Angel Witch – Angel Witch (1980)

Se è vero che il doom metal, come genere, è sbocciato compiutamente grazie al lavoro di gruppi americani quali Trouble, Pentagram e Saint Vitus, i primi vagiti di questo stile (come del resto della maggior parte degli altri, in ambito metallico) hanno avuto luogo nell’ambito della New Wave Of British Heavy Metal, ed in particolare della sua branca più arcana e cupa. Gruppi come Pagan Altar e soprattutto Witchfinder General hanno infatti implementato, nella base NWOBHM, forti influenze dei primi Black Sabbath, generando un ibrido che sicuramente è stato di importanza fondamentale per tutto il doom successivo; i primi a proporre qualcosa del genere sono stati però, senza dubbio, gli Angel Witch di Kevin Heybourne. Il loro esordio omonimo del 1980, seppur molto meno orientato verso il doom rispetto ai suddetti gruppi, rilegge infatti la primissima NWOBHM in direzione cupa e decisamente sabbathiana, con in più un immaginario lirico ancor più spinto, rispetto alla band di Tony Iommi, verso l’orrore e verso l’occulto, risultando per questo probabilmente anche il primo disco in assoluto di genere horror metal (fatto desumibile anche dalla bellissima copertina, per cui l’ensemble usa un dipinto del pittore inglese dell’800 John Martin). Angel Witch non vive però solo della sua importanza storica: in esso è contenuta anche della musica di una qualità immensa, come vedremo tra poco, che gli consentì di raggiungere quasi istantaneamente il meritato status di classico assoluto della sua scena ed in generale dell’heavy metal tutto.

