Domande e Risposte – Acid Ocean

Tra i tanti gruppi che ci hanno contattato nella nostra storia, gli Acid Ocean, oltre ad essere stati in assoluto i primi, sono stati anche tra quelli che, nella persona del loro leader Fabio Serafini, sono stati più amichevoli e disponibili nei nostri confronti. Dopo la recensione del loro sette pollici, uscita ad agosto, far qualche domanda loro era perciò quasi un obbligo, e quindi eccoci qui. Alle domande, risponde lo stesso Fabio, a cui senza ulteriori indugi cedo la parola.
Per cominciare l’intervista, raccontateci la vostra storia…
Fabio Serafini: Gli Acid Ocean sono una formazione stoner/sludge metal attiva da poco più di un anno, ma che in realtà sarebbe dovuta nascere nel lontano 2002. Per una serie di motivi, però, il progetto non è andato in porto e ho dovuto accantonarlo, anche se ho continuato occasionalmente a scrivere nuovo materiale fino all’inizio del 2012. A quel punto mi sono detto: “Se a distanza di dieci anni l’esperimento mi sembra ancora valido, forse è il caso di dargli un’opportunità”. Avendo già due band in attività, sapevo che non sarei riuscito a portarne avanti una terza in pianta stabile, perciò ho optato per una soluzione meno impegnativa: procedere per piccoli progetti mirati e trovare di volta in volta i musicisti con cui realizzarli. Per cominciare ho proposto a Luca Caserini, batterista dei Sixty Miles Ahead, di registrare con me i due brani composti più di recente. L’EP è uscito lo scorso dicembre, in occasione del nostro primo concerto, e due mesi fa abbiamo inciso il brano “Mauerwerk”, scaricabile gratuitamente dalla nostra pagina Bandcamp (http://acidocean11.bandcamp.com).
Il vostro primo EP omonimo è uscito solo nel formato vinile in sette pollici, mentre non lo avete prodotto né in cassetta né in cd: come mai questa decisione, che alcuni giudicherebbero “anacronistica”?
FS: Sei stato anche cauto, qualcuno l’ha definita “una follia”… Inizio col dire che sono cresciuto ascoltando gli LP di mio padre e che i miei primissimi acquisti musicali erano su vinile, per cui il mio affetto per questo formato viene da molto lontano. Quando ho finalmente deciso di fondare gli Acid Ocean c’erano questi due brani già pronti, “Apathetic” e “Diatom”, e ho subito pensato che si sarebbero prestati bene alle facciate di un 45 giri. Una volta concepita l’immagine di copertina – la mano con sette pollici, realizzata dall’amica Chiara Lupi – la scelta di pubblicare i brani su vinile e non in altri formati è venuta di conseguenza. Va comunque detto che i brani sono ascoltabili anche in streaming, perciò la scelta del formato non è così vincolante.

