Virgin Steele – Life Among the Ruins (1993)

I Virgin Steele sono uno dei gruppi epic metal più noti al grande pubblico, grazie ad una buona quantità di uscite che, pur passando dall’heavy più classico degli anni ’80 al sound più power-oriented delle decadi successive, non hanno smarrito né il feeling evocativo, né tantomeno la qualità. I fan tendono però spesso a dimenticare che tra le due epoche del gruppo americano c’è stata una parentesi piuttosto inconsueta e diversa dal solito, che risponde al nome di Life Among the Ruins. Dopo Age of Consent del 1988, infatti, più accessibile ma pur sempre heavy, l’ensemble aveva intrapreso una decisa svolta stilistica: ecco quindi che gli elementi epici e metallici venivano del tutto accantonati, lasciando spazio ad un hard rock da classifica tipicamente ottantiano, la cui influenza principale sono certamente gli Whitesnake del secondo periodo (grazie anche al frontman David DeFeis, che qui nelle inflessioni e nell’uso della sua voce, ricorda David Coverdale, seppur abbia un timbro un po’ diverso) e poi influenze da altri gruppi come i primi Bon Jovi, i Cinderella e gli Slaughter. Il risultato finale fu un disco spiazzante ed in ogni caso assolutamente fuori tempo massimo, essendo uscito nel 1993, proprio quando il genere era definitivamente crollato (forse è proprio alle sue rovine che si riferisce il titolo) e rimpiazzato a livello mainstream dal ciclone grunge e, come vedremo tra poco, l’essere anacronistico non è l’unico problema, poiché vi è anche una carenza di idee piuttosto importante, che rende quest’album, inevitabilmente, il più “odiato” dell’intera carriera del gruppo newyorkese.
Si attacca immediatamente col riffage di Sex Religion Machine, il quale si rivela subito orecchiabile e melodico, puramente nella vena del pop metal di fine anni ’80, assecondata anche dalla voce di DeFeis, mai così sensuale in passato, a cantare un tipico testo pieno di allusioni sessuali; da segnalare è anche il ritornello, come da norma decisamente catchy e che si stampa subito in mente, col suo mood scanzonato ed allegro. Degna di nota pure la sezione centrale strumentale, che aggiunge qualità al brano nel suo complesso, il quale risulta alla fine dei giochi decisamente buono, nonostante la sua semplicità ed anche i molti cliché presenti in esso. Arriva poi Love is Pain, canzone anche più melodica della precedente, pur non potendo forse essere descritta come ballad, visto il ritmo sempre piuttosto rapido (almeno per la norma del genere), ma nelle cui strofe, assente quasi ogni forma di distorsione, a farla da padrone sono i suoni del pianoforte, presenti anche nei ritornelli che però sono elettrici ed anche più intensi, nel mood romantico che pervade il tutto. In ogni caso, bello l’assolo di Edward Pursuino, per una traccia che non sarà nulla di che, ma risulta lo stesso molto piacevole. La seguente Jet Black si rivela un pezzo potente e da strada, nonché il più metal-oriented del lotto (per quanto rimangano potenti influssi hard), il cui bel riffage, molto vario e ben scritto, si evolve attraversando le varie fasi, essendo però sempre adatto, sia quando è più soft, come in parte delle strofe, sia quando viene reso più graffiante, come sotto ai ritornelli, esplosivi e trascinanti. Ottimo anche, di nuovo, l’assolo, più spensierato del resto della canzone, la quale risulta in virtù di tutto ciò una delle migliori dell’intero disco. Invitation, il primo degli interludi dominati dal pianoforte, ed in questo caso anche da suoni orchestrali e dalla voce, spezza il ritmo del disco, ma non positivamente, risultando comunque parecchio fine a se stesso, vista la corta durata; a far tornare l’attenzione alta, ci pensa I Dress in Black, la quale può contare su un riff forse non originalissimo e che si ripete evolvendosi poco, ma comunque parecchio efficace e mai noioso, che si posa su un mid tempo dalle atmosfere chiaroscure ed intense simili a quelle del serpente bianco; si devono citare, in ogni caso, il buon refrain, decisamente catchy e che si stampa subito in mente, e nuovamente la parte strumentale centrale,fin’ora una garanzia che valorizza pure questa canzone, che di conseguenza risulta ancora di buona qualità. Il feeling non cambia quasi per nulla, ed anche il riff è tipicamente del metal patinato di fine anni ’80 come la traccia appena ascoltata, ma nonostante l’uniformità Crown of Thorns non da fastidio comunque, avendo dalla sua parti con un riffage anche parecchio potente, e che risulta sempre ben scritto, al quale si alternano altri momenti con la chitarra quasi un sottofondo e dominate dalla sezione ritmica, ma egualmente ben fatti; il tutto culmina poi negli ottimi chorus, intensi e colmi di pathos. Degna di menzione, oltre ormai ai soliti assoli di valore sparsi qua e là, la prestazione dell’ottimo Rob DeMartino, il quale crea una linea bassistica sempre interessante, ciliegina sulla torta di un brano che pur essendo lungo quasi sei minuti e mezzo, non solo non annoia ma risulta il migliore dell’album insieme a Jet Black.
