Dreamsteel – 2.013 (2013)

Quelli in cui viviamo, inutile negarlo, sono tempi difficili per l’innovazione, nell’arte in generale: sembra quasi infatti che tutto sia già stato detto e fatto, e non si può far altro che ripetere quanto già espresso in passato. Ciò vale ovviamente anche per il metal, anche se ciò per me non è un problema: al giorno d’oggi vengono infatti pubblicati molti dischi che pur non inventando nulla, risultano comunque personali e più in generale di alta qualità. A volte, tuttavia, esce un gruppo che riesce a presentare qualcosa di innovativo, il che certo non da fastidio, anzi: i Dreamsteel sono uno di essi. Il gruppo nasce nell’ormai lontano 1999 a Bologna, e negli anni successiva pubblica alcuni demo, fino all’esordio sulla lunga distanza, You del 2008, in cui si esprimeva in un power/progressive metal sì tipicamente “all’italiana”, ma che già presentava degli spunti di originalità. La band non si fossilizzò, però, ed evolse questi ultimi enfatizzandoli, lasciando invece da parte le influenze più classiche e power: il risultato fu l’EP in questione della recensione, dal semplice titolo 2.013 ed uscito nel solo formato digitale, quasi per coerenza con le tematiche e con il sound che contiene. In esso, il gruppo si propone in un genere definibile molto bene come progressive metal elettronico, che si esprime in canzoni piuttosto semplici e lineari, senza troppi cambi tempo o eccessivi tecnicismi (siamo piuttosto lontani da gruppi quali i Dream Theater, quindi); principali influenze del gruppo, oltre agli ultimi Fates Warning, sembrano essere altri che mescolano metal ed elettronica, come Keldian e Dol Ammad, anche se nel complesso lo stile della band è molto personale e presenta spunti di assoluta originalità: su tutti, spicca il suo ispirarsi anche alle correnti più commerciali della musica sintetica, come la techno o la dance, che però sono tanto ben mescolati ed integrati con il metal da essere la vera arma vincente del gruppo, e non danno fastidio nemmeno a chi, come me, non è propriamente un fan di tali generi. Prima di cominciare, una parola anche per il suono generale: nulla da dire, è molto buono e professionale (sembra quasi da major), e per giunta non risulta troppo bombastico o iperprodotto, valorizzando l’ensemble in maniera eccellente.
Dopo un breve intro elettronico, parte Liquefy My Mind, un mid tempo estremamente sincopato nella sua sezione ritmica, e che risulta complesso anche dal punto di vista costitutivo, con le strofe che alternano momenti dal flavour di retrogusto power, parti più sentite e lente e momenti invece aggressivi e potenti, in cui spunta fuori addirittura il growl; i ritornelli sono invece più lineari ed anche piuttosto catchy, potendo contare su melodie semplicissime e forti suggestioni dance, date soprattutto dal lavoro del tastierista Marco Zichittella (imponente qui come nel resto del disco), che però non solo non stridono, ma sono  per giunta ben integrate nel sound della band, come del resto tutte le altre forti influenze elettroniche presenti in tutto il brano. La struttura  si rivela quindi piuttosto varia, attraversando parti strumentali piuttosto diverse tra loro, ma la falsariga di sottofondo rimane ad ogni modo piuttosto basilare, il ritornello si ripete spesso, ed il pezzo risulta di conseguenza, oltre che buono, anche molto accessibile (non è un caso, infatti, se è stato scelto per esser stato scelto come ideale singolo dalla band, che ne ha girato il videoclip). Un altro preludio di synth, subito ripreso dalle chitarre, e poi Outta Place/Time si avvia con le potenti ritmiche della sei corde di Daniele Mazzanti, che qui domina assolutamente, lasciando spesso le tastiere in sottofondo; questo rifferama, modificandosi leggermente, regge la canzone per tutte le strofe, mentre i ritornelli sono più keys-oriented ed anche più intensi dal punto di vista del pathos, nonché uno dei punti di forza assoluti della traccia. Oltre ad essi, degno di nota comunque il songwriting, ottimo in ogni arrangiamento ed in ogni passaggio, ed ottima anche l’atmosfera, intensa e vagamente nostalgica; il difetto potrebbe essere invece la corta durata (nemmeno 3 minuti), ma abbiamo in ogni caso un ottimo episodio, tra i migliori in assoluto del lotto. Arriva poi Stolen Fate, la cui lunga parte iniziale è lenta è soffusa, presentando la voce del singer Alessandro Antonelli, intensa sentimentalmente come non mai, al di sopra di un tappeto di keys, di loop elettronici e di beat sintetici, avvolgente e che genera una forte atmosfera di attesa, con il suo climax ascendente che alla fine esplode in un brano inizialmente addirittura del tutto dance (per giunta senza che ciò dia per nulla fastidio!), ma in cui poi fanno ingresso, seguendone la linea melodica, anche le chitarre distorte e l’effetto che si ha è grandioso e liberatorio. Il pezzo prosegue quindi riprendendo la parte iniziale e rileggendola in versione “lento metal”,  prima che una nuova parte a metà tra metallo ed elettronica, ancora più potente e veloce, porti infine a conclusione la canzone che, per quanto singolare, risulta la migliore in assoluto dell’intero EP.
Bette Davis Eyes è un brano che sin da subito si rivela disteso e spensierato a livelli helloweeniani, per quanto abbia poco altro di power metal e molto più del prog elettronico della band. Ad ogni modo, si rivelano ottime le strofe, dominate dagli ossessivi synth per gran parte della propria durata, e soprattutto i bridge, molto coinvolgenti essendo molto scanzonati; i ritornelli sono invece meno incisivi del resto, ma in ogni caso risultano adatti, certo non sfigurando né risultando fastidiosi. Per il resto, c’è poco da dire: abbiamo una song molto lineare (anche più delle altre), ma che tutto sommato risulta di buon valore, e riesce ad intrattenere benissimo.  L’ennesimo intro sintetizzato, poi appare Sun Doesn’t Like to Set, che alterna velocissimamente parti diverse tra loro, ma accomunate dall’atmosfera , e va rapidamente al punto, giungendo subito al chorus, che risulta melodico e catchy. In ogni caso, degni di nota sia il primo interludio tra i ritornelli, in cui il duetto tra growl e pulito si appoggia sopra ad un’ottima parte, sia il secondo, puramente elettronico e dall’atmosfera sognante, preludio ad un refrain più soffuso degli altri, il quale conclude nella maniera più delicata possibile l’episodio che pur essendo probabilmente il minore del disco, è in ogni caso più che discreto. Le tastiere iniziali di Another Night, che segue, sono più cupe che in passato, rivelandosi la giusta premessa ad un pezzo che può contare sul riffage probabilmente più pesante ed aggressivo dell’intero lotto, seppur in alternanza con parti più melodiche e dal mood prepotentemente progressive, nel quale spicca il chorus, che per la sua melodiosità e solarità ricorda molto i primi Angra. Degno di nota anche la sezione centrale, con un sottofondo molto melodico sotto ad un cantato growl a generare un mood bizzarro, prima che un refrain ancor più sentito dal punto di vista emotivo metta la parola fine sull’ennesima traccia di qualità. Il disco è ormai agli sgoccioli: a concluderlo, giunge Musical Digital Divide, vera e propria bandiera della band sia per quanto riguarda lo stile (sono presenti tutti gli stilemi già sentiti in precedenza) che a livello lirico (li testo parla della “divisione” tra i tradizionalisti e i progressisti in ambito musicale), la quale consta di strofe sincopate e sempre in movimento che confluiscono, dopo interludi dominati dai synth, nel fantastico ritornello, che ha dalla sua un pathos notevolissimo ed un’ottima composizione. Degno di nota è anche la parte centrale, quasi del tutto elettronica e dal feeling strano, ma che comunque risulta ottima; lodevole è anche la prestazione del drummer Matteo Vellucci, ancor più impressionante che nel resto del disco, il quale gestisce con maestria il gran numero di cambi di ritmo presenti; il pezzo, nel complesso, risulta in virtù di tutto ciò uno dei migliori in assoluto dell’EP, concludendo quest’ultimo come meglio non si poteva.
Abbiamo insomma un prodotto di ottima qualità, con buone idee ed una spiccata originalità, e che perciò merita un voto decisamente alto. Dall’altra parte, c’è da dire che i Dreamsteel non sono per tutti, anzi: se non si possiede la sufficiente apertura mentale, è probabile che possano non piacere. Se tuttavia non avete preconcetti dogmatici verso la musica elettronica, e specialmente se apprezzate quest’ultima, anche se non nei suoi generi più mainstream (come me, del resto), allora 2.013 potrà piacervi anche parecchio: dategli quindi, un’opportunità, scaricandolo ed ascoltandolo!
Voto: 78/100(massimo per demo ed EP: 80)
Mattia
Tracklist:
  1. Liquefy My Mind – 03:44 
  2. Outta Place/Time –  02:55 
  3. Stolen Fate –  03:39 
  4. Bette Davis Eyes – 03:30 
  5. Sun Doesn’t Like to Set – 04:04 
  6. Another Night – 03:04 
  7. Musical Digital Divide – 03:42 

Durata totale: 24:38


Lineup:
  • Alessandro Antonelli – voce
  • Daniele Mazzanti – chitarra
  • Marco Zichittella – tastiere
  • Diego Testa – basso
  • Matteo Vellucci – batteria
Genere: progressive metal
Sottogenere: electronic progressive metal

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