introduttiva (particolarmente bella, in questo caso) estremamente lenta; il brano poi si sposta su coordinate piuttosto estreme, con l’apparizione di un rapido mid tempo retto da ritmiche che più potenti non si può, coadiuvate da un Legion in stato di grazia. In seguito, come altrove, l’episodio si sviluppa in maniera molto varia, con parti di gusto molto folk che si alternano a porzioni più tranquille, e ad altre parti (toglilo)più progressive e tecniche, in un’unione ancora una volta ben riuscita, a parte qualche momento più intrecciato meno efficace; da sottolineare sono anche tutte le partiture strumentali di It, che qui azzecca praticamente ogni singolo passaggio, producendosi una prestazione sopra le righe, la quale rende il pezzo magari non memorabile, ma comunque di qualità ancora piuttosto alta.
L’ennesimo intro lunghissimo, con tanto di riff orientato al doom (questa volta ancor più melodico che in precedenza), poi si pesta il piede con Via Dolorosa/My Springtime Sacrifice, episodio non troppo veloce ma molto energico e rabbioso, in cui nuovamente valida è la struttura ritmica, che qui si presenta si progressiva, ma tende anche a ripetersi, ed a presentare un certo ordine, attraversando vari cambi di ritmo, e stacchi estremamente melodici, i quali spezzano il ritmo prima che il black metal si faccia ancor più ferale ed oscuramente tempestoso, e si venga a sfociare nel ritornello, quasi liberatorio, per quanto oscuro. Degna di nota anche la lunga parte strumentale centrale, molto immaginifica e progressiva, ciliegina sulla torta di questa semi-title track, che è tra i brani migliori dell’intero disco. Dopo un preludio della chitarra acustica del bassista Night, ed un interludio melodico, parte Ophthalamia/The Eternal Walk (Part III), rabbiosa e di una malvagità classicamente black metal, inframmezzata però da sezioni epiche, con i cori puliti a fare da contraltare allo scream, a tratti più particolari e tecniche, a tratti anche parecchio melodiche, come le immancabili frazioni strumentali interne, di un melodic black lieve e dal mood in alcuni momenti anche estremamente malinconico (in altri però addirittura di atmosfera allegra e scanzonata), che non fa che impreziosire il tutto, prima che la parte principale torni in auge con la sua grande carica evocativa e di potenza. Non si può poi non citare il songwriting, qui davvero perfetto in ogni passaggio, anche in quelli vorticosi ed a tasso tecnico più elevato, per il brano probabilmente migliore dell’intero album, e questo nonostante sia pure il più lungo (oltre undici minuti). La successiva Nightfall of Mother Earth/Summer Distress presenta l’immancabile intro elettrico ma lento, prima di entrare nel vivo con una parte principale ancora non rapida, un mid tempo che a tratti presenta solo Legion sopra la sezione ritmica, esplodendo poi per parti decisamente heavy, che si segnala anche per il flavour, spesso piuttosto battagliero(specie quando appaiono i cori), anche se spuntano di tanto in tanto momenti più oscuri e meno evocativi. La parte centrale è invece più strana: a tratti vi è solo un metal estremamente melodico, mentre in altri momenti si sfora addirittura in un sound che ricorda i Falkenbach; torna poi a farsi strada la sezione principale, anche se in questo frangente tende a variare ancor di più la propria formula, ma sempre con coerenza. Degno di menzione anche il convulso e malvagissimo finale, che spunta fuori quando tutto sembra finito per una breve ma intensa coda, degna conclusione di una canzone ancora una volta lunghissima ma che non annoia, rivelandosi una piccola gemma ombrosa ed epica. Il disco è arrivato a questo punto ormai agli sgoccioli, e si conclude con Outro: Message to Those After Me/Death Embrace Me (Part II), una brevissima frazione solo di clean vocals e di pianoforte, che dopo la tempesta di riff appena passata è la logica calma, risultando estremamente adatta a mettere la parola fine sull’intero album.
Il disco finisce qui, ma nell’edizione pubblicata dalla Peaceville Records sono presenti due bonus track: la prima, A Lonely Ceremony/The Eternal Walk, è una traccia particolare, molto doomy  e che prosegue a lungo sulle stesse coordinate stilistiche, variando meno che in quanto sentito in precedenza, pur avendo frazioni di stampo progressivo, alcuni interludi in cui il riffage spinge prepotentemente sull’acceleratore, e  bizzarre vocals femminili che spuntano qua e là. Dopo 5 minuti la canzone si spegne con una coda quasi ambient,risultando nel complesso piacevole, ma di molto sotto alla qualità media del resto dell’album: poco male, comunque, visto che essendo una traccia bonus, non inficia il risultato del disco. La seconda traccia bonus è una cover di Deathcrushdei Mayhem, che inizia con “Only Death is Real”, probabilmente un tributo al cantante Dead (che dice lo stesso nel Live in Leipzig), e poi prosegue molto fedele all’originale contenuta nell’EP omonimo, presentando soltanto una produzione molto più chiara e pulita. Per il resto, abbiamo una cover più che buona, , che pone la parola fine vera e propria su questa quasi ora e dieci come meglio non si poteva.
Via Dolorosa è insomma un album ottimo, ed in ogni caso assolutamente degno di esser ascoltato. Nonostante questo, non è detto che vi piaccia: la proposta del gruppo è così particolare che potrebbe lasciarvi molto spiazzati, specie se siete cultori del black metal più tradizionale. Per questo, provate ad ascoltarlo senza pregiudizi e con apertura mentale: potrete forse anche amarlo, ma il mio consiglio è, in questo caso, più che in tutti gli altri fin’ora trattati, di recuperare qualcosa (per esempio da Youtube), prima di acquistare qualsiasi cosa a nome Ophthalamia.
Voto:  86/100 
Mattia
Tracklist:
  1. Intro: Under Ophthalamian Skies/To the Benighted –  02:27
  2. Black as Sin, Pale as Death/Autumn Whispers – 07:33
  3. After a Releasing Death/Castle of No Repair (Part II) – 05:03
  4. Slowly Passing the Frostlands/A Winterland’s Tear – 09:28
  5. Via Dolorosa/My Springnight’s Sacrifice – 10:56
  6. Ophthalamia/The Eternal Walk (Part III) – 11:15 
  7. Nightfall of Mother Earth/Summer Distress – 10:50
  8. Outro: Message to Those After Me/Death Embrace Me (Part II) – 02:13
  9. A Lonely Ceremony/The Eternal Walk – 05:39
  10. Deathcrush (Mayhem cover) – 03:02
Durata totale: 01:08:26
Lineup:
  • Legion – voce
  • It – chitarre
  • Night – basso e chitarre acustiche
  • Winter – batteria
Genere: progressive black metal

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