Black Sabbath – Sabbath Bloody Sabbath (1973)

1972: i Black Sabbath pubblicano Volume 4, l’ennesimo album memorabile della loro allora ancor brevissima carriera discografica. Passa poco tempo, e la band, con l’infaticabile Tony Iommi saldamente al comando, torna in studio per incidere un nuovo capitolo discografico, tuttavia qualcosa si inceppa: la band incappa difatti in un improvviso ammanco di creatività (favorito anche dall’eccessiva leggerezza con cui i membri della band, eccetto il chitarrista, prendono la sessione, come egli stesso racconta nella sua autobiografia), ed è costretta ad abbandonare lo studio di registrazione. Sembra ormai tutto finito, l’ensemble di Birmingham appare sull’orlo dello scioglimento, ma Iommi non si arrende, e gioca un’ultima carta: noleggia quindi il sinistro Clearwater Castle, nella contea di Glouchester, per cercare di ricreare l’atmosfera oscura che aveva fatto grandi i lavori precedenti della band. Il risultato finale risultò particolare: se infatti il blocco si dissolse come neve al sole, ed le registrazioni proseguirono anche con una certa facilità, il risultante Sabbath Bloody Sabbath si rivela molto meno cupo dei suoi predecessori, mostrando inoltre una spiccata vena sperimentale e progressiva, che sviluppa enormemente gli spunti in tal senso già sentiti nel predecessore. Sul piano della qualità, però, poco cambia: come vedremo infatti tra pochissimo, nonostante la sua diversità l’album risulta comunque di una qualità altissima, e non ha assolutamente nulla da invidiare agli episodi discografici che lo precorrono.
Sin dall’attacco, col celeberrimo e bellissimo riff principale di Sabbath Bloody Sabbath, si sente che qualcosa è cambiato: i toni oscuri dei dischi precedenti sono scomparsi quasi del tutto, sostituiti da un atmosfera più solare e prog-oriented, per quanto i suoni abbiano in ogni caso ancora una certa durezza. Un’altra dimostrazione della svolta è la struttura: si rivela piuttosto variabile, ed inizialmente passa da momenti più duri e pesanti ad altri più lievi e delicati, accompagnati da un Ozzy Osbourneche riesce ad adattare i suoi vocalizzi entrambi i momenti con una versatilità mai sentita in passato (e nemmeno in futuro); il tutto sfocia poi in una frazione centrale strana e dissonante, ma lo stesso fantastica, che lascia il posto a sua volta alla parte finale, del tutto strumentale, che va a concludere una title-track in ogni caso di qualità impressionante. La successiva A National Acrobat inizia in maniera parecchio tranquilla, con ritmiche distorte ma molto melodiche e dal flavour etereo, su cui si appoggia eccelsamente anche Ozzy, fautore di un cantato psicotropico; il risultato è una prima frazione dal feeling molto particolare, indescrivibile a parole, ma veramente avvolgente, in cui quasi ci si perde dentro. Seguendo l’esempio della canzone precedente, poi, il brano tende ad evolversi, presentando una lunga sezione centrale sincopata ed ancor più psichedelica, che prelude ad un gran finale più rapido ed esplosivo, un vortice di note con diversi passaggi anche ad alto tasso tecnico, il quale mette la parola fine su una traccia lunga sì sei minuti, ma senza nemmeno un secondo che non sia da pura estasi musicale. Arriva quindi Fluff, un interludio strumentale piuttosto lungo, in cui la fanno da padrone le tastiere e le chitarre acustiche, entrambe suonate da Iommi (è presente in sottofondo anche il basso di Geezer Butler, ma giusto come accompagnamento); nel complesso, pur essendo forse qualcosa di estremamente diverso anche in un disco molto vario come questo, il presente pezzo non da fastidio per nulla, ma anzi riesce in ogni caso a coinvolgere, con il suo feeling dolce e delicato. Si torna quindi a suoni più heavy con Sabbra Cadabra, uno dei più grandi classici della band, il quale inizia col suo celebre riff, che va man mano appesantendosi, fino ad esplodere in tutta la sua dirompente energia, possente ed in qualche modo al tempo stesso festosa e darkeggiante; la parte iniziale sfuma poi in una parte di impronta più prog, con le bellissime tastiere ed i suoni del pianoforte (qui suonati dall’ospite Rick Wakeman degli Yes) ad accompagnare la band, per un finale ancora una volta ritmicamente complesso e pieno di intrecci di suoni e di fraseggi, ma che comunque non perde un millesimo della qualità immensamente alta del complesso, in virtù della quale esso risulta, alla fine dei conti, probabilmente addirittura il migliore qui dentro. Merita di esser menzionato anche il testo, piuttosto dolce e romantico, ottimo esempio di come i Black Sabbath, nelle loro liriche, riuscissero a parlare di qualcos’altro che non di occulto o di droga.
Le liner notes del booklet dell’album affermano che Killing Yourself to Live sia la prima canzone grunge ante-litteram della storia, ed anche se ciò non è del tutto vero, non è comunque troppo lontano dalla realtà: seppur l’impianto ritmico sia puramente sabbathiano, coi potenti e cupi riff di trademark al 100% Tony Iommi (questa è infatti forse la song più “old style” del presente disco), le strofe sono infatti molto psichedeliche, ed il suono generale è anche piuttosto grezzo, probabilmente volutamente; altro elemento che può ricondurre al genere musicale nato a Seattle sono inoltre i ritornelli, in cui Ozzy urla, in maniera anche parecchio rabbiosa a tratti. La metà migliore della traccia è però la seconda, più distesa ed inizialmente di stampo heavy progressive, poi più rapida ma sempre solare e mai aggressiva, in cui dominano per lunghi tratti ottimi lead di chitarra, a coronamento dell’ennesimo capolavoro assoluto della tracklist. E’ il turno poi di Who Are You, altra canzone molto particolare, dato che le chitarre sono del tutto assenti, e sopra alla sezione ritmica si appoggia solo un sintetizzatore dai toni fantascientifici. Ne consegue un atmosfera spaziale e misteriosa, che risulta dannatamente intrigante e coinvolgente; degno di nota pure lo stacco centrale, in cui scompaiono anche basso e batteria, la quale aumenta ancor di più il feeling misterioso e sci-fi del tutto. Il risultato finale è un brano che definire anche solo space rock è impossibile (non avendo appunto chitarre), ma che comunque non solo non stona col resto, rivelandosi anzi tra gli esperimenti più riusciti dell’intero platter, persino. Si torna a qualcosa di più “normale” con Looking for Today, traccia di chiara ascendenza progressive, sia nel particolare ritmo impostato da Bill Ward, sia per gli stacchi più soffusi e retti dalla chitarra pulita, in cui spuntano delicate keys; nonostante ciò, però, il riffage rimane prepotentemente hard rock, e riesce per giunta ad incidere molto bene. Ad ogni modo, ottima l’impostazione strutturale del pezzo, che sa quando pestare  sul pedale della potenza e quando invece frenarsi, e molto buoni anche i ritornelli, piuttosto ossessivi e psichedelici, per un episodio forse inferiore a ciò che l’ha preceduto, ma in ogni caso di una qualità che molti gruppi odierni, anche molto blasonati, possono solo sognarsi. Siamo in dirittura d’arrivo: dopo un lungo intro gestito dalla sola chitarra acustica, molto bello, parte la closer track Spiral Architect, l’episodio più aderente ai canoni del progressive rock  dell’intero platter, e che conta perciò su una struttura molto variabile e su di atmosfere cangianti e molto rilassate, aiutate dai bei synth simil-sinfonici qui presenti un po’ ovunque. Non si può non citare, poi, il songwriting, specie per quanto riguarda Iommi, le cui partiture sono da urlo in ogni passaggio, ciliegina sulla torta di una canzone che si rivela si decisamente particolare (come l’album che va a concludere, del resto), ma comunque di altissima qualità.
Alla fine dei giochi, abbiamo un album che se non raggiunge, a mio avviso, il massimo dei voti è solo per un soffio, rivelandosi in ogni caso un capolavoro degno dell’immortalità. Certo, c’è anche da dire che forse per un heavy metal fan duro e puro, l’heavy progressive sperimentale qui presente sarà meno appetibile della potenza e dell’oscurità degli altri dischi del primo periodo del gruppo; credo, tuttavia, che questo sia lo stesso un lavoro da avere assolutamente nella propria collezione, anche se (come me, del resto), non siete poi così fanatici del genere progressive rock, sia pur nella sua incarnazione più hard.
Voto: 99/100
Il primo dicembre 1973 usciva Sabbath Bloody Sabbath, l’album più sperimentale della carriera dei Black Sabbath, ma che comunque conserva tutta la classe del gruppo inglese, ed a tanto tempo di distanza non perde assolutamente nulla della sua originale freschezza. Questa recensione ne vuole celebrare il quarantesimo anniversario.
Mattia
Tracklist:
  1. Sabbath Bloody Sabbath – 05:42
  2. A National Acrobat – 06:16
  3. Fluff – 04:10
  4. Sabbra Cadabra – 05:55
  5. Killing Yourself to Live – 05:40
  6. Who Are You – 04:10
  7. Looking for Today – 04:59
  8. Spiral Architect – 05:29
Durata totale: 42:21
Lineup:
  • Ozzy Osbourne – voce
  • Tony Iommi – chitarra e synth
  • Geezer Butler – basso
  • Bill Ward – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: heavy progressive

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