Morbid Angel – Altars of Madness (1989)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAltar of Madness (1989) è il primo storico album dei Morbid Angel.
GENEREIl tipico death metal classico, con l’altrettanto classico suono da “Morrisound Studio” (dove è stato registrato).
PUNTI DI FORZAUna grande maturità ed esperienza, una registrazione accurata e molto pesante, un altissimo numero di spunti memorabili, canzoni con ognuna la sua personalità ben distinta.  
PUNTI DEBOLI 
CANZONI MIGLIORIImmortal Rites (ascolta), Suffocation (ascolta), Maze of Torment (ascolta), Chapel of Ghouls (ascolta)
CONCLUSIONIAltars of Madness è uno dei più grandi dischi mai usciti nel death metal classico, nonché il perfetto manifesto dell’incarnazione primigenia del genere. 
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VOTO FINALE
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2011: viene annunciata l’uscita del nuovo album dei Morbid Angel, Illud Divinum Insanum, il primo a ben otto anni di distanza dal precedente Heretic, nonché il primo, dai tempi di Domination del ‘95, a vedere la presenza dello storico cantante e bassista della band, David Vincent, tornato all’ovile nel 2004. Viste le premesse, le attese dei fan sono altissime: tuttavia, le anteprime e poi il disco stesso spiazzarono tutti, con la band che abbandona buona parte del suo sound tipico per abbracciare un industrial metal moderno, di qualità per giunta infima. Se in questo modo la band floridiana perse tutta la sua credibilità, fortunatamente non vale lo stesso per la sua carriera, la quale, eccettuato l’ultimo passo falso, resta comunque di altissimo livello, avendo prodotto nel tempo dei veri e propri pilastri del death metal classico. Tra di essi possiamo citare, per esempio, Covenant del 1993, il quale è probabilmente l’album death più venduto in assoluto della storia del genere; il full lenght più bello che la band ha inciso, tuttavia, almeno secondo l’opinione di chi scrive, è senza dubbio il suo esordio, Altars of Madness. In esso, possiamo infatti ascoltare un gruppo giovane e piena di idee, ma anche decisamente maturo, e probabilmente ciò non è un caso: l’album contrassegnato dalla lettera A dell’ensemble (nel particolare e celebre sistema che essa usa, con i titoli dei dischi che seguono l’ordine delle lettere dell’alfabeto) doveva infatti essere Abominations of Desolations, registrato addirittura nel 1986 ma mai pubblicato. Così, quando la band torna in studio per riprovarci, è già più esperta di tante altre, e questo, nell’esordio effettivo, è appunto ben udibile. Prima di cominciare la disamina dei brani, una parola va anche alla produzione: il sound, curato dall’esperto Tom Morris, è quello tipico dei suoi Morrisound studio di Tampa, dal flavour vintage; rispetto a tanti album di quegli anni , tuttavia, si rivela anche decisamente più accurato, con i suoni che incidono splendidamente, specialmente nelle chitarre, raramente così pesanti ed affilate negli album ottanti ani del genere.

Dopo un intro di chitarra quasi confusionario, parte subito il potente riff iniziale di Immortal Rites, che si regge su un tempo non troppo veloce, ma riempito alla grande da Pete “Commando” Sandoval, che si mette subito in mostra col suo batterismo vario ed esplosivo; la canzone accelera quindi prepotentemente, con la struttura che si rivela molto mutevole, ma segue tuttavia sempre un suo filo logico, riuscendo sempre ad incidere molto bene. Si segnala anche la parte centrale, meno votata alla potenza e più alla creazione di un atmosfera lugubre e spaventosa, cui contribuiscono anche le tastiere (allora del tutto inedite nel genere death) che spuntano a tratti nell’accompagnare i riff, per una frazione rallentata ma comunque di qualità assoluta, la quale valorizza ancor di più il brano, a conti fatti il primo capolavoro assoluto della serie. Dopo un intro lento, Suffocation si avvia quindi di tutta potenza, col potente blast a dominare; la parte principale è invece a tratti retta dallo skank beat, ispirando un headbanging violento, a tratti invece più lenta sincopata ma altrettanto pesante, il tutto dominato dal graffiante ed alto growl di Vincent, che solo a tratti lascia spazio alla slayeriana chitarra solista di Trey Azaghtoth, o a parti di pura ritmica. Un breve interludio di basso, poi