Dopo il frenetico assolo che fa da intro, parte la veloce title-track, dal riffage subito da urlo, che farà venire i brividi ad ogni amante del metal dalle sonorità più vintage; oltre a questo però c’è molto altro, c’è un ritornello corale decisamente catchy, il quale comunque non crea alcun contrasto con l’atmosfera, insistente ed in qualche modo oscura, che riesce a risultare molto avvolgente. Si segnalano anche tutti i piccoli assoli di Heybourne sparsi qua e là, ed abbiamo così un pezzo che, per quanto apparentemente lineare ed anche breve (solo tre minuti e mezzo) entra di diritto nel novero delle canzoni NWOBHM più belle e rappresentative di tutti i tempi. La seguente Atlantis consta di un rifferama che con le sue suggestioni sabbathiane si avvicina a tratti al doom, pur senza varcarne la soglia, risultando in ogni caso molto incisivo; esso si appoggia su di una sezione ritmica dal tempo spesso veloce, che riesce a creare un’atmosfera molto particolare, malata ma anche non troppo cupa, ed in ogni caso fantastica. Degni di noti anche i fraseggi di chitarra più potenti presenti qua e là, ed anche i ritornelli, dissonanti e bizzarri, per un altro pezzo molto semplice, ma di valore comunque assoluto. Dopo un preludio lento e misterioso, parte White Witch, veloce e dall’incedere quasi epico, una cavalcata oscura che si fa sempre più potente e turbinosa, passando per le incalzanti strofe, dall’atmosfera di attesa, e per i potenti ritornelli, essenziali ma potentissimi, fino a che la frazione centrale spezza il tutto con il suo feeling misterioso ma sentimentalmente intenso, conferito dall’assenza delle chitarre distorte e dalla comparsa di strani suoni sintetizzati, che a tratti la fanno da padrone, sotto cui si mette in mostra il bassista Kevin “Skids” Riddles. E’ solo un break, però, perché poi, dopo un ulteriore interludio che ripete il tema dell’intro e su cui è costruito un bellissimo assolo, la parte iniziale riprende il suo corso, per concludere il pezzo in assoluto più valida dell’intero album, migliore addirittura dela title-track. Giunge quindi Confused, una traccia meno oscura e più ligia ai dettami della NWOBHM più ortodossa, che si regge su una forma canzone semplicissima, con riff pesanti ma non troppo aggressivi e ritornelli molto accattivanti. Nonostante questa semplicità, anche questo brano ha un suo perché, grazie ad un songwriting in ogni caso molto ben fatto; degni di nota anche gli accenni di riffage doomy, i quali punteggiando la canzone qua e là, contribuendo ancor di più al valore generale. Dopo un intro oscuro, retto tutto dalla chitarra acustica, e su cui Heybourne canta in maniera sofferta, parte quindi Sorceress, il primo “lento” del lotto, una semi-ballad in cui le strofe sono tranquille, pur nella loro oscurità; al contrario, i ritornelli esplodono con una potenza incredibile, contando su dei riff intricati e fortemente avvolgenti, trascinando a meraviglia con le loro influenze molto più doom-oriented che altrove nel disco. La parte migliore è però quella finale, rapida, pesante e piena di intrecci di chitarre che possono ricordare da lontano quelle dei coevi Iron Maiden (per quanto forse il paragone sia improprio, visto che l’uscita di questo disco precede di qualche mese quella dell’esordio della Vergine di Ferro), ciliegina sulla torta di un altro dei pezzi più belli del disco.
Il preludio di Gorgon esce fuori come dal vuoto, ed è composto di suoni echeggiati e strani, risultando incredibilmente cupo ed arcano; col senno di poi, esso si rivela però una falsa premessa, perché il brano vero e proprio risulta probabilmente uno dei meno lugubri dell’intero lotto, essendo al contrario quasi positivo e giocoso, col riff più orientato al metal classico che al verbo sabbathiano. Degni di menzione, in ogni caso, le due belle frazioni solistiche, ancora una volta puramente british, come anche i ritornelli, più evocativi e meno disimpegnati del resto, ma che comunque non appaiono minimamente fuori luogo, per un altro episodio di qualità assoluta. La successiva Sweet Danger si rivela presto un episodio un po’ atipico, potendo rassomigliare più ai Maiden del periodo che allo stile delle altre canzoni di questo disco (anche se vale sempre quanto detto poco fa): abbiamo infatti melodie chitarristiche che ricordano molto il gruppo di Steve Harris, sostenute dalla batteria di Dave Hogg, molto varia, e dal basso pulsante di Riddles, il tutto accompagnato inoltre da un’attitudine stradaiola tipica della branca meno seria della NWOBHM. Per tutto questo, oltre per il fatto che il songwriting incide meno che altrove, essendo troppo votato alla melodia e poco all’atmosfera, e che i ritornelli siano meno efficaci, rendono questo pezzo il peggiore del disco, per quanto il livello sia comunque certo ben più che buono. Free Man, che segue, risulta un’altra ballata molto oscura, che comincia con il lieve suono di una chitarra non distorta ed effettata, su cui presto fa il suo ingresso la sezione ritmica, dalle forti reminiscenze blues in questo frangente; come da tradizione power ballad, i chorus sono invece retti da pesanti riff di chitarre distorta ma che (giustamente) non aggrediscono, accompagnate dal cantato decisamente intenso di Heybourne, col complesso a rendere ancor più potente il pathos generato dalle strofe. Molto bello anche l’assolo, anch’esso di chiara influenza blues rock, a coronamento di un altro brano di assoluta qualità. Siamo in dirittura d’arrivo, e l’ultima canzone vera e propria, Angel of Death, si avvia con un breve intro, il cui ritmo cadenzato si propaga poi anche nel resto della traccia; questa consta di un riffage darkeggiante, nel quale di tanto in tanto subentrano anche dei minacciosi lead echeggiati di chitarra, che rendono il mood ancor più orrorifico; il culmine si ha però nell’accoppiata bridge/ritornello, col primo sorretto da un riffage vorticoso e doomy ed il secondo ossessivo e quasi cattivo, che intensificano ancor di più il feeling generale del pezzo. Non si può non citare anche la sezione finale, sussurrata ed in cui i fraseggi di chitarra si accompagnano con i sussurri occulti di Heybourne, per una conclusione tanto spaventosa quanto adatta a concludere l’episodio migliore dell’album insieme a White Witch. Il disco non è tuttavia ancora finito: a concluderlo sul serio, arriva Devil’s Tower, breve brano strumentale che inizia con tranquille chitarre acustiche, e sembra mettere la parola fine con esse all’album, se non fosse che improvvisamente l’elettricità penetra prepotentemente, spezzando la calma con alcuni accordi molto heavy; quindi, parte una frazione in cui la sezione ritmica regge l’ennesimo grande assolo, che porta infine il disco alla sua vera conclusione.
Abbiamo insomma un capolavoro immortale, e che non raggiunge la perfezione solo per un soffio, ma  comunque si rivela lo stesso assolutamente indispensabile, al pari di altri classici del genere. C’è poco altro da dire, per il resto: se siete fan dell’heavy metal in generale, questo disco non potete assolutamente non averlo. Fatelo vostro a tutti i costi, perciò, e non ve ne potrete pentire in nessun caso. Buy or die!
Voto: 99/100
Mattia
Tracklist:
  1. Angel Witch – 03:25
  2. Atlantis – 03:42
  3. White Witch – 04:48
  4. Confused – 02:51
  5. Sorceress – 04:16
  6. Gorgon – 04:06
  7. Sweet Danger – 03:07
  8. Free Man – 04:44
  9. Angel of Death – 04:52
  10. Devil’s Tower – 02:28
Durata totale: 38:19

Lineup:
  • Kevin Heybourne – voce e chitarra
  • Kevin “Skids” Riddles – basso e tastiere
  • Dave Hogg – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: NWOBHM, horror metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento