The Knell – Harm (2007)

Tra le band che si sono affermate negli ultimi anni a livello internazionale, una delle più particolari sono sicuramente gli israeliani Orphaned Land: il loro singolare miscuglio tra death metal, progressive e musica tradizionale mediorientale è riuscita, negli scorsi anni, a far conseguire alla band un grande successo, per giunta assolutamente meritato. Il gruppo di Yossi Sassi e Kobi Farhi non è però un caso isolato, in patria: nonostante i suoi tanti ed importanti problemi, la nazione ebraica può lo stesso contare, difatti, su di una scena metal non troppo grande, ma piuttosto variegata al suo interno. I The Knell appartengono proprio ad essa: nascono a 1998 a Gerusalemme, e nel loro primo (e fin’ora unico) full lenght in studio, Harm del 2007, si propongono in qualcosa di piuttosto lontano dai più illustri compatrioti (ma relativamente vicino alle loro primissime mosse): un death/doom metal lentissimo che sfora molto spesso nel funeral, influenzata da gruppi come Evoken e Skepticism, ma anche dai My Dying Bride e dalla primigenia scena inglese. E’ necessario, prima di cominciare la disamina dei singoli brani, spendere qualche parola anche per la produzione: si rivela moderna  e dai suoni puliti, ma non molto attenta alle dinamiche ed ai bilanciamenti tra i suoni, con i bassi che tendono ad essere troppo pieni, creando un effetto strano che può risultare anche fastidioso ai primi ascolti, seppur nelle mie opinioni ciò non infici in ogni caso troppo il valore del prodotto.
Un lungo intro, retto da un funereo pianoforte accompagnato da un sottofondo di vari rumori, poi si comincia con la Black Veil (And Promise) vera e propria. Questa consta di una prima frazione catacombale e dal ritmo estremamente lento, che però all’improvviso accelera in maniera inaspettata e tempestosa, con una parte piuttosto variegata ma con il filo comune dell’impianto ritmico, piuttosto potente in ogni momento. Questa alternanza si presenta  spesso, con i momenti più rapidi che incidono, di norma, piuttosto bene, mentre quelli più propriamente funeral sono meno interessanti: la colpa di ciò è probabilmente in buona parte del tastierista Ernst, il quale è spesso nascosto dagli altri strumenti, e risulta per gran parte del tempo quasi inudibile; inoltre, le sue partiture tendono a seguire quelle del rifferama, e ciò fa si che non si abbia quell’effetto di riempimento che riesce a non rendere noiosi i tempi pur dilatatissimi del genere. Il risultato di ciò è che il brano risulta discreto, ma comunque molto peggiore di quanto poteva essere altrimenti. Un altro preludio di durata non indifferente, stavolta dominato da una misteriosa chitarra acustica, poi Idem si avvia, lenta ma costante, anche nella sua evoluzione, che porta i riff a progredire pian piano, pur mantenendo una certa apprezzabile falsariga di fondo; a rendere il tutto ancora più efficace ci pensa poi il growl di Noam, cavernoso e bassissimo, che punteggia la canzone qua e là, mantenendo alta la soglia di attenzione. Una frazione con la sola batteria ad accompagnare degli strani rumori (e qualche vocalizzo), poi la seconda parte della song esplode in tutta la sua intensità: abbiamo così un vortice di chitarre lento e dalla forte carica lirica in aumento sempre di più fino al gran finale, la quale ben ricorda la scena albionica di inizio anni ’90, ed accresce il valore, peraltro già non indifferente, di questo buonissimo episodio, forse il migliore in assoluto del disco. Con la successiva Angel Sobbing, per una volta si entra subito nel vivo, con un riffage lento che lascia poi spazio ad aperture più soffuse, le quali si alternano ad un lento tempo dagli echi quasi blues, ma con ritmiche pesantissime, puro death/doom della primissima scuola. Su tutto, svetta un buon songwriting, che fa funzionare certi momenti molto bene, anche se c’è da dire che alcuni tratti, in special modo quelli più funerei, risultano invece abbastanza monotoni e mancanti di punti di interesse (principalmente per i motivi già spiegati), ed abbassano perciò sensibilmente la qualità media del brano.
Jerusalem Frost comincia con un riff lento e piuttosto intenso dal punto di vista del pathos, il quale però si perde nella parte principale della canzone,  certo non inascoltabile ed anzi generante una discreta atmosfera oscura, ma a tratti veramente troppo monocorde e priva di qualsivoglia spunto di interesse, fatto non aiutato certo dall’essere la traccia più lunga del lotto, per quanto alcuni fraseggi posti qua e là tirino su di nuovo la soglia dell’attenzione. A risollevare le sorti del brano giunge la seconda parte, con più mordente e velocità, seguita da una breve coda anch’essa tombale, ma comunque apprezzabile (per quanto non sia chissà cosa), a suggellare un pezzo appena sufficiente, nel suo complesso. Nella successiva Encounters of Flames, nonostante il tempo sia bassissimo, l’impianto ritmico è leggermente più movimentato della media del disco, oltre a risultare di buona fattura; ciò, unito a momenti che aumentano di velocità, e ad un’atmosfera malvagia ed oscura come la notte, rendono la traccia, per quanto per gran parte semplice ed ossessiva, in ogni caso uno dei migliori del lavoro. Molto buona anche la sezione conclusiva, più aggressiva e con le keys che finalmente riescono ad uscire leggermente dal sottofondo, insieme ai suoni delle chitarre acustiche che inframmezzano qua e là, rendendo questo più che discreto brano più incisivo atmosfericamente, col loro tappeto di vaga reminiscenza Thergothon. Senza soluzione di continuità (quasi non ci si accorge del cambiamento, come anche altrove nel disco), arriva la title-track Harm, inizialmente lenta, ma che poi aumenta la propria componente estrema, divenendo più dissonante e rapida; punto di forza risultano pure i fraseggi delle chitarra, a tratti pure di vaga reminiscenza black metal, che arricchiscono la struttura ritmica, rendendola molto più efficace. Tutto ciò, unito ad una struttura che tende a variare abbastanza rispetto alla media, ed alla durata più breve del lotto (soltanto cinque minuti e mezzo) rendono questo episodio il più valido del disco insieme ad Idem. E’ ora il turno della conclusiva Winter Shade, la cui prima parte è veramente lentissima, ed a dire il vero anche piuttosto statica, visto che poco o nulla succede, ed è il tedio a dominare; la frazione successiva è invece migliore, più incisiva, anche se comunque non riesce a coinvolgere appieno, e risulta in qualche modo smorzata. Come già sentito altrove, arriva in seguito un’alternanza tra momenti più lenti ed altri più rapidi e pesanti, con la qualità che si rivela altrettanto altalenante, passando da momenti anche buoni, convincenti soprattutto a livello dell’intensità sentimentale, ad altri piuttosto stantii ed insignificanti, che non comunicano niente; questa closer track si rivela alla fine,  senza infamia e senza lode.
Alla fine dei giochi, abbiamo un disco decente, che presenta alcuni particolari riusciti, ed altri meno: ad alcune canzoni di valore e spunti in ogni caso interessanti nelle altre, si contrappongono, oltre ai suddetti problemi di produzione, la noia che alcuni momenti, ed in maniera speciale quelli più lenti, portano con se. Credo quindi che se volete un capolavoro, potete tranquillamente lasciar stare i The Knell; se però funeral e death doom primigenio vi aggradano, potete anche dare un ascolto a quest’album,magari giusto per curiosità, potendovi forse trovare anche qualcosa di interessante.
Voto: 69/100
Mattia
Tracklist:
  1. Black Veil (And Promise) – 08:11
  2. Idem – 08:07
  3. Angel Sobbing – 06:37
  4. Jerusalem Frost – 08:16
  5. Encounter of Flames – 07:25
  6. Harm – 05:37
  7. Winter Shade – 07:41
Durata totale: 51:54
Lineup:
  • Noam – voce
  • Alec – chitarra
  • Alon – chitarra
  • Ernst – tastiera
  • Nir – batteria
Genere: death/doom metal
Sottogenere: funeral doom metal

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