Metal Church – The Dark (1986)

Il power metal degli anni ’80 è un genere inaspettatamente difficile da catalogare: mentre alcuni lo considerano power vero e proprio, altri, compreso il sottoscritto, lo vedono solo come una versione più complessa dello speed, risultando quindi un sottogenere heavy a tutti gli effetti. Nonostante ciò, però , questo stile ha effettivamente delle connessioni col power propriamente detto: ne è infatti un antenato diretto, dal quale tale genere deriva, attraverso l’evoluzione avvenuta successivamente. Non stupisce quindi che mentre le primissime mosse dello speed power tedesco si originassero dall’heavy cupo e rapido di gruppi quali Running Wild e Grave Digger, negli Stati Uniti lo speed della seconda ondata si fondesse a volte col thrash: anche in questo caso, la scena locale ne fu influenzata, con gruppi power moderni quali gli Iced Earth che ancora oggi hanno forti influenze di tale genere nel loro sound. Tra questi gruppi ottantiani, un posto di tutto rispetto lo meritano certo i Metal Church: se il loro monicker è già una sufficiente dichiarazione d’intenti, ancora di più lo è il primo disco omonimo del 1984, che fondeva speed, heavy classico ed il thrash meno estremo in un affresco tanto fascinoso quanto oscuro, viste le intense atmosfere cupe che riusciva ad evocare . Due anni dopo, la band capitanata dal chitarrista Kurdt Vanderhoof tornava sul mercato con un nuovo album The Dark, il quale, se da un lato non riusciva a qualitativamente a raggiungere il suo meraviglioso predecessore (un compito peraltro quasi impossibile), si rivelava comunque ancora di alta qualità, come vedremo tra poco; in esso, la componente thrash si faceva ancora più marcata, ma il suono della band non si snaturava verso quello stile pur tanto in voga allora, con gli influssi più classici che rimanevano ancora maggioritari nel suono della band. Prima di cominciare, una parola anche per la produzione: ottantiana, ma dal flavour anche piuttosto moderno, è molto potente, con le chitarre, probabilmente ribassate, che hanno un suono stupendo ed aiutano molto la buona riuscita del disco.