entra in scena la sezione centrale, più “composta”, se si può usare questo termine, ma comunque adatta allo scopo di spezzare la traccia in maniera efficace; quindi la parte principale, con un’altra serie di assoli, ritorna a concludere una canzone che per quanto sia spesso considerata un episodio minore del disco, è comunque altrettanto valida di ciò che ha attorno. Giunge poi Visions from the Dark Side, la cui lunga parte iniziale strumentale è molto oscura, e prelude ad un pezzo che tende ad evocare più questo tipo di sensazione che ad aggredire: le strofe sono infatti dei mid tempo ossessivi e cupissimi, e le fughe strumentali che partono tra di essi hanno si riff di marca tipicamente death, ma più melodici della media del genere. Completa il quadro una frazione centrale di retrogusto quasi thrash, prima che una sfuriata più veloce preluda alla ripresa della parte iniziale, a concludere un brano che se è inferiore a ciò che ha intorno, lo è veramente di poco. Il riff iniziale della successiva Maze of Torment è subito riconoscibilissimo, col suo retrogusto quasi heavy metal classico, e riesce a stamparsi sin dal primissimo ascolto nella mente dell’ascoltatore. Si avvia poi la parte principale, che potrebbe essere visto come il perfetto manifesto dell’album: abbiamo infatti un apoteosi di cambi di ritmo, di riff circolari ed a motosega, un gran numero di cambi di tempo e di variazioni di ritmiche e, sparsi qua e là, anche un gran numero di assoli che risentono degli Slayer; oltre a questo, però, c’è anche una struttura coerente con se stessa e non troppo complessa, con ogni mutazione che ha un suo senso, la quale si palesa anche in un ritornello che, al pari del riff, entra subito in testa senza più uscirne, riuscendo a coinvolgere benissimo nonostante non abbia chissà quale melodia. Degno di nota, comunque, il lento e macabro stacco centrale, ciliegina sulla torta di uno delle canzoni death metal classico più belle mai scritte, a mio avviso. Quindi, è il turno di Lord of All Fevers and Plagues: questa traccia, presente solo nella versione cd dell’album, inizia subito rapida, e con un ritmo strano, che all’inizio può anche spiazzare: quando però poi ci si abitua, si viene coinvolti in una song ancora una volta potentissima, e che può contare anche su una variabilità non troppo ampia, nel suo caso un valore aggiunto; altri punti di forza sono la lunga porzione centrale, con soli anche inaspettatamente melodici, ma soprattutto a spiccare è l’impianto di chitarre ritmiche, come sempre messo a punto alla perfezione. Degna di essere menzionata è poi l’altra stranezza del brano, vale a dire il testo, che è per metà in inglese, e per metà in qualche strana lingua (forse addirittura in sumero), particolare che rende l’ennesimo fantastico pezzo ancor più fascinoso.

L’attacco della blasfema Chapel of Ghouls è frontale, e va subito al punto, con cambi di ritmo che avvengono velocissimi, ma comunque mai in maniera causale, bensì seguendo invece una falsariga di fondo, la quale si esplica pure in una struttura piuttosto semplice, inaspettatamente. In tutto ciò, si mettono in evidenza i chorus, ancora una volta incredibilmente catchy per essere death metal (anche se tale termine è da prendere abbastanza con le molle, visto appunto il genere); la parte migliore è però quella centrale, da assoluti brividi di estasi metallica in tutta la sua durata, ed in cui inizialmente le ritmiche, dannatamente potenti, si uniscono bene ai synth, orrorifici. Una breve parte rabbiosa e veloce, in blast beat, rompe la tensione, ma poi la suddetta parte si ripresenta ancor più possente, ed aiutata nel suo evocare il mood più malvagio possibile anche dal lento e bellissimo solo di Richard Brunelle. Il pezzo a questo punto sembra quasi finito, ma invece si avvia una frazione ancor più malvagia, in cui il growl di Vincent è effettato per risultare ancor più cavernoso, e dalla potenza immensa; quindi, la parte principale torna a colpire, mettendo la parola fine su un capolavoro trascendentale sia del disco che dell’intero genere, che riesce a spiccare anche trovandosi in un album del genere. La successiva Bleed for the Devil parte ancora come una schiacciasassi, col blast beat che pervade gran parte del tempo, ed il resto che risulta in ogni caso rapidissimo, il tutto