Saint Vitus – Saint Vitus (1984)

Per chi ha fretta:
Nonostante le tante influenze anni settanta e punk, Saint Vitus (1984), esordio dell’omonima band americana, è probabilmente il primo album doom metal al cento percento. Si tratta di un lavoro molto particolare: prodotto e pubblicato da due membri dei Black Flag, risente della mentalità “do it yourself” tipica del punk. Lo fa per esempio nella registrazione, molto sporca ma che rende il tutto più bizzarro e anche affascinante. Anche questo fattore è alla radice di un album fangoso ma di buonissima qualità, con cinque buoni pezzi su cui spiccano l’evocativa e sinistra The Psychopath e la lugubre Burial at Sea. E per quanto una certa ingenuità e qualche difetto non lo rendano un capolavoro, Saint Vitus non è solo un album ottimo: è anche un pezzo di storia, da cui il doom metal vero e proprio ha origine.

La recensione completa: 
Qual è il primo full lenght doom metal della storia? Più di qualcuno risponderebbe che si può considerare tale già il primo omonimo disco dei Black Sabbath, tuttavia ciò è improprio: pur essendo senza dubbio i pionieri assoluti del genere, i primi Sabbath non sono pienamente doom, con le loro radici saldamente piantate nell’hard rock settantiano anche nei loro dischi più pesanti; si può fare un paragone analogo con gli Witchfinder General, che per quanto riprendano compiutamente i riff sabbathiani che caratterizzano il genere, hanno comunque nel loro sound anche una forte componente di quella NWOBHM a cui appartenevano geograficamente. Il primato dell’uscita di un disco al cento percento doom va quindi probabilmente data agli statunitensi Saint Vitus: il loro esordio omonimo, pubblicato nel febbraio 1984 (anticipando tra l’altro di poche settimane l’uscita di un altro pilastro delle primissime mosse del genere, Psalm 9 dei Trouble), conteneva uno stile che pur essendo influenzato dall’heavy metal del periodo se ne distaccava ampiamente, presentando un riffage downtuned e sabbathiano, insomma doom praticamente puro, nonostante nel sound vi siano anche influssi settantiani ed altri addirittura punk, specie nel riffage. Quest’ultimo particolare è piuttosto ovvio, essendo il disco prodotto da Glen “Spot” Lockett e pubblicato (sulla label di sua proprietà, la SST Records) da Greg Ginn, entrambi appartenenti seminale band punk rock statunitense Black Flag; di ciò risente perciò ovviamente anche il sound, che risulta sporco ed all’insegna del “do it yourself”, in special modo nelle chitarre, che suonano davvero particolari. Ciò tuttavia non è un problema molto grave, visto che lo stile del disco è così particolare che la produzione gli si sposa bene, rendendolo in qualche strana maniera anche più affascinante, e corredando un disco che come vedremo tra pochissimo risulta di qualità elevata.

