Domande e Risposte – Funerale

Tra i gruppi che abbiamo recensito nel corso della storia di Heavy Metal Heaven, i Funerale sono certo tra i meno conosciuti e più undeground, se non altro per colpa del fatto che i loro due album, il già recensito Viale Verso la Morte ed il nuovo L’Inferno degli Angeli Appiccati, sono stati distribuiti in ben poche copie. In attesa della recensione dell’ultima fatica discografica della band, che uscirà tra qualche tempo, il cantante e chitarrista della band Lev Byleth ha accettato di rispondere ad alcune domande: senza ulteriori esitazioni, lascio a lui la parola. 
Per prima cosa, raccontateci la vostra storia…
Lev Byleth: Noi membri della band siamo amici da parecchi anni, ci frequentiamo sempre e abbiamo in comune la passione per la musica, per il Metal, anche per generi più estremi ed underground, quali Black Metal, Doom Metal e derivati vari.
Per molti anni abbiamo suonato assieme in svariati progetti, preferendo in particolare il Black Metal. Non siamo mai riusciti, però, a portarli avanti per numerosi fattori, su tutti la poca disponibilità di tempo per vederci tutti assieme e provare. Un vero peccato, perché, al di là della qualità o della tecnica dei nostri progetti, ci divertivamo molto assieme, e questa era la cosa che ritenevamo principale.
Nell’estate del 2011 (precisamente ad Agosto), partorimmo l’idea di un progetto Funeral Doom Metal, o comunque di un genere lento, depressivo, non convenzionale, non necessariamente tecnico. Fu un’idea nata un po’ “dal nulla”, e non avremmo mai immaginato che nel giro di due anni avremmo fatto così tanto, ma l’obiettivo era quello di tornare a suonare assieme, cercando di intraprendere una via per noi del tutto nuova, dopo anni di Black Metal e di suoni particolarmente veloci e violenti.
Ebbene, l’idea ha portato a buoni frutti: siamo tornati a suonare assieme, abbiamo prodotto due album, e ci siamo divertiti molto.
Come ho detto, il progetto nacque nell’Agosto del 2011. Iniziammo a comporre qualcosa subito, nei primi mesi, e cominciammo a registrare a Novembre. “Viale Verso la Morte”, il nostro primo album, fu completato nel Febbraio 2012. Ad Agosto non avremmo mai immaginato di registrare un intero album in soli 6-7 mesi, e ne fummo particolarmente soddisfatti.
Dopo l’uscita di “Viale Verso la Morte” ci siamo presi qualche mese di pausa, ma nei primi mesi del 2013 tornammo a comporre, desiderosi di partorire un nuovo lavoro.
“L’Inferno degli Angeli Appiccati” uscì nel Luglio 2013 dopo pochi mesi.
In questo momento siamo impegnati a promuovere il più possibile il secondo album, ma abbiamo già qualcosa in cantiere per il prossimo lavoro.
A quanto so, la vostra band è nata per puro divertimento. Perché, quindi, scegliere generi cupi come il doom e il black metal, invece che qualcosa di più scanzonato come l’hard rock o simili?
LB: Si, non volevamo impegnarci troppo nel fare qualcosa di eccessivamente tecnico, e volevamo divertirci anche a mettere testi anche poco sensati, ma che ci facessero divertire. La cosa è durata poco, l’abbiamo presa molto sul serio sin dall’inizio, però ci divertiamo ugualmente, anzi, molto di più!
Tra i vostri due album c’è una bella differenza stilistica: quando il primo era molto più spostato sul funeral doom , il secondo perde quasi tutte le influenze di questo genere, con la componente black che diventa quella di gran lunga dominante. A cosa si deve, questo cambiamento?
LB: E’ stato inconsapevole: siamo tutti cambiati, e, per certi aspetti, maturati, nella composizione, e nel dare vita ai brani del secondo album il cambiamento di rotta è stato quasi automatico.
Analizzando ed ascoltando ripetutamente il nostro primo lavoro, “Viale Verso la Morte”, ci siamo focalizzati su quegli aspetti che ci sembravano i migliori, e li abbiamo accentuati.
Non sappiamo dire con certezza se questa sarà la linea definitiva della band, se sperimenteremo ulteriormente, se torneremo alle sonorità del primo album, o se cambieremo drasticamente genere: nell’intraprendere l’attuale rotta dei Funerale non c’è stata una scelta netta e consapevole, almeno non per quel che riguarda l’impronta stilistica generale; è stata una metamorfosi quasi inconsapevole, dettata principalmente dalla nostra particolare ispirazione. E’ anche questa una di quelle cose che amiamo del nostro progetto.
I vostri testi sono spesso disperati e rabbiosi, ma anche criptici di solito. Ci volete dire di cosa parlano, e da dove trovate l’ispirazione per scriverli?
LB: La maggior parte dei testi li compongo io, tranne “La Ballata dell’Oblio”, che è stato scritto da Knays.
Il genere, di per sé, esige testi e tematiche, appunto, disperate e rabbiose. Questo sia perché l’intera scena musicale Funeral Doom/Depressive Black Metal le affronta, sia, e soprattutto, perché il suo suono particolare si sposa alla perfezione con tali argomenti.
Per quel che riguarda i miei testi, cerco il più possibile di fuggire dai tradizionali cliché del Metal depressivo (anche se nel brano “Entropia del Dolore” viene presentata la morte come un “dolce sollievo”, un rifugio dalla sofferenza della vita terrena: argomento classico e tradizionale di ogni genere Metal depressivo). Si parla sempre di morte, sofferenza, dolore, disperazione, rabbia eccetera, ma con un’impostazione personale.
I protagonisti ed i narratori dei nostri brani affrontano il male della vita e della morte da uno sguardo “titanico”. Mi riferisco al concetto romantico di “titanismo”, secondo il quale, in breve, l’uomo è consapevole della sua finitezza, della sua eterna inferiorità nei confronti di ciò che è infinito, come la natura e la morte; l’uomo che combatte sapendo già di essere sconfitto. Ma questa consapevolezza, e questa sfida che mai si concluderà vittoriosa per l’uomo, è una sua glorificazione.
Nei testi più classici e tradizionali del Metal depressivo, la morte, come nel caso del nostro “Entropia del Dolore”, è vista come un sollievo, come una separazione dell’anima da un mondo crudele e sofferente. Quindi, è una visione “positiva” della morte, un compiacimento della propria fine materiale. In altri casi, invece, c’è addirittura un compiacimento del dolore stesso, della sofferenza.
Quello che invece voglio raccontare, è di uomini (o, meglio, di entità) che affrontano la morte consapevoli della loro infinita inferiorità. Questi uomini non vedono nella morte il sollievo finale dell’anima, bensì un nemico, un destino dal quale non si può sfuggire, un muro contro il quale si grida la propria rabbia, prima che questo precipiti e ci schiacci.
Direi che “Totale Espressione della Morte”, brano conclusivo di “Viale Verso la Morte”, esprime al meglio questo concetto. Scrissi quel testo nella primavera del 2011, in seguito allo tsunami che colpì il Giappone l’11 Marzo 2011, che provocò la morte di migliaia di persone. Di fronte a simili calamità noi uomini non siamo che dei numeri, dei puntini, e ben poco possiamo fare. Certo: il nostro ingegno può sempre arginare i danni, e se non fosse per l’avanzata tecnologia e preparazione Giapponese, i morti sarebbero stati di più. Ma rimane sempre l’idea che la natura e la morte resteranno sempre infinitamente superiori a noi, e che ci guarderanno come insignificanti puntini che vagano nel mondo.
Cosa possiamo fare di fronte alla morte nella sua totale espressione? Ben poco, purtroppo. Forse possiamo solo accettare, o sperare di svegliarci da questo incubo.
Ecco, preferisco impostare il punto di vista, dal quale vengono narrati i nostri testi, in quest’ottica. E, nell’ombra generale della disperazione che caratterizza le nostre trame, compare una piccola luce, una lieve luce di speranza, o, comunque, di bontà: non c’è totale disprezzo per la vita, come nella maggior parte dei testi Funeral Doom/Depressive Black Metal; c’è sofferenza per quello che ci viene portato via. Non solo questo: così come nel titanismo romantico, anche qui emerge una dimensione “eroica” dell’uomo, una sua “glorificazione” nella consapevolezza della sua finitezza e della sua impossibilità di vincere.
Nel vostro nuovo disco, il titolo viene ripetuto spesso: è quindi esso un concept? E più in generale, che cosa significa, per voi, questo fantomatico “Inferno degli Angeli Appiccati”?
LB: Esattamente: “L’Inferno degli Angeli Appiccati” è un concept album. Anche qui viene riportata la dimensione “titanica” e “romantica” dei nostri testi.
Direi che in quest’album tale dimensione è accentuata, anche se da un punto di vista diverso.
Qua si va oltre la “sola” vita, la morte e la sofferenza cui siamo destinati: la consapevolezza dell’inferiorità dell’uomo viene spostata anche nel campo della conoscenza e dell’importanza, diciamo, “cosmica” dell’umanità.
Cercherò di spiegarmi.
L’Inferno degli Angeli Appiccati è un luogo, perlopiù spirituale (anche se appare assai materiale nella crudeltà che lo abita), nel quale “precipita” il protagonista della storia, ovvero l’Uomo Solitario. In questo luogo, l’Uomo Solitario (che può essere chiunque di noi, e che, appunto, affronta questo viaggio da solo) vaga in eterno e scopre la piccolezza dell’uomo, o meglio, dell’umanità, rispetto all’immensità del Cosmo e dell’Universo. Un susseguirsi di immagini, di visioni, di metafore materializzate, portano l’Uomo Solitario alla comprensione di questa drammatica (dal punto di vista dell’umanità) verità.
E’ una specie di Mito della Caverna Platonico, e l’Uomo Solitario è un po’ come l’uomo che si libera dalle catene, che scopre che le immagini cui era abituato a vedere fossero solo ombre, e che la verità fosse costituita dal mondo delle idee. Qua, però, l’Uomo Solitario non può conoscere il “mondo delle idee”, per proseguire questo confronto, ed è destinato a scoprire, e ad accettare senza opporsi, che non potrà fare altro che osservare le “ombre”.
Questo viaggio è pieno di sofferenza, poiché sofferente è la consapevolezza della piccolezza dell’umanità. Noi crediamo di essere portatori di grandi verità, anzi, di Verità, con la V maiuscola. La nostra scienza è grandiosa, non c’è dubbio, e ci ha condotto a grandi prodigi e grandi scoperte: eppure, rimane comunque insignificante di fronte alla grandezza ed alla vastità della vita e dell’universo intero. La nostra stessa esistenza è insignificante, per quanto le nostre religioni, le nostre filosofie, le nostre visioni del mondo mettano al centro l’uomo e la sua storia. Siamo solo una delle tante specie che hanno popolato questo pianeta, sparso in una galassia fra le tante nell’universo; siamo destinati ad estinguerci, e le nostre conoscenze potranno non essere tramandate.
La consapevolezza di questa grandezza è dura, è forte; per l’Uomo Solitario è sofferenza, poiché scopre che le nostre vite, caratterizzate da gioia, sofferenza, passioni, desideri, scoperte, conoscenze approfondite eccetera, non sono che alberi morenti, malati, privi di foglie, che crescono al contrario.
Ecco una delle prime metafore che si presentano all’Uomo Solitario: la vita umana come alberi morenti che crescono al contrario. Gli alberi, in superficie, sono belli, sono simboli di vita e di fertilità; ma è solo un’illusione, uno sguardo superficiale, perché questi alberi che si innalzano verso il cielo, in realtà, sono brutti, orrendi, e precipitano negli abissi.
Questa metafora sta proprio ad indicare che, per quanto le nostre vite a noi appaiano belle e caratterizzate da grandi gioie o conquiste, in realtà siano orribili vegetali agonizzanti che precipitano nel terreno infernale, brutti ed insignificanti, il contrario di quello che noi pensiamo.
Gli Angeli Appiccati sono un’altra metafora: con “appiccati” intendo dire “impiccati”, utilizzando un termine italiano più antico, ma che, al tempo stesso, da anche l’idea di fuoco e di carbonizzazione. Ad ogni modo, gli Angeli, in gran parte delle culture umane, sono il simbolo della bellezza, sono la materializzazione della Luce. Ma questa Luce, che, nelle nostre credenze, accompagna l’uomo, in realtà è impiccata ai nostri rami. Questa Luce, che noi consideriamo un po’ come la nostra protettrice, e gli Angeli come i nostri eroi, non è mai stata la nostra protettrice, né gli Angeli mai sono stati i nostri eroi. E’ una verità del tutto opposta a quella illusoria che viviamo.