accompagnato da un riffage vorticoso, in cui quasi ci si perde dentro, e di qualità assoluta. Dall’altra parte, forse il brano soffre, oltre che di una durata troppo corta (solo due minuti e mezzo), soprattutto dell’arrivare dopo il meglio del disco, e forse sfigura un po’, ma se si toglie questo è comunque un pezzo di caratura immensa, certo non una filler track. E’ il turno quindi di Damnation, traccia che dopo il potentissimo attacco iniziale tende a frenarsi dal punto di vista della velocità, guadagnandone però molto nel mood, che qui è strano, non oscurissimo ma comunque molto coinvolgente, anche grazie ad un rifferama ancora una volta da urlo, a tratti anche ossessivo e con poche variazioni, ma che non annoia un secondo. Ottima anche la seconda frazione, più aggressiva e malata nel feeling, e che ispira il mosh più furioso possibile, ciliegina sulla torta dell’ennesimo episodio di assoluta qualità. Dopo dei suoni di spari, parte Blasphemy, la quale va rapidamente al punto, e si regge tutta nuovamente sul blast beat furibondo di Sandoval, ancora una volta una garanzia assoluta, coronamento di un gran numero di fraseggi, i quali evidenziano un songwriting ottimo. Il pezzo si rivela poi più lineare che in passato, presentando un riffage molto ossessivo, e che tende a ripetersi, ma senza perdere efficacia nemmeno per un attimo; a spezzarlo ci pensano, ogni tanto, delle frazioni dal flavour più melodico, dominate da assoli anche non troppo veloci, e che danno un mood quasi “profondo”, addirittura, al contrario del resto che aggredisce molto di più. Il risultato di tutto ciò è forse il brano meno bello dell’intero disco, ma comunque di una qualità altissima, che tanti gruppi odierni si sognano. Un suono strano, come di cristallo percosso, e poi si avvia la conclusiva Evil Spells, la quale può contare su di un riff principale di reminescenza addirittura di metal classico, per quanto il growl ed i riff a motosega la rendano comunque death al cento percento; il risultato di questa unione è un mood strano, in parte molto oscuro e lugubre, ma che esprime anche un chiaroscuro molto difficile da trovare nel death tradizionale. In mezzo a queste parti trovano posto altre parti più canoniche (come per esempio quelle del “refrain”), e che portano il mood ad essere ancora più oscuro e tenebroso; degna di nota anche la parte finale, lenta, con influenze addirittura doom nel riffage e dall’atmosfera assolutamente macabra, che mette la parola fine (se si eccettuano le tre bonus track presenti dopo, piuttosto inutili: null’altro che versioni di Maze of Torment, Chapel of Ghouls e Blasphemy con assoli leggermente diversi) su questi quaranta minuti di pura devastazione sonora.

Finito l’album, resta solo, oltre alle orecchie che fischiano (perché va ascoltato assolutamente al massimo del volume!), una sensazione di vuoto: quest’album è infatti così coinvolgente che quando termina se ne sente quasi la mancanza! Anche per questo, oltre al fatto che ogni singola canzone ha la sua forte personalità (cosa non da poco, visto che molte band moderne di death moderno non producono che pezzi formati da montagne di riff tutti simili tra loro, a volte anche ottimi ma scarsamente riconoscibili) e non scende mai comunque sotto la soglia dell’ottimo, Altars of Madness è uno dei dischi death metal classico più belli mai usciti, nonché il perfetto manifesto dell’incarnazione primigenia del genere. C’è poco da dire, per il resto: se siete amanti del death classico degni di questo nome, di quest’album dovreste avere almeno una copia; se, invece, così non è, rimediare al più presto è un imperativo assoluto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Immortal Rites04:05
2Suffocation03:14
3Visions from the Dark Side04:08
4Maze of Torment04:23
5Lord of All Fevers and Plagues (bonus track)03:28
6Chapel of Ghouls04:58
7Bleed for the Devil02:22
8Damnation04:09
9Blasphemy03:28
10Evil Spells04:12
11Maze of Torment (remix – bonus track)04:27
12Chapel of Ghouls (remix – bonus track)04:59
13Blasphemy (remix – bonus track)03:21
Durata totale: 51:14
FORMAZIONE DEL GRUPPO
David Vincentvoce e basso
Trey Azagthothchitarra
Richard Brunellechitarra
Pete Sandovalbatteria
ETICHETTA/E:Earache Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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