Dopo qualche effetto di chitarra, che funge da breve intro, parte la Saint Vitus vera e propria, la quale consta di un riff particolare, dall’attitudine e dalle velocità spiccatamente rock ‘n’ roll, ma le cui sonorità la rendono anche doom al cento percento; a questa norma si conforma anche il cantante Scott Reagers, che sembra quasi più un singer da NWOBHM che da doom, risultando però adattissimo al particolare stile primigenio della band, di cui questa traccia può esser vista come la perfetta bandiera. Per il resto, c’è poco da aggiungere: la canzone è piuttosto lineare, e mantiene la stessa falsariga di sottofondo per gran parte della sua breve durata, con poche variazioni ma intrattenendo bene; degna di nota anche la parte centrale, più oscura ed in cui il ritmo si spezza, ciliegina sulla torta di un brano che nonostante sia forse da subito il meno bello del lotto è buonissimo, ed è divenuto  da subito un classico assoluto della band. Dopo un intro cadenzato della batteria di Armando Acosta, parte quindi White Magic/Black Magic, pezzo ancora piuttosto rapido, seppur spesso intramezzato da alcuni rallentamenti più sincopati, il quale può contare su di un riffage ancora piuttosto graffiante e con lieve retrogusto punk; sotto ad esso, si mette in mostra Mark Adams, i cui giri di basso dominano tutta la canzone, rendendola anche più affascinante. La song prosegue quindi in maniera lineare ma coinvolgente fino al finale, che invece rallenta prepotentemente, facendosi al contempo più cupo, evocando un feeling orrorifico e lugubre, grazie anche alla voce di Reagers, echeggiata ed oscura, e agli effetti di chitarra che a tratti appaiono, a coronare un altro brano ottimo. Finiti ora i pezzi più veloci e rockeggianti della band, iniziano quelli più lunghi e tipicamente doom. Il primo di essi è Zombie Hunger, che dopo un breve preludio si avvia col suo riff principale, graffiante, incalzante ed ossessivo, che si ripete sempre uguale per buona parte della canzone ma risultando sempre coinvolgente e potente, interrompendosi solo nelle brevi pause tra le strofe, in cui sono presenti solo la voce di Reagers ed i fill di Acosta, ed a tratti in dei passaggi che riprendono il tema del preludio. A questa norma fanno inoltre eccezione gli stranissimi ritornelli, dal mood che è veramente difficile descrivibile a parole, risultando lugubre ma quasi tranquillo, in qualche modo; degno di nota anche l’assolo centrale di David Chandler, sbilenco e molto anni ’70, ma comunque assolutamente degno di un episodio come questo.
Un intro gestito da una catacombale chitarra da sola, quindi si avvia The Psychopath, che si rivela sin da subito un brano lento e dall’incedere quasi epico, il cui punto di forza assoluto è il meraviglioso rifferama impostato da Chandler, il quale si produce in tante variazioni, passando dalle strofe, in cui diviene più triste ed intenso, fino ai momenti in cui è da solo, in cui si esplica in tutta la sua pesantezza, passando poi per i chorus, dal flavour potentemente evocativo; in tutto questo però non perde mai un colpo, risultando sempre incisivo e coinvolgente ai massimi termini, oltre che dannatamente oscuro, tanto che il suo testo, che parla di psicopatici e di malattie mentali, sembra essere certamente il più adatto. Degni di nota  si rivelano anche tutti i lead che punteggiano la song qua e là mantenendo alta l’attenzione, sui quali spicca quello centrale, lungo e molto coinvolgente;  va menzionata anche la sezione finale, più rapida e rockeggiante nonché dominata da un altro bell’assolo, la quale dopo nove minuti e mezzo conclude l’episodio in assoluto migliore (ed anche il più lungo) del lotto, di caratura tanto elevata da accrescere sensibilmente anche la media, peraltro già piuttosto alta, di questo disco. Il minaccioso basso di Adams, accompagnato da degli inquietanti suoni di sottofondo, da il via alla traccia conclusiva, Burial at Sea, la quale prosegue poi con un riff altrettanto duro e lugubre, che genera un’atmosfera quasi da film horror perdurante per lunghi minuti, attraversando trasversalmente anche i lievi cambiamenti che si hanno tra strofe e refrain, il tutto coadiuvato dalle sinistre vocals di Reagers, qui particolarmente teatrale. La seconda metà della song è invece totalmente diversa, per quanto la falsariga del riffage resti la stessa: il ritmo infatti aumenta prepotentemente la propria  velocità, ed a reggere il pezzo spunta fuori il rimbombante tappeto di doppia cassa di Acosta. Nonostante questo cambiamento, il brano rimane comunque piuttosto cupo, forse non tenebroso come all’inizio, ma in ogni caso sempre avvolgente, fino a che la sezione iniziale ritorna, più potente e misteriosa che mai (grazie anche al finale, di nuovo affidato al basso e ai synth che vi appaiono sopra), arrivando infine a concludere una canzone seconda solo alla precedente per qualità, e che conclude l’album in maniera eccellente.
Abbiamo insomma un prodotto di buonissima qualità, seppur non un capolavoro – di sicuro in questo la sua importanza storica lo supera. Probabilmente nella loro carriera i Saint Vitus hanno fatto dischi più belli, e di parecchio, di questo: ciò però non toglie che l’album in questione, per quanto particolare, è comunque un pezzo importantissimo di storia. Il doom comincia qui: se siete appassionati del genere, perciò, il mio consiglio è di non farvelo mancare!
Voto: 84/100
Trent’anni fa, nel febbraio  1984, usciva l’omonimo esordio dei Saint Vitus, in assoluto il primo disco di doom metal “puro” della storia. Per questa importanza, oltre che per il suo valore, voglio porgergli il mio personale tributo con questa recensione.
Mattia
Tracklist:
  1. Saint Vitus – 04:49
  2. White Magic/Black Magic – 05:27
  3. Zombie Hunger – 07:22
  4. The Psycopath – 09:26
  5. Burial at Sea – 08:39
Durata totale: 35:43
Lineup:
  • Scott Reagers – voce
  • Dave Chandler – chitarre
  • Mark Adams – basso
  • Armando Acosta – batteria
Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Saint Vitus

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento