Sinamore – A New Day (2006)

A volte, il gothic metal viene a volte considerato un genere più adatto alle donne, ed in special modo ciò avviene per quella branca, precorsa dai Type O Negative, che presenta un frontman maschile “bello e tenebroso”,  dotato di voce sensuale e di un certo sex appeal. Da un certo punto di vista, è questa una posizione erronea: per lo stesso esempio, seppur Peter Steele ricada appieno nella descrizione, la sua band ha prodotto dischi il cui valore musicale è oggettivamente alto anche per chi non risente del fascino del frontman. Dall’altra parte, però, è vero anche che alcuni gruppi (una minoranza, rispetto al rock gothico e in generale della musica mainstream, ma sono pur sempre presenti) puntano tutto sullo charme del proprio vocalist sul pubblico femminile, lasciando da parte il lato più prettamente musicale e compositivo, che ne risente perciò in negativo: è questo il caso del gruppo della recensione, i finlandesi Sinamore. Nati ad Hamina nel 1998 col nome di Halflife, producono una serie di demo prima di cambiare nome in quello definitivo, sotto cui nel 2006 esce il loro esordio, A New Day. In esso la band si produce in un gothic metal molto darkeggiante e dalle vaghissime reminiscenze doom, corredato da un sound puramente da “modern heavy metal”; il particolare che però salta più all’occhio è la voce del cantante Mikko Heikkilä, profonda e calda, e che personalmente trovo piuttosto apprezzabile  Nonostante ciò, però, come vedremo tra poco per buona parte il songwriting qui contenuto sembra poco accurato, come se appunto non fosse musica vera e propria bensì un semplice accompagnamento della voce, ed il risultato finale ne soffre parecchio, ovviamente.

