Thy Catafalque – Rengeteg (2011)

Tra tutti i sottogeneri della nostra musica preferita, quello in assoluto più di nicchia è sicuramente l’avant-garde metal: l’alto coefficiente sperimentale che lo caratterizza, infatti, fa si che a parte una manciata di nomi (Arcturus, Sigh e pochissimi altri), il genere rimanga confinato a livello del tutto underground. A tale dimensione appartiene sicuramente la one man band magiara Thy Catafalque, e forse ciò non è nemmeno è un caso: la scelta di Tamás Kátai di avere liriche proprio in lingua ungherese può forse risultare indigesta ai più, il che in fin dei conti è un peccato, visto quanto la musica da lui prodotta sia valida. E’ infatti un genere affascinante, quella che il gruppo propone nei suoi dischi, tra cui l’ultimo uscito ed oggetto della recensione, Rengeteg: un metal indefinibile, con influenze black, death, industrial e doom (ed in minima parte anche gothic e progressive) ma comunque non aderente pienamente a nessuno di questi generi, e per il quale “avant-garde” sembra l’unica etichetta appropriata; la particolarità più evidente della band, nonché il suo punto di forza assoluto, sono però le atmosfere fantascientifiche e trascendentali, che riescono benissimo ad evocare, anche grazie ad un uso estensivo e molto particolare delle tastiere e dell’elettronica, che ben vengono mescolate con la parte più propriamente metallica. Prima di cominciare, qualche parola la merita anche la produzione del disco: risulta qui assolutamente approssimativa, coi suoni che per quanto siano ben distinguibili e non si confondano tra loro, risultano molto sporchi; ciò tuttavia, non solo non squalifica il disco, ma lo rende anche, in qualche modo molto più affascinante e più incisivo dal punto di vista del mood generale.
Dopo un brevissimo intro, parte un rifferama inaspettatamente di retrogusto addirittura swedish death metal, che nelle sue variazioni si mantiene per praticamente tutta la opener Fekete mezők; ad accompagnarlo, a tratti appare lo scream di Kátai, ma il più delle volte è presente il cantato etereo e molto intenso dell’ospite Attila Bakos, che caratterizza buona parte dell’album (ed anche della carriera della band). Il tutto è inframmezzato da bellissimi passaggi strumentali ad alto coefficiente elettronico, i quali rendono il mood generale ancor più fantascientifico e misterioso di quanto non sia altrimenti. Oltre a ciò, stupenda risulta la lunghissima seconda parte, per gran parte strumentale nella quale ritmiche di chitarra potentissime ma anche molto dinamiche dominano, a tratti sovrastate dai synth spaziali, a tratti solitarie, incidendo meravigliosamente, a tratti accompagnate da lead altamente psichedelici; il risultato è una opener fantastica in ogni suo singolo passaggio, e che nei suoi quasi nove minuti e mezzo non annoia mai neppure per un secondo. Kel keleti szél, che segue, ha dalla sua un riffage potente, dal lieve gusto black metal ma lo stesso molto votato alla melodia, aiutato in ciò anche dalle onnipresenti tastiere; il suo vero punto di forza è però l’atmosfera, la quale è di nuovo eterea e delicata, e che risulta estremamente affascinante, coinvolgendo molto. Fantastico, in ogni caso, si rivela il songwriting, che si esplica in melodie tanto semplici quanto efficaci, sia da parte dei synth che della voce, passando per la chitarra solista, che punteggia il brano qua e là con un sognante tema ricorrente; la canzone così fatta, nel complesso, risulta certo piuttosto breve ed anche abbastanza semplice nella sua struttura, ma il valore che possiede è assoluto. Un preludio puramente elettronico, quindi parte Trilobita, una song dal flavour decisamente esotico a causa di una costruzione melodica di stampo orientaleggiante, che solo in alcuni rari momenti diviene più aggressivo e guidato dalla chitarra elettrica, mantenendosi solitamente invece molto melodioso, con le keys a dominare in maniera assoluta. Il risultato di questo mix è un atmosfera indescrivibile a parole, in qualche modo al tempo stesso calma e movimentata, dall’appeal addirittura trascendentale, che rende questa composizione, per quanto di nuovo cortissima (ancora sotto ai quattro minuti), il terzo capolavoro assoluto della serie. In contrasto col metal che ha preceduto, giunge ora Kő koppan, pezzo lieve e soffuso all’inizio, in cui la fanno da padrone oscuri giri di synth; pian piano, però, si aggiungono suoni di archi, ed alla fine l’orchestra prende il sopravvento, esprimendosi in melodie antiche ed immaginifiche, in cui ci si perde dentro. Una piccola pausa al centro, più rarefatta, e poi la parte sinfonica torna per concludere un episodio molto particolare, ma comunque anche decisamente piacevole, e che fa immergere l’ascoltatore ancor di più nell’atmosfera cosmica del disco.
