Immortal – Sons of Northern Darkness (2002)

Se ai suoi inizi, la scena black metal norvegese era molto unita ed omogenea al suo interno, nella seconda metà degli anni ’90, probabilmente proprio a causa delle famigerate vicende che portarono alla morte del suo leader assoluto, Euronymous, essa ha cominciato a divergere, con ogni band che inevitabilmente si dipartiva dall’incarnazione più “true” del genere per seguire una propria strada. Ecco quindi che, per esempio, i Darkthrone hanno pian piano assorbito influenze punk nel proprio sound, mentre i Satyricon, dopo un periodo altamente sperimentale, hanno trovato una loro personale via moderna. Tra questi gruppi vanno certo elencati anche gli Immortal: dopo una serie di dischi piuttosto ligi ai dettami del black metal più canonico, il loro quarto album, Blizzard Beast del 1997, aveva  trovato pareri non favorevolissimi tra gli addetti ai lavori; contemporaneamente, al chitarrista storico della band, Demonaz Doom Occulta, era stata diagnosticata una grave tendinite cronica, la quale non gli avrebbe più consentito di suonare alla velocità necessaria alla permanenza nella band. Su quest’ultima, dati tutti questi fatti, sembrava ormai destinato a calare il sipario; tuttavia, l’altro leader storico, Abbath Doom Occulta, non si arrese, e col benestare anche di Demonaz (il quale rimarrà nella band, seppur solo come autore delle liriche) decise di portare avanti gli Immortal, cercando anche, al contempo, di non ripetere il passo falso del ‘97. Nel 1999 usciva così At the Earth of Winter, disco che vedeva il suono del gruppo contaminarsi con influenze eterogenee, in parte provenienti da death e thrash, in parte anche dai generi metal più melodici, ma senza mai uscire fuori dai confini del black; il tutto veniva inoltre unito con un alchimia unica, che valsero al disco l’essere sin da subito uno dei più amati in assoluto della carriera dei norvegesi. Tale chimica non era un caso unico, tuttavia, era destinata a ripetersi: tre anni dopo (con un album nel mezzo, Damned in Black, considerato ad oggi di transizione) usciva così Sons of Northern Darkness, che a livello di suoni ripeteva l’esperimento del suo predecessore (pur essendo forse leggermente più estremo), riuscendo anche a risultare di qualità se non altrettanto alta, almeno paragonabile all’illustre predecessore, come vedremo tra poco.
L’attacco dell’iniziale One by One è subito frontale, e per l’intera prima parte il blast beat domina, accompagnato da un riffage serratissimo e tagliente, valorizzato da una produzione non accuratissima (per quanto non classicamente black, con tutti gli strumenti chiaramente udibili) e definibile anche bizzarra, in qualche modo, ma che si rivela anche decisamente efficace; la canzone conosce poi delle aperture più melodiche e rallentate, le quali posseggono anche un certo retrogusto evocativo nel flavour, ma soprattutto una grandissima potenza, con ritmiche a tratti parecchio dissonanti e particolari, ma che comunque risultano sempre incisive. L’alternanza tra parti più estreme e momenti più melodici si ripresenta spesso durante la traccia, ed il risultato è la creazione di un’atmosfera prepotentemente oscura; degna di nota è anche la sezione strumentale centrale, piuttosto semplice ma che incide splendidamente, valorizzando ancor di più questa opener, la quale risulta alla fine dei conti, di assoluta eccellenza. Un rapido intro della batteria di Horgh, poi si parte per Sons of Northern Darkness, episodio il cui punto di forza assoluto è il rifferama, apparentemente molto basilare ma che in realtà è decisamente vario e sfaccettato, e passa per momenti  thrashy ad altri puramente black, col tutto che si evolve molto velocemente fino all’arrivo della frazione al centro. Quest’ultima, lunga e più stabile di ciò che ha intorno, può contare in ogni caso su un notevole feeling, tenebroso ma anche potente, e prelude al ritorno della rapida parte principale, che tra assoli ed un nuovo chorus chiude in bellezza un brano parecchio particolare, ma comunque splendidamente scritto ed eseguito. Dopo un paio di canzoni molto pestate, con Tyrants tiriamo il fiato: abbiamo infatti un episodio che mantiene per praticamente tutta la sua durata un mid tempo costante, ed il cui incedere è lento e possente, con un atmosfera a metà tra il freddo tipico del black e l’evocativo. E’ assolutamente citare, qui anche più che altrove, il lavoro delle chitarre, sia dal punto di vista dei piccoli lead, sparsi qua e là, che, soprattutto, da quello ritmico, con il riffage sempre pesantissimo e prepotentemente black, ma che presenta a tratti anche armonizzazioni molto melodiche, le quali riescono a dare anche un buon carico di ricercatezza al tutto (giusto una riprova del fatto che per creare l’aura di malvagità non si deve per forza essere “estremi” a tutti i costi); completa il quadro una frazione centrale per la prima metà soffusa e del tutto d’atmosfera, divenendo poi al contrario molto aggressiva, ma senza mai perdere la vena melodica del resto, prima che la parte principale torni a fare la sua comparsa e concluda, più gelida che mai, una delle perle assolute dell’album. Il piede torna sull’acceleratore con l’atipica Demonium, che ha dalla sue forti influenze thrash e pure death svedese, pur comunque non stravolgendo del tutto lo stile tipico della band norvegese. Per il resto, c’è poco da dire: il brano è il più corto del lotto, e nei suoi soli quattro minuti di durata tende praticamente solo ad aggredire; se ciò fa si che esso sia forse uno scalino inferiore a ciò che ha intorno, comunque non lo squalifica, dato che un riffage in ogni caso sempre validissimo, ed una nuova, ottima, sezione centrale rallentata lo rendono lo stesso molto apprezzabile.
In Within the Dark Mind, l’attacco iniziale ne rivela subito la natura di mid tempo cadenzato e dal mood più che epico, che si presenta strutturalmente molto semplice, ma con un buon numero di piccole variazioni che si fanno molto ben apprezzare, e non consentono l’abbassamento della soglia di attenzione nemmeno per un secondo. Il resto lo fanno un songwriting assolutamente competente, specie dei riff che ancora una volta si presentano molto incisivi, ed alcuni interludi che compaiono di tanto in tanto, alcuni più melodici e soffusi, altri più estremi e true black-oriented, ed abbiamo un brano forse ancora inferiore alla media dell’album, ma veramente di poco, essendo in ogni caso più che buono. Dopo un breve preludio, parte quindi In My Kingdom Cold, un pezzo inizialmente rapidissimo, retto da un furioso blast beat che però si integra molto presto con una struttura ritmicamente più complessa, e su cui si appoggia un riffage melodico e piuttosto intricato. La canzone si evolve quindi in senso melodico, mantenendo l’atmosfera dannatamente malvagia e darkeggiante che diviene però anche decisamente più evocativa, grazie ai rallentamenti di ritmo, in cui la sezione ritmica si produce in fraseggi più che battaglieri. In tutto questo, trova spazio anche un ritornello inaspettatamente molto cantabile, e che Abbath affronta con uno scream mai così rabbioso, ed una parte centrale cadenzata e lenta, dal flavour così thrash che verrebbe da chiamarlo “mosh moment” (e che sicuramente dal vivo farà sfracelli), ma che comunque non sembra per nulla fuori luogo, valorizzando anzi ancor di più una delle tracce in assoluto migliori dell’intero album. Per quanto riguarda la successiva Antarctica, l’introduzione stavolta è bella lunga, e del tutto ambient, prima che il metal irrompa all’improvviso, con forza: abbiamo perciò una parte ancor più ampia nel minutaggio, tutta sorretta da un riffage black metal oscuro ed epico, ma che presenta pure una notevole carica di melodia. La parte principale, che parte in seguito, è invece più aggressiva ed heavy, e si alterna con la prima, in un affresco per gran parte strumentale e dal feeling gelido quanto le liriche cantate da Abbath; il tutto è supportato, inoltre,  da un rifferama che qui, più che altrove, risulta da pura estasi metallica in ogni suo più minimo particolare. Condisce il tutto una frazione centrale soffusa, retta solo da basso e dalle chitarre semi-pulite, la quale genera un’atmosfera d’attesa e quasi misteriosa, che viene sciolta dalla ripartenza successiva, ancor più coinvolgente, per il pezzo forse migliore in assoluto dell’intero disco. Beyond the North Waves, la closer track, è anche l’episodio più epico del lotto, e si avvia con un intro soffuso, prima che il lento mid tempo si scateni, con subito una grandissima atmosfera di maestosità, ben evocato dalle ritmiche, qui mai troppo estreme ma sempre funzionali alla buona riuscita del complesso. La traccia tende poi a evolversi, passando per momenti dal feeling anche diversi, alcuni anche ferali e tipicamente black metal, alcuni dal retrogusto addirittura quasi metal classico, altri addirittura intensi e colmi di pathos, fatto sottolineato anche dalle tastiere. Degne di nota la composizione, qui per l’ennesima volta estremamente competente, ed anche tutte le parti solistiche, veramente da applausi: ne consegue l’ennesimo brano che supera ampiamente il livello di capolavoro, concludendo nella maniera più degna possibile un album del genere.
Abbiamo insomma tra le mani una piccola perla di black metal potente ed epico, che ci porta attraverso quasi un’ora di viaggio oscuro e bellissimo. Dall’altra parte, c’è da mettere in chiaro che se siete dei puristi estremi del black norvegese, Sons of Northern Darkness potrà anche non fare per voi, e di sicuro non vi troverete chitarre a zanzara o produzioni da scantinato: se tuttavia vi piace anche qualcosa di diverso, ed amate il genere metal più nero in assoluto, questo è sicuramente un album che non vi può mancare. Fatelo vostro, e non ve ne pentirete!
Voto: 96/100
Mattia
Tracklist:
  1. One by One
  2. Sons of Northern Darkness – 04:47
  3. Tyrants – 06:19
  4. Demonium – 03:57
  5. Within the Dark Mind – 07:32
  6. In My Kingdom Cold – 07:17
  7. Anctartica – 07:13
  8. Beyond the North Waves – 08:07
Durata totale: 50:12
Lineup:
  • Abbath – voce, chitarra, basso
  • Iscariah – basso
  • Horgh – batteria
  • Demonaz Doom Occulta – testi
Genere: black metal
Sottogenere: epic black metal

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