Dopo un brevissimo intro, da il via alle danze un riff potente e dall’appeal decisamente da metal moderno, la cui cupezza crea sin da subito un’atmosfera piuttosto oscura e drammatica. La opener Follow into the Cry prosegue poi con un alternanza tra le strofe, più soffuse ed in parte accompagnate dalla chitarra acustica sopra la sezione ritmica, e le parti restanti, più metalliche; tra queste ultime spicca il ritornello, piuttosto credibile nel pathos, e che riesce a coinvolgere bene. Carino anche l’assolo centrale, dalle sonorità strane, per una traccia d’apertura di qualità piuttosto buona, e già tra i migliori del lotto. La seguente Crimson Leaf si rivela un brano più melodico del precedente, ed il cui riff portante consta di un mix tra chitarra distorta e chitarra pulita; buone sono anche le tranquille strofe, ma il vero punto di forza della canzone è il chorus, molto coinvolgente con la sua tristezza ancora una volta abbastanza realistica. Il tutto si installa su una struttura lineare, spezzata solo dalla suffusissima sezione centrale, ma adatta, specie vista la durata breve del pezzo, il quale di conseguenza risulta magari non eccezionale, ma comunque di caratura più che discreta. Se il duo iniziale è di qualità tutto sommato medio-alta, giunge poi Sleeping Away, la quale oltre a presentare una ripetizione di quanto sentito nella traccia precedente ma con meno efficacia, possiede strofe piuttosto anonime che confluiscono in refrain per nulla catchy; il fatto che sia inoltre ancora poco complessa, con tutte queste parti che continuano a ripetersi, certo non aiuta. Dalla mediocrità generale si sollevano l’assolo, breve ma bello, e la parte finale, più particolare, ma comunque è troppo poco per tirano su il brano, che risulta infatti negativo, seppur di non troppo. Il lungo intro della successiva Darkness of Day è costituito soltanto da delicati arpeggi di chitarra acustiche sotto alle dolci vocals di Heikkilä, ma poi pian piano si appesantisce, entrando nel vivo con non troppa foga, evolvendosi fino ad arrivare al potente chorus, stavolta molto efficace. Da questo punto in poi, si avvicendano strofe più melodiche ma sempre elettriche e ritornelli emotivamente potenti; nel mezzo, trova anche spazio una buonissima sezione solistica, prima che un nuovo ritornello torni a concludere una traccia che al contrario di ciò che ha intorno, risalta sia per la sua diversità che per la qualità, tanto alta da renderla uno dei migliori episodi del disco. E’ ora il turno di My Rain, la quale consta di un altro riff che accoppia chitarre acustiche ed elettriche e di un’altra struttura con strofe più soffuse e le restanti parti più heavy, incidendo però molto meno che in passato, sapendo per giunta troppo di già sentito rispetto alle altre tracce. Ad ogni modo, si salvano qui i ritornelli, più che discreti, come anche la parte strumentale centrale, che aiutano il pezzo a risollevarsi, ma non troppo. Un nuovo intro con la sola chitarra e la voce, peraltro parecchio intrigante, e poi parte Fallen, che però non si conferma tale, rivelandosi invece incostante a causa di lunghi momenti morti, ed anche piuttosto vuoto, con frazioni soffuse che in teoria servirebbero per fare atmosfera ma in realtà annoiano e basta. Decenti comunque il solo ed i ritornelli, ma il risultato finale è comunque una traccia ancora una volta mediocre.
Misery Carneval inizia subito rapida, con un riffage possente e duro, oltre che incalzante, ma che si rivela l’unico particolare interessante del pezzo (insieme forse alla parte solistica centrale); il resto infatti risulta assolutamente piatto e scontato, le melodie sembrano prese quasi a caso dalle canzoni intorno per quanto forte è la sensazione di già sentito, e più in generale c’è una totale assenza di idee e di qualsivoglia spunto che possano rendere la song più che solo anonima e stagnante. Mettiamoci anche una durata piuttosto elevata (quasi sei minuti) e la poca complessità della struttura, ed abbiamo l’episodio probabilmente peggiore di questo album, che pure non ha certo una media elevata.  La title-track di un album di solito dovrebbe essere quella più rappresentativa di tutto il disco, ma in questo caso non è così, se non altro perché… questa risulta di buonissima qualità! A New Day comincia infatti con un lento intro di piano, accompagnato dalla voce triste e languida di Heikkilä, quindi entra in scena il riffage, per una volta molto ben scritto. La canzone inoltre non si perde stavolta, e va velocemente al punto, con i refrain che riescono stavolta a non risultare finti bensì sentiti e convincenti, ad alternarsi con le strofe, potenti nel loro feeling di possente e malinconico romanticismo. Oltre a questo, l’impostazione strutturale è sì non troppo complessa come nel resto del disco, ma comunque presenta più variazioni che altrove, e ciò si fa ben apprezzare; mettiamoci anche una bella sezione solistica centrale, ed una durata adeguata a non stancare (quattro minuti), ed abbiamo l’episodio di gran lunga migliore del disco, che guarda caso è anche quello più originale e che meno ripete gli stereotipi invece presente ovunque nel resto del disco. L’attacco di Drama for Two, che segue, col suo riff pesante accompagnato da un growl, fa capire che il pezzo sarà diverso, ed effettivamente è così: a tratti esso è infatti più potente e graffiante della media del disco, ed a tratti spuntano anche delle harsh vocals; se questi momenti, presi singolarmente, risultano buoni, la maggioranza della song consta però di momenti più banali e ligi agli stilemi già sentiti in precedenza, il che genera un ibrido molto poco riuscito ed in generale con poco senso (colpa anche della struttura, che sembra quasi buttata lì, senza cognizione di causa), risultando alla fine la traccia peggiore insieme a Misery Carnival. Siamo ormai agli sgoccioli: il riff iniziale della conclusiva The Art of Regret è cadenzato e tutto sommato abbastanza piacevole, ed anche la parte successiva, soffusissima e con anche le chitarre acustiche che sono limitate, non è male, tutto sommato. Il brano entra poi nel vivo presentando un riff lento ed dal retrogusto doom, che a tratti accelera di poco, ma senza forzare, ed è aiutato a risultare interessante anche dal violino e delle tastiere in sottofondo, altro punto di forza. Dall’altra parte, c’è qualche momento morto, e la canzone è probabilmente un pelino troppo lunga (anche se la lunga coda finale strumentale è la parte migliore), ma comunque stavolta i pro superano i contro, ed abbiamo una closer track anche più che discreta, ma che non riesce a risollevare dall’insufficienza l’album su cui mette la parola fine.
Abbiamo insomma un disco non osceno, e con qualche pezzo anche buono,ma che comunque non riesce ad arrivare che un gradino sotto alla sufficienza, per colpa della sua eccessiva omogeneità che sfora troppo spesso nel già sentito, e della sua diffusa scarsità di spunti vincenti, che rendono il tutto troppo monocorde. Certo, se siete fanatici del gothic metal, ed in particolare della sua branca con cantato maschile, potrete trovare A New Day anche discreto, per quanto dispensabile. Se tuttavia non è così, lasciate perdere i Sinamore: i veri capolavori del genere sono infatti qualitativamente a mille miglia di distanza da qui.

Voto: 56/100
Mattia
Tracklist:
  1. Follow into the Cry – 03:26
  2. Crimson Leaf – 03:52
  3. Sleeping Away – 04:56
  4. Darkness of Day – 05:24
  5. My Rain – 03:45
  6. Fallen – 04:26
  7. Misery Carnival – 05:55
  8. A New Day – 04:06
  9. Drama for Two – 04:21
  10. The Art of Regret – 07:36
Durata totale: 47:47
Lineup:
  • Mikko Heikkilä – voce e chitarra
  • Tommi Muhli – chitarra
  • Jarno Uski – basso
  • Miika Hostikka – batteria
  • Teemu Aalto – chitarra acustica e tastiera (guest)
Genere: gothic metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento