Otyg – Älvefärd (1998)

Seppur il folk metal, ed in special modo la sua incarnazione scandinava, si sia affermata solo a partire dalla prima metà del 2000, il genere esisteva già dal decennio precedente, per quanto la maggior parte delle band di quel periodo fossero lontane dal folk moderno, essendo legate fortemente invece ancora al black. Eppure, delle eccezioni a questo fatto c’erano, e gli Otyg vi rientrano appieno: nascono in Svezia nel 1995 dall’unione di diversi musicisti, tra i quali figurava anche il singer Andreas Edlund, proveniente dai particolarissimi Vargatron: se infatti il loro impianto ritmico era del tutto black metal, il cantato era però spesso in pulito; il gruppo poi si scioglierà, ma Edlund, adottando il nome di battaglia Vintersorg con cui è famoso ancora oggi, riprese i loro pezzi e creò il suo celebre progetto solista. Terminando la divagazione, la stessa idea fu sviluppata ancor di più negli Otyg: il loro stile è difatti un folk metal che nonostante conti su un riffage di chiara derivazione black metal, specie nelle sonorità, non risulta  per nulla estremo, né nelle atmosfere né tanto meno nei ritmi, presentando invece canzoni semplici e brevi, nonché dal mood sereno e disteso. Il tutto è inoltre connotato in maniera forte tanto dai fraseggi del violino di Cia Hedmark quanto dalla voce baritonale di Vintersorg, per uno stile molto personale, che rende sia l’esordio Älvefärd (album in questione della recensione) del 1998 che il seguito dell’anno successivo, Sagovindars Boning, due album unici nella storia del metal (anche se ciò, come vedremo tra pochissimo, non è però  propriamente un punto di forza).
L’iniziale Huldran attacca subito, senza nemmeno un intro, e va immediatamente al punto: abbiamo perciò un pezzo che è la perfetta bandiera dell’album, constando di una struttura lineare che alterna ritornelli e strofe in maniera molto classica, spezzandosi solo in occasione dell’assolo di violino centrale, tra l’altro di pregevole fattura con la sua atmosfera più soffusa ed intima, il quale aiuta questa opener, che grazie ad essa raggiunge un valore decisamente buono. Dopo un’introduzione tutta affidata al violino (ed anche allo scacciapensieri di Samuel Norberg), parte quindi I Trollberg Och Skog, brano dal mood allo stesso tempo sereno e vagamente oscuro, che ha dalla sua un buon songwriting, specie nelle parti in cui le ritmiche di chitarra duellano col violino; la struttura inoltre è sempre semplicissima, constando praticamente nell’incessante ripetizione del titolo, e varia poco, anche se qua e là appaiono, saggiamente dosati, diversi piccoli particolari musicali, che rendono la canzone ancora migliore, probabilmente tra le più valide dell’intero album. Un altro intro gestito dal violino, quindi si avvia Älvadimmans Omdaning, dal ritmo in tre quarti lento e sincopato, in cui ancora una volta domina il dualismo chitarre/violino; per il resto c’è ben poco da dire, il pezzo è veramente semplicissimo, ma l’atmosfera vagamente decadente ma ancora una volta tranquilla lo rendono comunque decente, per quanto non sia nulla di che. Segue Ulvskrede, song più rapida e più potente (per quanto le chitarre non aggrediscano mai molto), che ha dalla sua un buon refrain, dal mood malinconico e sognante, ed in generale una buona impostazione compositiva, che la fanno essere piuttosto coinvolgente, nonché una delle canzoni più belle dell’album, malgrado l’ancora estrema semplicità della sua struttura. Dopo un intro col cantato di Vintersorg accompagnato dalla chitarra acustica del bassista Daniel Fredriksson, parte un brano più incalzante della media del disco, per quanto non si raggiungano mai velocità nemmeno lontanamente da metal estremo. In ogni caso, questa Fjällstorm può contare su una buona parte centrale, più d’atmosfera del resto, ed una composizione melodica molto attenta, che la rendono un’altra traccia molto buona. Giunge quindi il turno di I Höstlig Dräkt, la quale si avvia subito lenta e potente, con un incedere imponente e maestoso persistente per tutte le strofe, le quali si alternano al mood più delicato dei soffusi chorus, in cui Vintersorg duetta con la soave voce della Hedmark; il resto lo fa il violino di quest’ultima, melodico nei momenti più soffusi e quasi dissonante in quelli più heavy, ed una composizione ritmica più varia, specie da parte del drummer;  il miglior episodio in assoluto dell’intero album è in questo modo compiuto, molto semplice ma validissimo.