Se la prima metà del disco è di qualità anche elevata, la seconda invece scende tantissimo, da tale punto di vista. Si inizia con Cage of Angels, interludio pianistico simile al precedente, che dura un minuto e non è altro che un piccolo intro per Never Believed in Goodbye, una power ballad piuttosto canonica, dal mood tranquillo e disteso e con ritornelli più energici, ma comunque intensi sentimentalmente e mai aggressivi; questi ultimi sono anche il punto di forza della canzone, grazie appunto a questo loro feeling, e la migliorano decisamente, salvandola dal sicuro anonimato cui il resto la condannerebbe. La successiva Too Hot to Handle si rivela quindi un brano più rockeggiante, che consta di una struttura semplice e da un riff di  classico pop metal festaiolo, il quale genera un’altrettanta tradizionale atmosfera scanzonata e senza pensieri, fatto sottolineato ancor di più dal testo smaccatamente sessuale e dal ritornello, cantabilissimo e che entra presto in testa. A parte ciò, c’è poco altro da dire: abbiamo infatti un episodio sì piacevole da ascoltare, ma ad ogni modo troppo scontato e che per questo non riesce ad esser più che discreto. E’ ora il turno di Love’s Gone, il cui riff è abbastanza coinvolgente, come anche i momenti più soffusi delle strofe, pervasi da un’atmosfera di calma attesa, la quale però viene spazzata via dall’arrivo dei chorus, potenti sia musicalmente che dal punto di vista del pathos; mettiamoci anche l’ennesimo bell’assolo di Pursuino ed abbiamo un pezzo di valore maggiore di quelli che ha intorno, pur non essendo chissà che gran lavoro. Wild Fire Woman, che segue, è una semi-ballad poco “semi” (essendo l’elemento elettrico comunque molto moderato) e piena di stereotipi, che ha dalla sua alcune melodie carine (come quella vocale del refrain, ad esempio), ma comunque non riesce a non annoiare, con la sua banalità estrema, per buona parte della sua durata, risultando alla fine dei giochi una song non orribile, ma comunque assolutamente dispensabile. Se ora ci vorrebbe un bel pezzo tirato per risollevare l’attenzione, la band invece piazza sciaguratamente una seconda ballata, e per giunta persino di molto peggiore della precedente. Cry Forever è infatti il trionfo della noia, con melodie scontatissime e melense su un ritmo lento, in un unione che vorrebbe risultare romantica, ma alla fine causa soltanto sbadigli, ed il cui assolo risulta, allo stesso modo, stavolta, poco efficace ed anche poco in tema, parendo più adatto ad un brano potente; mettiamoci anche un refrain che trovo personalmente odioso con la sua zuccherosità di plastica, ed abbiamo probabilmente il peggior episodio in assoluto dell’intero disco. Haunting the Last Hours, che segue, è l’ennesimo breve pezzo di pianoforte e tastiere, ancor più inutile dei precedenti ai fini del disco, non essendo nemmeno un intro, ed esaurendosi nel giro dei suoi cinquantaquattro secondi; quindi, si avvia Last Rose of Summer, terza ballad di fila ma che paradossalmente risulta la migliore delle tre: non c’è quasi elettricità né sezione ritmica, ed i giochi sono tutti retti da DeFeis, con il piano e la voce (solo nei ritornelli escono fuori anche degli accenni di chitarra acustica, la quale poi esegue anche l’assolo); in tutto ciò, il songwriting è almeno decente, ed alcuni passaggi sono anche carini. Abbiamo insomma una closer track che risulta discreta, ma che nonostante ciò non riesce a risollevare le sorti del disco. 
Abbiamo quindi un platter riuscito a metà, con un finale disastroso, che solo una prima parte piuttosto buona riesce a compensare, conducendo il complesso ad una sufficienza media. Questo è esattamente il valore, oggettivamente parlando, che questo disco ha: se però siete fan dei Virgin Steele, il vostro giudizio sarà probabilmente decisamente più basso. Se ad ogni modo, invece, siete curiosi di sentire un lato inedito del gruppo, oppure semplicemente se siete fanatici del hard rock anni ’80, allora magari dategli un ascolto, ma senza troppe pretese: i capolavori (sia nel pop metal che nella carriera dell’ensemble) sono decisamente altrove.
Voto: 65/100
Mattia
Tracklist:
  1. Sex Religion Machine – 04:43
  2. Love Is Pain – 03:53
  3. Jet Black – 04:13
  4. Invitation – 01:16
  5. I Dress in Black – 04:46
  6. Crown of Thorns – 06:28
  7. Cage of Angels – 00:54
  8. Never Believed in Goodbye – 04:23
  9. Too Hot to Handle – 04:39
  10. Love’s Gone – 04:29
  11. Wild Fire Woman – 04:43
  12. Cry Forever – 04:32
  13. Haunting the Last Hours – 00:54
  14. Last Rose of Summer – 04:19
Durata totale: 54:12
Lineup:
  • David DeFeis – voce, tastiere, piano
  • Edward Pursuin – chitarre
  • Rob DeMartino – basso
  • Joey Ayvazian – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: pop metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Virgin Steele

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