U.D.O. – Animal House (1987)

Nonostante nel 1986 l’heavy metal classico fosse già stato soppiantato nei gusti degli amanti della musica dura dai nuovi fenomeni dell’hair e dal thrash, gli Accept erano ancora sulla cresta dell’onda: l’album di quell’anno, Russian Roulette aveva riscosso l’ormai solito successo, ed anche il suo tour di supporto era stato un trionfo di pubblico. Tuttavia, qualcosa aveva cominciato a cambiare all’interno della band: mentre il bassista Peter Baltes, il chitarrista Wolf Hoffmann e la manager Gaby Hauke si erano trasferiti negli Stati Uniti già da qualche tempo, il frontman Udo Dirkschneider, il batterista Stefan Kaufmann ed il secondo chitarrista Jörg  Fischer vivevano ancora nella natia Germania e questa distanza, ad un certo punto,  causò uno scollamento all’interno della band. A quel punto, Dirkschneider prese la decisione di proseguire da solo: raccolti quindi intorno a se alcuni musicisti, il biondo singer creò, nel 1987, il suo progetto solista, gli U.D.O.. Nel frattempo, però, i rapporti con i membri della sua vecchia band erano rimasti buoni: l’esordio della nuova band, Animal House, venne così praticamente composto, come riportato anche dai crediti, dal nucleo originale degli Accept. Non è un caso quindi che l’album risulti ligio allo stile dell’act di Solingen, potendo contare giusto su di un piglio leggermente più melodico; niente paura, però, qui non vi è hard rock né tantomeno hair metal, abbiamo invece un concentrato puro al cento percento di tradizionale heavy teutonico.

Un intro oscuro e pieno di bizzarri effetti, poi si comincia con la title-track Animal House, un mid tempo potente e con dalla sua un buonissimo riffage; il punto di forza è, però, il ritornello, in cui la graffiante voce di Udo ben si adatta sopra la struttura ritmica, creando qualcosa di arcigno, in qualche modo, ma anche estremamente catchy. Degno di nota anche l’ottimo assolo, che corona una traccia d’apertura decisamente buona. La seguente Go Back to Hell si rivela più rapida, classico metallo pesante da strada con un rifferama tagliente ed heavy, che può contare in più su un’atmosfera che non sarà cupissima, ma che in qualche modo risulta seria e crepuscolare. Per il resto, un refrain ancora una volta efficacissimo e che si stampa facilmente in testa, fa si che il brano si riveli di nuovo ottimamente riuscito, magari non qualcosa di epocale ma lo stesso estremamente piacevole. Un breve intro di tastiera, poi parte They Want War, pezzo del tutto elettrico ed anche di discreta pesantezza, ma in ogni caso lento e pieno di pathos, nel quale Udo canta un toccante testo di denuncia a proposito del fenomeno dei bambini soldato, attuale allora come ora; degno di menzione anche il ritornello con il coro, che esplode in tutto il suo sentimento, lasciando nel finale la sola voce di un bambino, per un brano di ancora di alto valore. Arriva ora  una canzone paragonabile a Go Back to Hell, essendo rapido e che più traditional heavy non si può; nonostante questo, Black Widow si rivela molto meno valida del suo “predecessore”, avendo ritmiche che stavolta risultano meno incisive e più anonime. Il chorus soffre dello stesso difetto, ed alla fine il pezzo, pur non essendo scadente (anche grazie agli assoli, sempre una garanzia in questo disco), non riesce comunque a rivelarsi lodevole. In the Darkness, che segue, è una semi ballad oscura e malinconica, in cui si alternano momenti quasi del tutto acustici, dai synth sinfonici di gusto quasi progressive rock, ed altre frazioni più metalliche, ma sempre e comunque votate alla creazione di un mood nostalgico, il quale è aiutato anche da Udo, che nonostante la sua reputazione è capace anche di dolci vocalizzi. Degno di nota l’assolo centrale, ancora una volta validissimo ciliegina sulla torta di uno dei migliori episodi dell’intero album. Si torna al metal vero e proprio con Lay Down the Law, veloce song che in ogni suo particolare (dai cori ai riff, dal ritornello alla struttura) ricorda gli Accept anche più che altrove, e non è un caso: l’incisione del brano è infatti proprio accreditata al gruppo tedesco, invece che agli U.D.O. . Oltre a questo, però, tutto è realizzato in maniera eccellente, il songwriting è fantastico e le ritmiche incidono meravigliosamente; ne consegue che l’episodio è quello che, in assoluto, risulta più valido nell’intero disco.