Giunge ora Myrdingar – Martyrium, la quale presenta una doppia faccia: se infatti la parte principale, con l’accoppiata strofe-bridge rende anche piuttosto bene, certi passaggi, specie quelli più sincopati e strani, non riescono ad incidere molto, ed a tratti danno persino fastidio. Completa il quadro un buon assolo centrale di flauto, seguito però da una parte finale meno efficace, ed abbiamo così un brano sufficiente, ma nulla più. Introdotta da un preludio strumentale relativamente lungo, parte quindi Allfader Vise, un pezzo ossessivo e piuttosto ripetitivo, anche se in questo caso ciò non è un difetto, ma anzi rende il tutto più vorticoso ed avvolgente; ottimo poi l’assolo centrale, ancora una volta gestito dal flauto, ciliegina sulla torta di una traccia magari non eccelsa, ma comunque di buona caratura. Un intro di un acutissimo flauto, dal feeling allegro, poi parte Fjälldrottningens Slott, movimentatissima sia ritmicamente che dal punto di vista degli strumenti folk, mentre le chitarre sono autrici di un bellissimo rifferama dal mood vagamente epico; i “refrain” sono invece più calmi, ma comunque mantengono la qualità delle strofe, ed il tutto è inframezzato da vari interludi, alcuni melodici e per dei tratti anche del tutto folk, senza elementi metal, altri dal flavour quasi epico, che contribuiscono ancor di più alla buona riuscita della song, la quale risulta, alla fine dei giochi, la migliore qui dentro insieme a I Höstlig Dräkt. La successiva Trollpiskat ödemarksblod si rivela ritmata, e consta ancora una volta su una struttura semplice, il che le fa avere  troppo il sapore del già sentito, ormai; nonostante ciò, i ritornelli sono comunque interessanti, e decente è anche il solo centrale di violino, per una canzone ancora una volta non più che discreta. Dopo un fraseggio di chitarra acustica, parte perciò Draugen, un pezzo che va avanti ripetendone il buon tema, ma senza comunque risultare troppo ripetitivo, grazie anche all’alternanza con alcuni intermezzi diversi, ma tutti accomunati da un flavour vagamente più oscuro del resto del disco. Questo, insieme ad alcuni riusciti stacchi ritmici, rendono il tutto in ogni caso di buon livello, per quanto comunque l’effetto “ripetizione” né abbassi l’interesse. In coda giunge la ballata Skymningsdans, che dopo un intro molto soffuso, e coi soli strumenti folk, aumenta di poco la sua potenza, ma senza che l’elettricità entri in scena, con la sola sezione ritmica di sottofondo. Solo i ritornelli presentano infatti le chitarre distorte, ma anche essi si conformano all’atmosfera nostalgica e quasi tenera della song, non aggredendo affatto. Grazie a tutto ciò, abbiamo qui una delle canzoni migliori dell’album, nonché una semi-ballad che pur non essendo nulla di memorabile, fa il suo compito, rivelandosi efficace nonché molto risaltante, e dando all’album un finale speciale.
Abbiamo insomma tra le mani un disco a due facce, che dalla sua ha una manciata di buoni episodi, ma dall’altro lato risulta davvero troppo omogeneo, e senza un pezzo che riesca a fare davvero la differenza. Purtroppo, la spiccata originalità degli Otyg non è sufficiente a renderli interessanti, visto appunto i difetti elencati; per questo, sono molto perplesso dal fatto che dopo lo split seguito a Sagovindars Boning, la band si sia riformata l’anno scorso, e mi chiedo se la band riuscirà ad emergere, nel panorama odierno che riesce ad amalgamare metal e musica popolare in maniera molto meno noiosa e molto più efficace. Ecco perché, quindi, Älvefärd vi è consigliato se siete curiosi di sentire qualcosa di diverso; se però cercate capolavori, nel folk metal li troverete altrove.
Voto: 73/100
Mattia
Tracklist:
  1. Huldran – 03:29
  2. I Trollberg Och Skog – 03:34 
  3. Älvadimmans Omdaning – 03:10
  4. Ulvskrede – 03:05
  5. Fjällstorm – 03:08 
  6. I höstlig dräkt – 04:44 
  7. Myrdingar – Martyrium – 03:27 
  8. Allfader Vise – 03:58 
  9. Fjälldrottningens Slott – 03:35
  10. Trollpiskat ödemarksblod – 02:58 
  11. Draugen – 03:18
  12. Skymningsdans – 03:20
Durata totale: 41:46
Lineup:
  • Vintersorg – voce e chitarra
  • Cia Hedmark – voce e violino
  • Mattias Marklund – chitarra
  • Samuel Norberg – scacciapensieri
  • Daniel Fredriksson – basso
  • Stefan Strömberg – batteria
  • Linda Björkman – flauto (guest)
Genere: folk metal
Sottogenere: melodic folk metal

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