Masterplan – Masterplan (2003)

Nell’ultimo anno dello scorso millennio, gli Helloween pubblicarono un album molto particolare nella loro discografia, The Dark Ride, il quale lasciava momentaneamente da parte l’happy metal per cui la band è celebre per abbracciare un power darkeggiante anche molto fascinoso, ma che tra i fan della band ebbe all’epoca ben poco successo. Del flop furono incolpati il secondo chitarrista Roland Grapow ed il batterista Uli Kusch, i quali l’anno successivo furono perciò espulsi dalla band: i due però non si persero d’animo, decidendo invece di trasformare un side project da loro appena avviato, i Masterplan, nella loro band madre. Chiamato quindi come ospite Janne Warman dei Children of Bodom alle tastiere (anche se il tastierista accreditato nel disco è Axel Mackenrott), ed assoldato poi, a registrazioni ormai cominciate, anche il singer Jørn Lande, la band incise rapidamente il proprio esordio discografico: nel gennaio 2003 Masterplan giungeva così nei negozi. In esso, la band si proponeva in uno stile che da una parte era influenzata da alcune delle sonorità oscure di The Dark Ride, mentre dall’altra lo sviluppava molto, inglobando forti influenze sia dal power melodico scandinavo, che in quegli anni andava per la maggiore, sia dal power progressivo, soprattutto a livello di atmosfere; il tutto era coronato dalla voce di Lande, molto tecnica ma anche piuttosto espressiva, che caratterizza in maniera forte il lavoro. Una parola anche per la produzione: è accuratissima, come da norma nel metal moderno, ma al contrario di quest’ultima ha anche suoni caldi e dal flavour vintage, il che è parte attiva nella buona riuscita del disco.
Dopo un breve intro molto particolare, di tastiere e di basso, parte Spirits Never Die, il cui fraseggio iniziale, nonostante la provenienza di gran parte dei membri della band, è di sapore molto finlandese; a tali sezioni, che sostengono tra l’altro anche il coinvolgente ed intenso ritornello, si alternano le strofe, più potenti e di gusto progressivo,  per un connubio che funziona molto bene nel complesso. Ottima anche la parte centrale, piuttosto varia e che valorizza il tutto ancor di più, per una opener di valore decisamente alto. Il riff d’apertura della seguente Enlighten Me è potente, e ciò contrasta con le tastiere, sinfoniche e molto melodiose: il mix si rivela in qualche modo dissonante, ma crea un’atmosfera tanto difficile da descrivere quanto avvolgente ed efficace dal punto di vista del feeling. La parte migliore però sono i bellissimi ritornelli, colmi di un ottimo pathos anche per merito di un Lande in stato di grazia; degna di nota anche la frazione centrale, molto prog-oriented e che conta anche su ottime partiture solistiche, la quale spezza il ritmo prima del gran finale con un nuovo refrain ancor più intenso, per uno dei brani in assoluto migliore del disco. La tastiera di Warman inizia e poi accompagna Kind Hearted Light nelle sue esplosioni di elettricità, contribuendo con un tappeto lieve anche nei momenti più soffusi delle strofe, le quali peraltro per gran parte del tempo sono piuttosto potenti; più heavy sono, però, i ritornelli, che risultano intensissimi nonostante la gran presenza di melodia, anche grazie al duello tra il lead singer ed i cori. Ancora una volta, inoltre, ottima la parte solista di Grapow, a coronare un pezzo tutto sommato piuttosto semplice ed anche classicamente power, ma comunque lo stesso di qualità molto alta. Un breve preludio orientaleggiante, poi si avvia il riffage molto pesante ed anche aggressivo di Crystal Night, a cui si conforma anche Lande, mai così graffiante e rabbioso; tutto ciò si alterna però con parti che cedono parecchio dal punto di vista dell’energia, ma in compenso guadagnano incredibilmente  nell’intensità sentimentale, qui letteralmente da brividi, ed il cui apice assoluto giunge con i ritornelli, i quali hanno un pathos incredibile e molto coinvolgente, il tutto corredato da un toccante testo a proposito dell’omonimo evento storico avvenuto il nove novembre del 1938, che segna l’inizio della fase più violenta delle persecuzioni degli ebrei da parte del regime nazista, culminato nell’olocausto. Degna di menzione, ancora una volta, la parte centrale più intricata, ciliegina sulla torta del capolavoro assoluto del disco. Giunge quindi Soulburn, song più spostata sul versante progressivo del sound della band rispetto alle precedenti, in cui riff stoppati si sposano con orchestrazioni oblique e quasi dissonanti a tratti, ma ottime, ed in altri momenti in cui sono i suoni del pianoforte ad accompagnare il tutto; l’anima power del gruppo torna fuori però nei ritornelli, melodici e che spezzano l’atmosfera aggressiva e particolare del resto. Ottima anche la sezione d’atmosfera posta al centro, per una canzone  lunga sì sei minuti, ma che comunque non annoia, anzi.
Il power ritorna prepotentemente al contrattacco con Heroes, traccia anche più lineare che in passato nonché molto ispirata al power melodico, che nelle sonorità, ma anche nella struttura e nei riff fino alla parte solistica (e con il tocco finale di un Lande che lascia spazio ad un ospite d’eccezione quale è Michael Kiske). Il risultato, forse proprio a causa di queste caratteristiche, è leggermente inferiore a ciò che ha preceduto, ma comunque abbiamo un brano molto valido, anni luce superiore alla qualità power media degli ultimi anni. La successiva Sail on è un’altra canzone sulla stessa falsariga della precedente: abbiamo infatti un mid tempo dalla struttura semplice e dalle melodie tipicamente power scandinavo, ma che in questo frangente risulta meno incisivo, colpa probabilmente di un ritornello un po’ piatto e con poco mordente. In virtù di ciò, questo risulta probabilmente l’episodio peggiore del tutto, anche se comunque si lascia ascoltare, ed in fondo non rovina il disco nel suo complesso. Arriva poi il turno di Into the Light, una semi ballad che inizia molto tranquilla e solare, con la sola chitarra acustica ad accompagnare la voce, ma poi esplode, per un pezzo sì elettrico, ma ad ogni modo estremamente melodioso. Come nel più classico dei lenti power, poi, si alternano parti potenti e soffuse, ma un songwriting convincente, il quale genera un buonissimo mood e partiture a tratti di gusto quasi hard rock, rendono il brano in ogni caso interessante, e tutto sommato di buona fattura.  Si torna al metal più propriamente con la rapidissima Crawling From Hell, che ha dalla sua un’ottima energia, a tratti quasi aggressiva, un riffage classicamente power, coinvolgente al punto giusto, ed un assolo che ispira addirittura allegria, ma che sembra comunque molto adattato al contesto; il punto di forza maggiore sono però i ritornelli, tenebrosi e piuttosto rabbiosi, ciliegina sulla torta di una traccia power semplice e lineare ma comunque di caratura elevata. Dopo un’altra introduzione con forte gusto da musica indiana, parte quindi Bleeding Eyes, un mid tempo lento e potente che stavolta mantiene il feeling orientaleggiante lungo tutta la sua durata, rivelandosi molto etereo nonostante la prepotente pesantezza del rifferama che lo sostiene. Si prosegue quindi con una struttura che tende ad evolversi, in una progressione travolgente che passa per momenti dall’atmosfera del tutto progressive-oriented (il “ritornello” né è l’esempio perfetto), passando anche per momenti più particolari, a tratti di gusto anche di quel metal moderno che sfiora l’alternative, ma senza causare il minimo fastidio; il complesso, grazie anche a partiture in ogni lead ed in ogni passaggio molto ben scritte, risulta uno tra i migliori episodi dell’intero album, una piccola gemma di prog power metal. In chiusura dell’album è posta una semi-ballata, Where Love Comes Close, che presenta un gusto orientato al pop rock moderno, ma senza risultare stucchevole o commerciale, bensì sempre intenso dal punto di vista emozionale; ottima anche la struttura, sapiente nel dosare parti di chitarra pulita e momenti più elettrici e potenti, e molto buona anche la composizione melodica, per una ballata che magari non sarà epocale, ma comunque risulta ottima, e mette una parola fine legittima su un album di tal fatta.
Nei fatti, abbiamo insomma un bellissimo esempio di power metal progressivo, di qualità molto alta e che risulta anche molto poco scontato e decisamente originale, come raramente accade in ambito power. C’è poco da dire, quindi: se amate le sonorità del genere melodico metal per eccellenza, questo omonimo disco dei Masterplan fa decisamente per voi, e non vi può mancare, se non altro per poter ascoltare alcuni pezzi anche sopra alla pur alta media del disco, e che risultano per questo assolutamente indispensabili ad ogni appassionato. Fatelo vostro!

Voto: 92/100
Mattia
Tracklist:
  1. Spirit Never Die – 05:26
  2. Enlighten Me – 04:38
  3. Kind Hearted Light – 04:25
  4. Crystal Night – 05:18
  5. Soulburn – 06:16
  6. Heroes – 03:34
  7. Sail on – 04:48
  8. Into the Light – 04:10
  9. Crawling from Hell – 04:14
  10. Bleeding Eyes – 05:43
  11. When Love Comes Close – 04:09
Durata totale: 52:33
Lineup:
  • Jørn Lande – voce
  • Roland Grapow – chitarra e basso
  • Uli Kusch – batteria
  • Janne Warman – tastiere (ospite)
Genere: power/progressive metal

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