Tra l’EP ed il vostro singolo digitale Mauerwerk c’è una bella differenza: quando i due brani del primo sono di uno sludge metal piuttosto potente, anche se personale, il secondo è un pezzo ancora più strano, psichedelico, dominato com’è nella prima metà dalle chitarre non distorte. Qual è, tra questi due stili, quello che vi rappresenta meglio?FS: Entrambi e nessuno dei due, direi. La matrice del nostro sound è in generale più simile a quella del sette pollici: distorta, rocciosa, grezza. D’altro canto “Mauerwerk” ha un mood più introspettivo e un grado maggiore di sperimentazione e di complessità, e da questo punto di vista è altrettanto rappresentativa della nostra natura. Il nostro stile in realtà è più concettuale che musicale, e ogni singola canzone vuole essere un discorso a sé: in base al tema del brano e all’atmosfera che vogliamo ottenere scegliamo le sonorità su cui orientarci, senza farci troppi problemi di genere.
Una delle caratteristiche più peculiari del vostro gruppo è la voce, è sempre distorta da un effetto per chitarra. È una particolarità che avete studiato, oppure vi è venuta fuori casualmente?
FS: Quella di collegare il microfono a un distorsore era un’idea che ho testato dieci anni fa, durante i primi esperimenti per gli Acid Ocean. In questo modo la voce esce compatta e aggressiva, ma mantiene una certa natura liquida, e risulta quindi più profonda e personale rispetto al growl o allo scream. Mi è sempre sembrata una soluzione convincente per le registrazioni, e in futuro inizierò a sfruttarla sistematicamente anche in sede live.
Di cosa parlano solitamente le vostre liriche?
FS: Confusione, sofferenza, rancore, apatia, alienazione… il mondo delle emozioni e degli stati mentali più destabilizzanti si presta piuttosto bene a un’elaborazione musicale. Il più delle volte i testi prendono spunto da esperienze personali, ma non sono mai davvero autobiografici: cerco più che altro di concentrarmi sulle singole sensazioni, slegarle da quello che c’è di mio e renderle “assolute”.
Domanda banale da intervista: quali sono le vostre principali influenze?
FS: In origine gli Acid Ocean erano nati come un laboratorio dove amalgamare tutte le mie influenze non strettamente riconducibili al thrash metal, genere che ho suonato ininterrottamente nel corso degli anni. Non avevo il diretto proposito di fare sludge, stoner o altro, ma solo quello di sperimentare in tutta libertà, e in questo senso ho attinto tanto dai Tool quanto dai Brutal Truth, per rendere l’idea. A ogni modo, senza l’influsso di Kyuss, Melvins e Eyehategod (ma aggiungerei anche i Soundgarden e i primi Anathema), gli Acid Ocean avrebbero sonorità del tutto diverse… o forse non sarebbero mai nati.
Altra domanda, per me solita: vi sono gruppi, metal o meno, che pur essendo lontani anni luce dal vostro sound, amate o addirittura vi influenzano?
FS: Io sono un grande fan del prog degli anni Settanta: Genesis, ELP, Van Der Graaf, Soft Machine… Certamente sono tutte band piuttosto distanti dal nostro genere, ma il loro songwriting è molto illuminante in quanto a varietà espressiva e sperimentazione. In particolare, credo sia da qui che ho preso in prestito l’idea che ogni scelta musicale di un brano deve essere coerente con la storia che racconta o con lo stato mentale che sta esprimendo: questo appare evidente ascoltando una suite di 20 minuti, ma è possibile applicare questo criterio anche a composizioni molto più brevi. In effetti è molto raro che io scriva delle parti musicali senza aver già elaborato il tema di un brano, anche se il testo di solito è l’ultima cosa che scrivo.
Il milanese è probabilmente la zona con più densità di amanti del metal in Italia: in virtù di ciò, riuscite ad avere un buon seguito, nonostante il vostro genere, almeno nel nostro paese, sia assolutamente di nicchia?
FS: Il nostro caso è molto particolare, al di là del genere che suoniamo. Siamo una band con una formazione instabile per definizione, e anche per questo finora non abbiamo avuto un’attività live continuativa, condizione indispensabile per costruirsi una base. Inoltre abbiamo pubblicato solo tre brani fino a questo momento e, per quanto i riscontri siano stati favorevoli, è obiettivamente poco per riuscire a emergere tra i molti nomi meritevoli della scena. Del resto questo primo anno era una fase di rodaggio per noi, il nostro obiettivo era rendere gli Acid Ocean finalmente operativi e ottenere dei feedback positivi. Ci siamo riusciti, e ora possiamo iniziare a guardare avanti.

Quali sono i progetti che avete in mente per il futuro degli Acid Ocean?
FS: Da qualche settimana stiamo lavorando con una nuova line-up sul materiale per il prossimo EP autoprodotto, che vorremmo riuscire a registrare entro la fine dell’inverno, per poi iniziare a promuoverlo in sede live. Sarà composto di tre brani, più lunghi e articolati rispetto a quelli del 7”, e darà un’idea più completa delle varie anime e sonorità che caratterizzano il progetto Acid Ocean. Questo è l’obiettivo prioritario e fondamentale, ma nel frattempo sto componendo nuovo materiale a getto continuo, e non è da escludere che nei prossimi mesi incideremo qualche altra canzone a sé stante, come è avvenuto con “Mauerwerk”. Le idee non mancano, il materiale nemmeno: dobbiamo solo rimboccarci le maniche.

L’ultima domanda è sempre “a piacere”: a voi concludere l’intervista come volete…
FS: Ti ringrazio molto per lo spazio che ci hai offerto, e approfitto di queste ultime righe per chiarire il significato del nome della band, visto che più volte ci è stato chiesto se avesse qualche riferimento a sostanze allucinogene o a tematiche ambientaliste. In realtà “Acid Ocean” è semplicemente il nome di uno dei primi brani a cui ho lavorato agli albori del progetto, nel 2002. Riflettendo sul titolo, mi sono accorto che poteva prestarsi bene a descrivere il sound che volevo creare, corrosivo ma anche profondo, così l’ho eletto a nome del gruppo. E comunque sì, quel brano parlava di LSD.
Beh, grazie di quest’ultimo chiarimento, ma soprattutto per la disponibilità, ed alla prossima intervista!
Mattia

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