Una lunghissima introduzione, solo elettronica inizialmente, poi accompagnata a tratti dalle chitarre pulite, quindi la voce della cantante Ágnes Tóth segna il principio della Vashegyekvera e propria, con un riffage ribassato e dalle sonorità strane e bellissime. Il brano consta quindi, nella prima frazione, di un alternanza tra queste parti pesantissime ed in certi frangenti addirittura ferali, con lo scream che fa capolino, ed altri momenti estremamente delicati e dall’atmosfera fantastica (intendendo ciò sia nel senso di “fantasy” che in quello del valore), con le due parti che finiscono per fondersi, in una mescolanza da brividi. La canzone sembra quindi quasi finita quando il metal lascia spazio ad una apparente coda elettronica, ma poi si riparte con un pezzo ancora più movimentato ed energico, all’inizio, in cui compaiono sventagliate di rapidissima doppia cassa, alternate a momenti più tranquilli, in cui Bakos salmodia in maniera quasi robotica; quindi, rimanendo sulla stessa falsariga, il tempo passa per un po’ a quello tipicamente dance, con il feeling che si fa sempre più bizzarro ed anche malato, da un certo punto di vista, fatto sottolineato anche dai synth, che sono ovunque, ed a tratti vanno addirittura a dominare, prima che la doppia cassa torni a farsi strada, e vada a concludere l’episodio più bizzarro dell’intero disco, ma che nei suoi oltre quattordici minuti di durata non annoia nemmeno per un secondo.
Dopo un intro pieno di suoni, parte Holdkomp, episodio che non ha nulla di metal, vista la quasi totale assenza di chitarre distorte (a parte nella parte finale, più dura del resto), e dominato invece dai synth, più spaziali che mai, ad appoggiarsi sulla sezione ritmica, la quale imposta un tempo piuttosto rapido. Il tutto tende a ripetersi ed a essere molto ossessivo, il che è però un punto di forza, visto che riesce molto bene nel trasportarci in una dimensione eterea e celestiale, facendo risultare il tutto solo l’ennesima traccia di altissima caratura del lotto. Un breve preludio elettronico, quindi Kék ingem lobogó esplode con il suo sapore ancora una volta orientale, con l’accoppiamento dell’elettronica melodiosissima, a cui si conforma anche il cantato, e a riff magari non estremi, ma comunque decisamente heavy; il resto lo fa ancora una volta una composizione melodica veramente vincente, ed abbiamo così un nuovo episodio breve ed anche molto lineare, ma in ogni caso di qualità assolutamente elevata. La seguente Az eső, az eső, az eső comincia con una lieve sezione ambient dal mood sognante, la quale prosegue a lungo, prima che la canzone vera e propria faccia il suo ingresso in scena. Quest’ultima è dominata quasi esclusivamente dalle tastiere (mentre le chitarre sono quasi del tutto assenti), dal sound simil-hammond, che disegnano melodie lievi e soavi al di sopra della sezione ritmica, la quale imposta un ritmo influenzato dalla musica dance, ma che comunque non solo non movimenta il brano, contribuendo al contrario all’atmosfera intima e delicatamente eterea che esso genera. Ottimo, ancora una volta, il songwriting, che riesce a inserire tutta la serie di piccole variazioni musicali e di spunti strumentali brevissimi qui presenti  in maniera perfetta, per l’ennesimo brano di qualità assoluta.  Si torna al metal con il riff potente ed esplosivo di Tar gallyak végül, di sapore molto black melodico, che si alterna nel corso della canzone a parti più soffuse ed electronic-oriented, generando un feeling cupo ed intenso, per quanto comunque il mood  fantascientifico permanga sempre, lungo tutta la breve durata di questa buonissima song per gran parte strumentale. Siamo quasi alla fine: la closer track Minden test fű comincia con un altro riff black metal, stavolta di quelli più ferali, a cui segue un ritmo per una volta rapidissimo ed estremo, accompagnato dallo scream di Kátai, mai così aggressivo (e che qui arriva addirittura a ricordare quello di Gaahl dei Gorgoroth), a cui si contrappongono solo le melodie della lead guitar e delle tastiere, le quali rimangono però spesso in sottofondo. Il brano si evolve quindi sempre sulla stessa turbolenta falsariga, mantenendo la componente black ben presente per più della metà della propria durata, prima che il riapparire delle clean vocals preluda ad una coda finale più calma, e che riprende il metal spaziale già sentito lungo gran parte del disco, per concluderlo poi in bellezza,  con la sua traccia certo più eterogenea rispetto al resto, ma comunque ancora una volta di valore alto.
Finita quest’ora di viaggio nello spazio, si sente quasi la mancanza del meraviglioso feeling cosmico che il disco evoca. Siamo insomma davanti ad un capolavoro assoluto, che sfiora la perfezione; dall’altra parte, è anche vero che forse questo disco non è per tutti, ma risulta in ogni caso eccezionalmente accessibile rispetto alla media del genere, vista la semplicità, almeno a livello strutturale, della maggior parte delle composizioni.  Il mio consiglio, quindi, è di dare una possibilità a Rengeteg e più in generale ai Thy Catafalque, specie se vi piacciono le atmosfere spaziali, nel qual caso è praticamente impossibile che possiate rimanere delusi. Buy or die!
Voto: 98/100

Mattia

Tracklist:
  1. Fekete mezők – 09:20
  2. Kel keleti szél – 03:59
  3. Trilobita – 03:52
  4. Kő koppan – 04:38
  5. Vashegyek – 14:08
  6. Holdkomp – 05:45
  7. Kék ingem lobogó – 03:51
  8. Az eső, az eső, az eső – 05:23
  9. Tar gallyak végül – 03:47
  10. Minden test fű – 05:11
Durata totale: 59:54
Lineup:

  • Tamás Kátai – voce harsh, chitarra, basso, drum programming, tastiere
  • Attila Bokos – voce clean (guest)
Genere: avant-garde metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Thy Catafalque

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