We Want it Loud è una canzone piuttosto veloce, e che vorrebbe essere un inno al metal dei più classici, visto anche il testo, piuttosto tipico; alla fine dei conti, però, essa risulta piuttosto prevedibile e scontata, per colpa soprattutto del riffage, poco efficace, e di un ritornello che non esplode e non riesce a coinvolgere per nulla, rendendo il pezzo ancora di più sottotono. Dopo un preludio dal sapore quasi “tribale”, parte quindi la veloce Hot Tonight, che può contare su di una struttura piuttosto semplice e basilare, ma che comunque risulta adatta a far scuotere la testa, avendo dalla sua anche un rifferama con pochi fronzoli e decisamente diretto (fa eccezione il bridge, più particolare e quasi di retrogusto power, ma che ben si integra nella composizione) che riesce a coinvolgere appieno; ad aiutare la buona riuscita del tutto, scongiurando ogni pericolo di noia, vi è anche un falso finale, che spezza la traccia prima che essa riprenda e vada a concludersi, risultando magari non un capolavoro, ma facendosi lo stesso molto ben ascoltare. Un altro intro, stavolta, di lead di chitarre, poi arriva il turno di Warrior, lento mid tempo dal mood solenne e quasi epico a tratti, che può contare su di un riffage estremamente competente, che sa quando votarsi all’atmosfera e quando invece graffiare di più, e su ottime melodie posizionate nel momento giusto. Per il resto, c’è poco da dire: abbiamo un brano eccelso, che probabilmente è secondo solo a Lay Down the Law per qualità, all’interno della tracklist. La successiva Coming Home è un brano con dalla sua, ancora una volta, buonissime melodie di chitarre, qui a tratti di sapore addirittura power, e che nelle strofe incidono molto bene; purtroppo, però, il ritornello, poco incisivo e che sa anche un po’ di già sentito (assomiglia troppo a quello di We Want it Loud), affossa il complesso. Bisogna citare anche, in ogni caso, l’ennesimo assolo ottimo, che riesce a tirare su di parecchio l’episodio, il quale raggiunge un livello più che discreto, nonostante tutto. Siamo ormai in dirittura d’arrivo: dopo un preludio che ricorda Heavy Duty dei Judas Priest, parte Run for Cover, un episodio particolare, disteso ed a tratti parecchio etereo, con la sola batteria effettata di Thomas Franke e gli effetti sotto alla voce di Udo; a questi momenti si alternano scoppi di elettricità, che seppur non aggrediscano si rivelano di notevole potenza. La combinazione risulta piuttosto balzana, con un feeling così particolare che è difficile descriverlo a parole, ma di qualità tutto sommato ben più che discreta: abbiamo perciò una closer track di livello buono, che si pone esattamente alla qualità media del disco che va a terminare.
Per concludere, abbiamo un disco onestissimo, non certo un capolavoro, ma in ogni caso decisamente buono. Nonostante questo sia stato il più grande successo, a livello di pubblico, della band (che infatti lo stesso anno girerà il mondo in compagnia addirittura dei Guns N’ Roses), il disco è comunque inferiore a quelli più storici degli Accept. Se siete a caccia di soli capolavori, perciò, potete anche trascurare questo in favore di uno qualsiasi tra Breaker e Russian Roulette; se tuttavia sapete anche accontentarvi, allora anche Animal House potrà fare al caso vostro.
Voto: 77/100
Mattia
Tracklist:
  1. Animal House – 04:19
  2. Go Back to Hell – 04:31
  3. They Want War – 04:12
  4. Black Widow – 04:29
  5. In the Darkness – 04:03
  6. Lay Down the Law – 03:47
  7. We Want It Loud – 04:06
  8. Hot Tonight – 04:37
  9. Warrior – 04:12
  10. Coming Home – 03:39
  11. Run for Cover – 04:43
Durata totale: 46:38
Lineup:
  • Udo Dirkschneider – voce
  • Mathias Dieth – chitarra
  • Peter Szigeti – chitarra
  • Frank Rittel – basso
  • Thomas Franke – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico

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