L’Uomo Solitario è condannato a vagare in eterno in questo luogo, che è l’unico vero luogo esistente, consapevole della piccolezza sua e delle sue opere, che tanto considerava grandi ed immense.
E’ una visione molto annichilente, lo ammetto.
In parte mi sono ispirato a “La Torre Nera” di Stephen King, ma è un’idea, un concept, che ho sempre pensato, e finalmente sono riuscito a trasportarla in musica.
Domanda tipica da intervista: quali sono i gruppi che influenzano di più il suono dei Funerale?
LB: Molte band rispondono a questa domanda con una lista di gruppi; non dico che sia sbagliato, assolutamente. Però, non saprei farlo per quel che riguarda la nostra band.Essenzialmente, ci rifacciamo al Funeral Doom come impostazione base, per poi svilupparci anche in maniere non del tutto convenzionali. Alcuni gruppi che posso citare sono i Nocturnal Depression, Nortt, Xasthur, Skepticism, ma anche Burzum. Eppure, direi che non possiamo paragonarci a questi gruppi, anche se cerchiamo in qualche modo di riprenderne le basi, per poi svilupparle.
Altra domanda per me solita: ci sono gruppi, metal o meno, che siano anche lontani anni luce dal vostro sound, ma che comunque amate, o che addirittura vi possono influenzare?
LB: Ecco: personalmente, mi trovo più a mio agio nel rispondere a questa domanda, piuttosto che a quella precedente. Non intendo dire che la domanda di prima non fosse legittima, al contrario, ma nel nostro caso è più adeguata questa cui risponderò. Ed è anche positivo che venga chiesta, perché sono dell’idea che una gran parte dei musicisti prenda un’ispirazione non diretta da molti artisti, che non riguarda prettamente lo stile in sé, l’imitazione del sound.
Per quel che mi riguarda, la band che, da questo punto di vista, più mi ha ispirato nella composizione sono gli Agalloch. Proponiamo due stili differenti, eppure, nell’ascoltarli, nel vivere determinate atmosfere attraverso la loro musica, ho sviluppato una vena artistica che mi ha condotto alla composizione di un determinato genere e di determinati brani.
Non solo loro, ma anche i Woods of Ypres, mi hanno trasmesso emozioni che poi ho cercato di riprendere nei miei brani. Che ci sia riuscito o no, è un altro discorso: quello che voglio dire, è che le emozioni e le sensazioni soggettive che ho provato nell’ascolto di artisti come loro (e potrei elencarne tanti altri, anche a nome degli altri ragazzi; per esempio, a noi tutti piacciono tantissimo i Forgotten Tomb, e anche loro rientrano sicuramente in questo gruppo di influenze), mi sono servite per comporre, nelle mie parti, i nostri brani, e lo stesso vale per tutti gli altri. E’ tutta una questione di soggettività: non intendo dire che abbiamo cercato di replicare le stesse emozioni che tali gruppi trasmettono. Sarebbe alquanto presuntuoso.
Ma questo discorso, secondo me, può essere applicato anche al di fuori della musica, dell’ascolto di altri artisti, ed estendersi in qualsiasi altra forma di arte, o nelle esperienze di vita.
Per quel che riguarda la mia parte, le tematiche, già da sole, danno una spinta ed una mano nella composizione musicale.
Quale sarà il futuro che prevedete per il progetto Funerale?
LB: Sicuramente andremo avanti, e lo faremo sempre con grande entusiasmo e volontà. Non ci sono stati periodi negativi in cui si stesse pensando di lasciar perdere, o nei quali si vivesse la sensazione di aver fatto dei passi all’indietro.
A noi inoltre piace sperimentare, e siamo motivati nel proseguire anche solo per la voglia di produrre qualcosa di nuovo e differente: non intendo dire che siamo una band sperimentale e che propone generi nuovi; intendo dire che, per quel che riguarda la nostra vena compositiva, ci piace cercare il più possibile di differenziarci da noi stessi, pur mantenendo un fondo di omogeneità.
Siamo solamente a due album, ed è davvero difficile, oltre che prematuro, parlare di sperimentazione: non è da escludere che invece ci focalizzeremo sullo stile attuale, o su quello precedente.
Però, dal canto nostro, cercheremo di proporre qualche aspetto nuovo, non solo nella musica, ma anche nelle tematiche e nelle simbologie che la accompagnano.
Sempre sullo stesso tema: avete intenzione, prima o poi, di abbandonare lo status di band esclusivamente da studio, e di cominciare a trovare qualche data?
LB: Sarà molto difficile. Soprattutto in questo periodo, in cui alcuni membri della band si sono trasferiti altrove, per lavoro o per studio, o hanno intenzione di trasferirsi. Il progetto, comunque, andrà avanti, anche abbattendo le distanze. Ci si dovrà adattare, ma siamo fiduciosi, e proseguiremo ugualmente. Ma per i live non potrà essere così, purtroppo.
Non lo escludo a priori, ma, eventualmente, se ne parlerebbe molto più in là.
Come sempre, la conclusione è libera, a voi l’onere di terminare quest’intervista come meglio volete…
LB: Innanzitutto vorrei ringraziare Mattia per l’intervista, per l’opportunità che ci è stata concessa di farci conoscere, anche più personalmente, e del sostegno che ci sta offrendo sin dai primi tempi.
Vorrei dire che il nostro progetto, che piaccia o non piaccia, che sia ritenuto buono o negativo, è apprezzato almeno dai suoi stessi membri. Non vogliamo sembrare presuntuosi o superiori, annichilendo l’importanza delle critiche e dei giudizi esterni, anche quelli negativi, come se non importasse quello che dicono gli altri. Noi siamo aperti a qualsiasi critica, anche negativa (purché costruttiva, mi permetto di aggiungere).
Quello che intendevo dire, è che al di là di tutto, il progetto è stato, per noi, un totale successo. Siamo andati oltre le nostre aspettative, riuscendo a pubblicare due album, e apprezziamo molto le nostre stesse creazioni. Inoltre, ci divertiamo molto nel farlo e nel portare avanti il progetto.
Sarà, secondo molti, un successo modesto, ma per noi va bene così.
Se posso dare un consiglio agli altri, soprattutto ai membri di altre band, è questo: non abbattetevi se non trovate i riscontri che vi aspettavate nel pubblico; pensate a quello che fate, e siate felici di suonare quello che vi piace, anche se si tratta di qualcosa di non popolare. Molti miei amici che suonano sono, giustamente, arrabbiati perché la gente non si interessa a supportare le scene locali, le band locali, e snobba a prescindere determinate band, soprattutto quando si propongono come qualcosa di diverso. E’ vero, ed è giustissimo lamentarsene, e cercare in qualche modo di migliorare le cose. Ma non c’è motivo di arrendersi, di gettare la spugna, o di pensare che il proprio prodotto non sia adeguato: molti di questi miei amici sono comunque soddisfatti della musica che fanno, e non hanno intenzione di cambiarla solo per far piacere alla gente non troppa aperta mentalmente.
Ed è giusto così: noi siamo estremamente soddisfatti di quello che abbiamo fatto e di quello che stiamo ancora facendo, e, anche se siamo disposti ad ascoltare i giudizi e le critiche degli altri, e ad accettarle, il nostro lavoro ci piace.
Molte persone snobbano a prescindere i generi di nicchia, o quelle band che sperimentano, anche in maniere non del tutto convenzionali, generi e stili musicali classici e tradizionali, quasi come se fossero intoccabili e sacri. E’ sbagliato questo. Un conto è non apprezzare questi generi, ed è legittimo; un altro, ed è l’atteggiamento che sto criticando, è disprezzarli a prescindere, senza una spiegazione razionale o sensata, ed essere addirittura contrari ad essi. Questo è assolutamente sbagliato. Se vi capita, come spesso succede a noi, di venire criticati a priori, non date importanza a simili commenti, e non cambiate solo per accontentare simili prevenuti. Anzi, prendetelo come una cosa positiva: significa che siete qualcosa di originale e particolare.
Dalla mia breve esperienza, ho imparato questo, e se mi è concesso di dare un piccolo consiglio agli altri, senza la presunzione di apparire come uno che ha capito tutto, è questo.

Ed io ringrazio te ed i Funerale per la disponibilità e per i preziosi consigli ed informazioni che avete condiviso con noi lungo tutta l’intervista. Al prossimo appuntamento con Domande e Risposte!
Mattia

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