Qualche colpo di batteria, poi si avvia Ton of Bricks, un brano all’insegna dello speed metal più puro, con tutti i crismi del genere: il riff principale a mitragliatrice, ed in questo caso con reminescenze thrash, le armonizzazioni heavy classico ed anche vagamente NWOBHM che spuntano qua e là, e la struttura che va subito al punto. Oltre a questo, però, c’è dell’altro: per esempio, abbiamo un impostazione batteristica particolare da parte di Kirk Arrington, che a tratti tiene il ritmo solo sul rullante, ma soprattutto vi è un ottimo songwriting, molto competente e che si esplica sia nelle ritmiche, sempre potentissime ed efficaci, sia negli ottimi lead, col complesso che rende questa opener decisamente di alta qualità. La successiva Start the Fire si rivela una delle song più thrash-oriented del lotto, ma che comunque non perde mai la spiccata vena melodica del power ottantiano; a fare il resto ci pensa un’impostazione ritmica sempre vincente, un David Wayne in stato di grazia, con la sua voce acuta ed estremamente graffiante, ed una parte solistica grandiosa, quasi epica, ed abbiamo così una canzone si semplice, ma tra le migliori in assoluto del disco. E’ ora il turno di Methods to Your Madness, una traccia più articolata delle precedenti, sia a livello strutturale, sia a quello del mood, che nella sua evoluzione ricorda anche, da lontano, addirittura il progressive metal. Niente paura, però: il riffage è comunque compatto, e l’insieme non perde una virgola della potenza della band, se si fa eccezione per lo stacco centrale, più soffuso e gestito praticamente dalla sola sezione ritmica. Il punto debole è invece rappresentato dai refrain, meno incisivo del resto della song, e che presenta un’atmosfera forse troppo rilassata rispetto all’oscurità del resto; ciò però non danneggia la traccia nella sua sostanza, che alla fine dei giochi risulta comunque molto buona. Dopo tre canzoni tanto pestate, il disco tira il fiato con Watch the Children Pray, una semi ballad che strutturalmente risulta piuttosto tradizionale: abbiamo infatti la classica alternanza tra ritornelli distesi e retti dalle chitarre acustiche (che qui, a proposito, hanno un bellissimo suono echeggiato) ed i refrain, che invece esplodono con potenza. Nonostante ciò, però, il feeling qui presente è decisamente diverso da quello delle ballad: abbiamo infatti un mood intenso ma anche assolutamente cupo e pure, nei ritornelli, rabbioso, il quale non assomiglia di sicuro né a quella delle ballate più tristi e malinconiche, né tantomeno, ovviamente, a quella felici. In ogni caso, ottimo anche la sezione centrale, ancora più possente del resto, ciliegina sulla torta di uno dei migliori brani del lotto, lungo sei minuti ma senza il minimo momento morto. Si torna a pestare con Over My Dead Body, traccia prepotentemente speed-oriented che consta di tre minuti e mezzo di pura rapidità; nonostante questo, l’impostazione ritmica è piuttosto varia, e tende a trasformarsi, presentando variazioni molto ben dosate, il che rende il pesante rifferama dannatamente efficace in ogni suo singolo passaggio, per un episodio nuovamente di qualità assoluta.
La title-track The Dark è, se possibile, ancora più cupa delle restanti canzoni, con i suoi riff, bassi ed incidenti, che con le loro armonizzazioni, ancora una volta a cavallo tra heavy e thrash, riescono benissimo ad evocare un atmosfera lugubre ed estremamente coinvolgente; tale sensazione si amplifica ancor di più, poi, nei bellissimi ritornelli, neri come la notte, e che catapultano l’ascoltatore dritto in un film dell’orrore. Bella anche la lunga sezione strumentale centrale, molto variegata e capace di riuscire ad impreziosire la canzone persino più di quanto non sarebbe altrimenti, facendola risultare probabilmente addirittura la migliore del lotto. La seguente Psycho è ossequiosa al suo titolo ed alle sue liriche, essendo una scheggia di speed metal impazzita e velocissima, le cui strofe presentano un riffage circolare ed avvolgente, nonché di caratura elevata; il chorus è invece più tranquillo, per quanto sia comunque potente e condito dalle urla di un rabbioso Wayne. La parte migliore è però quella centrale, meno rapida ma con un riff veramente stupendo, melodico e pesantissimo allo stesso tempo, che spezza il brano a metà, prima che la parte principale torni a concludere l’ennesimo episodio eccellente. Arriva poi Line of Death: forse intesa come la traccia filler del disco, presentando meno mordente di ciò che ha intorno, è comunque un pezzo di valore più che buono, potendo contare su ottime trame chitarristiche, sia nelle ritmiche che nei soli, e su di una bellissima frazione centrale, a tratti rallentata e colma di pathos, in altri momenti più cadenzata e potente. Il punto di forza assoluto sono però i refrain, dal feeling difficile da descrivere a parole, essendo in qualche modo sentimentalmente intenso, specie nella  loro seconda parte,in cui diventano addirittura quasi soffusi. Dopo un intro strano, che viene fuori come dal nulla ed in cui dominano le quattro corde di Duke Erickson, parte quindi Burial at Sea, un’intensa cavalcata dal feeling addirittura quasi epico, oltre che sempre darkeggiante, essendo aiutata in ciò anche dal tempo, qui molto meno rapido che altrove, ed accompagnato da ritmiche che preferiscono dare ariosità alla canzone che spingere sull’acceleratore. Per il resto, il pezzo può contare su di un songwriting ancora una volta accurato, che dosa molto bene piccole variazione, rendendo molto interessante anche una canzone molto lineare come questa. Si torna alla velocità con la traccia conclusiva, Western Alliance, uno schiacciasassi che travolge tutto e tutti con il suo riff a mitragliatrice, di retrogusto addirittura NWOBHM, e che va subito al punto, con strofe e ritornelli a susseguirsi in rapidissima successione, spezzandosi solo in occasione della buonissima frazione centrale, a tratti anche parecchio bizzarra (specie nei suoni), altrove più orientata invece verso l’heavy metal classico. Completa il quadro un bel testo, che narra della seconda guerra mondiale dal punto di vista degli alleati, ed abbiamo così una traccia di tutto rispetto, che chiude l’album in maniera assolutamente degna.
Insomma, questo The Dark è un album di fattura più che ottima, che riesce ad agguantare addirittura il livello di capolavoro. C’è da dire tuttavia, dall’altra parte, che forse quest’album (e più in generale, lo sono i Metal Church) non è per tutti: nonostante la semplicità di molte canzoni, infatti, l’oscura atmosfera è praticamente impenetrabile, quasi come fosse metal estremo, e ciò lo rende di assorbimento piuttosto difficile. Se siete, tuttavia, tra gli heavy metal lovers che non si arrendono a pochi ascolti, questo è un disco che nelle vostre collezioni non deve mancare, e che di sicuro farà per voi. 
Voto: 92/100
Mattia
Tracklist:
  1. Ton of Bricks – 03:00
  2. Start the Fire – 03:50
  3. Method to Your Madness – 04:52
  4. Watch the Children Pray – 05:57
  5. Over My Dead Body
  6. The Dark – 04:11
  7. Psycho – 04:32
  8. Line of Death – 04:42
  9. Burial at Sea – 04:58
  10. Western Alliance – 03:18
Durata totale: 41:46
Lineup:
  • David Wayne – voce
  • Kurt Vanderhoof – chitarra
  • Craig Wells –  chitarra
  • Duke Erickson –  basso
  • Kirk Arrington – batteria e percussioni
Genere: heavy/thrash metal
Sottogenere: speed metal

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