Bevar Sea – Bevar Sea (2012)

La globalizzazione è un fenomeno che, nel bene o nel male, negli ultimi decenni ha avuto corso praticamente ovunque, nel mondo. Essendo un fenomeno tanto esteso, persino un genere non diffusissimo a livello mainstream come il metal ne ha subito gli effetti, con gruppi del genere che nascono ormai ovunque, anche nelle zone più impensabili della Terra: ecco quindi che un act che si rifà allo stoner doom metal tipicamente angloamericano può anche nascere in un paese remoto come l’India. L’ensemble in questione sono i Bevar Sea: nascono nel 2010 a Bangalore, e dopo un paio di live demo, due anni dopo riescono ad incidere finalmente il tanto ambito primo full-lenght, registrato autonomamente dalla band ma mixato dall’esperto Billy Anderson, già musicista nei Melvins e con un curriculum di tutto rispetto dietro la console. Circa un anno fa usciva così Bevar Sea, esordio discografico in cui il gruppo si propone in uno stoner doom lento e mai troppo oscuro, ovvio debitore in primis dei Black Sabbath (in special modo quelli di Vol. 4, ma anche di Master of Reality e di Sabbath Bloody Sabbath) e poi dei secondi Trouble, degli Sleep e dei Cathedral più distesi. Prima di cominciare, una menzione la merita certo anche l’arwork: l’immagine di copertina è giusto un assaggio della bellissima opera d’arte apribile che costituisce la confezione; molto belle sono anche le immagini interne del booklet, per un album che già a livello visivo si presenta di caratura elevata.
La opener The Smiler incomincia con un riff lento e possente, molto sabbathiano  in ogni suo passaggio e decisamente coinvolgente, il quale prosegue molto a lungo in maniera ossessiva, variando di poco ma senza tuttavia annoiare, mentre la voce roca e graffiante del cantante Ganesh Krishnaswamy, discreto emulo di Lee Dorrian, la accompagna; il tutto è coadiuvato da un sound generale che per quanto non sia troppo accurato e professionale, con sonorità di chitarre secche ed alcuni particolari che risultano approssimativi, esalta comunque molto bene il sound del gruppo, rivelandosi in ogni caso decisamente efficace e potente, nonché molto fascinoso. Ottimi comunque tutti i fraseggi provenienti dalla chitarra solista di Rahul Chacko, che si propone a tratti in ottimi lead di sapore molto blues-oriented, per esempio nel lungo ed ottimo assolo centrale, nel quale quasi ci si perde dentro; da lodare sono anche gli inserti più psichedelici e d’atmosfera che appaiono di tanto in tanto, ciliegina sulla torta di un’opener decisamente di qualità, che non fa praticamente sentire i suoi quasi otto minuti di durata. Dopo un’introduzione soffusa e dominata dalla chitarra acustica, con un mood misterioso e d’attesa, Abishtuesplode in tutta la sua forza: abbiamo così un mid tempo dannatamente potente nel rifferama, complesso ma anche molto diretto, ed a tratti addirittura quasi evocativo nel suo incedere, fatto sottolineato anche dal testo, che parla si di un serial killer, ma visto quasi come fosse un guerriero della strada, che si sposta a cavallo della sua motocicletta. Bella, nuovamente, la frazione centrale, la quale può contare su un assolo molto melodico ma che non risulta per nulla fuori luogo, anche visti tutti quegli spunti che fanno capolino qua e là, colme di un’intensità sentimentale molto rara nello stoner doom; nella stessa maniera, risulta validissima la lunga coda finale, nella quale si mette in mostra il bravissimo bassista Avinash Ramchander, e che dal riff si fa sempre più soffusa e piena di effetti di chitarra, finché le sonorità già sentite nell’intro tornino e concludano il tutto in bellezza.
La lunga parte iniziale di Universal Sleeper, del tutto strumentale, è un (buon) tributo implicito ad Hole in the Sky dei Black Sabbath, visto che la struttura è la stessa ed anche i riff ricordano la hit dell’act britannico. Passata essa, abbiamo un mid tempo di stoner doom con lieve retrogusto hard rock, e che al contrario dei brani precedenti varia parecchio la propria composizione ritmica, pur mantenendo una struttura lineare. Punto di forza, oltre al riffage particolare ma sempre molto incisivo di Srikanth Panaman (non una novità, in effetti), ci sono i chorus, che spezzano il ritmo e risultano adatti a mantenere alta l’attenzione; non si può non menzionare poi anche la parte centrale, più cupa ed arcigna, con un riff ai limiti del malvagio, ma che non perde comunque quel tocco psichedelico proprio del genere, e che si esprime al meglio nell’assolo seguente, il quale si alterna con il ritorno della parte principale, a concludere in bellezza un episodio per qualità secondo solo a ciò che lo segue. Un inizio gestito dal basso, quindi si avvia la conclusiva Mono Gnome, la quale può contare su un riffage che incide ancor meglio che altrove, e che risulta da brividi in quasi ogni suo singolo passaggio. Dopo un paio di minuti più rapidi, la canzone rallenta e comincia una fase per gran parte strumentale, una progressione inarrestabile, che su un ritmo praticamente costante della batteria di Deepak Raghu, la porta ad evolversi man mano, attraversando momenti più rilassati e quasi solari, nei quali dominano il basso e la chitarra solista, ed altri più heavy ed energici, passando anche per una parte centrale lentissima, ed in cui riff mastodontici e parti gestite praticamente solo dai lead si alternano con giudizio, creando un affresco dal feeling particolare, al tempo stesso cupo e solare, in qualche modo, e che descrivere a parole è quasi impossibile, in cui si mette in mostra Chacko, qui veramente al meglio. Poi, il brano ricomincia la sua evoluzione, ma è solo un momento, prima che il riff pachidermico torni a farsi largo in tutta la sua potenza, e concluda questo bellissimo viaggio acido lungo tredici minuti e mezzo come meglio non si poteva. Prima della conclusione, però il disco ci riserva un’altra sorpresa: dopo meno di un minuto di silenzio parte infatti un lungo outro di sole chitarre acustiche, un pezzo delicato ed immaginifico, tanto diverso da ciò che ha preceduto quanto apprezzabile, il quale mette la definitiva parola fine sull’album.
Insomma, alla fine dei giochi abbiamo un lavoro ottimo, specie nella sua seconda parte, la quale la fa arrivare addirittura al livello di capolavoro. I Bevar Sea sono perciò un act promettente, di certo non solo una curiosità per la loro provenienza: per questo, credo che se amate il doom metal, specie nella sua incarnazione meno tenebrosa e più stoner, allora questo  esordio fa per voi. Se potete, fatelo vostro, quindi, e son sicuro che non ve ne pentirete. Doom on!
Voto: 90/100

Mattia

Tracklist:
  1. The Smiler – 07:41
  2. Abishtu – 08:46
  3. Universal Sleeper – 09:38
  4. Mono Gnome – 17:07
Durata totale: 43:11
Lineup:
  • Ganesh Krishnaswamy – voce
  • Rahul Chacko – chitarra solista
  • Srikanth Panaman – chitarra ritmica
  • Avinash Ramchander – basso
  • Deepak Raghu – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: stoner doom metal

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