Necrodeath – 100% Hell (2006)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE100% Hell (2006) conferma i Necrodeath tra le punte di diamante del metal estremo italiano.
GENEREIl solito thrash/black metal d’assalto, divenuto uno standard per i liguri negli ultimi decenni.
PUNTI DI FORZALa solita classe, un grande impatto, una registrazione adeguata, una scaletta di livello medio altissimo e piena di grandi brani.
PUNTI DEBOLIGiusto qualche sbavatura.
CANZONI MIGLIORIForever Slaves (ascolta), Master of Morphine (ascolta), Identity Crisis (ascolta), 100% Hell (ascolta)
CONCLUSIONI100% Hell è un album di altissimo livello, consigliabile a tutti i fan dei Necrodeath e in generale del thrash metal più estremo.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
94
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Se oggi nel nostro paese è possibile trovare ogni sfumatura del thrash metal, da quella ultra-tecnica a quella più violenta e contaminata di death, passando per i molti gruppi che fanno propria la lezione della branca americana del genere, negli anni ’80 la situazione era molto diversa: la scena italiana era infatti molto più unitaria, dal punto di vista dello stile, ed i suoi gruppi più rappresentativi erano tutti orientati verso dei sound che omaggiavano, molto più degli americani, gruppi quali Venom, Bathory, Hellhammer e primi Sodom, con le influenze black che tutti presentavano. Insieme a Schizo e Bulldozer, e forse ancor più di questi, la punta di diamante assoluta della scena sono sicuramente i Necrodeath: nonostante l’uscita di due soli album nel corso di quel decennio (nello specifico Into the Macabre del 1987 e Fragments of Insanity del 1989) seguiti dallo scioglimento nel 1990, divennero in breve uno dei gruppi italiani più famosi nel mondo, pur essendo come spesso accade ingiustamente poco considerati in patria (status che mantengono tutt’ora). Tale fama è ciò che presumibilmente convinse il leader assoluto della band, il batterista Marco “Peso” Pesenti a riformare la band nel 1998 con tre nuovi musicisti. Dopo un altro paio di dischi molto amati, nel 2003 arrivò un nuovo album, Ton(e)s of Hate, che per la prima volta scontentò i fan, rivelandosi un mezzo passo falso; il suo successore, 100% Hell di tre anni dopo, tornò tuttavia alla solita alta qualità che il gruppo ligure aveva proposto lungo tutti gli anni, come vedremo tra pochissimo. Un commento, prima di cominciare, anche per la produzione: molto pulita ed accurata, riesce a valorizzare benissimo il sound della band, rivelandosi perciò un grosso valore aggiunto per il disco.

You are a slave like everyone else”: così la voce inconfondibile di Cronos dei Venom, ospite d’eccezione della band, da il via a February 5th, 1984, intro dell’album che presenta la sua narrazione da sola su di un tappeto di soffusi effetti, il quale viene poi viene spezzato dall’attacco potentissimo (nonché apparentemente pensato tutto per la dimensione live, nella quale immagino abbia fatto sfracelli) della opener vera e propria, Forever Slaves. Questa prosegue quindi con un riff prepotentemente thrash-oriented, su cui a tratti subentrano piccoli ed ossessivi lead chitarristici, oltre al graffiante e versatile scream del cantante Flegias; la canzone va poi al punto molto rapidamente, le strofe procedono velocissime e lasciano spazio ai ritornelli, più calmi e tenebrosi. Anche questa accoppiata lascia quindi il posto alla parte centrale, con un rapidissimo assolo che precede una frazione ancor più ferale e black-oriented, prima che un altro chorus torni a concludere una scheggia impazzita sveltissima e piuttosto breve, ma che comunque risulta già da subito uno dei migliori pezzi del disco. La seguente War Paint può contare su di un altro riffage thrashy, veloce ed anche parecchio complesso che si evolve velocemente insieme alla canzone, la quale nuovamente avvicenda le varie partii in maniera veloce ed incalzante, travolgendo tutto con una potenza da schiacciasassi. Si segnala qui l’accoppiata bridge/ritornelli, coi primi ancor più energici del resto, ed i secondi, corali e potentissimi, che sono ciò che di più spicca nella canzone, qualitativamente; ottima si rivela la lunga parte centrale, più lenta e che riecheggia a tratti di più il thrash classico di quello orientato al black della band (seppur gli influssi oscuri e malvagi siano sempre ben presenti, specie nella sua seconda parte), ciliegina sulla torta di un altro brano a dir poco eccellente. Un intro oscuro ma tranquillo, gestito dalle sole chitarre acustiche ad accompagnare la voce di Flegias, si appesantisce pian piano, facendo quasi credere l’ascoltatore che vi sarà un lento crescendo; poi però Master of Morphine esplode improvvisamente con grandissima pesantezza, presentando un rifferama pesantissimo e molto coinvolgente, a metà tra il thrash più potente e le armonizzazione oscure del black, il quale si evolve man mano che la canzone procede, ma in maniera coerente alla falsariga di sottofondo, appoggiandosi su tempi sempre medi ma riuscendo lo stesso ad aggredire (ed a coinvolgere) moltissimo; a mettersi più in luce sono di nuovo però i refrain, neri come la notte e quasi catacombali nel cupo incedere. Ottima anche tutta la parte solistica del chitarrista Andy, qui davvero speciale, e degna di menzione anche la lunga coda oscura che riprende l’intro, per il brano che risulta probabilmente addirittura il migliore dell’intero album (fatto probabilmente confermato anche dalla band stessa, che ne ha difatti girato il videoclip). Giunge quindi The Wave, il cui vorticoso preludio di chitarre è già decisamente eloquente; il resto del brano si rivela difatti un uragano di note che si calma solo per i ritornelli, i quali scendono a livello di mid tempo; anche la sezione centrale è più lenta del resto, ma risulta in ogni caso strumentalmente molto varia ed interessante. Dall’altra parte, c’è da dire che probabilmente il riffage che regge le strofe è un po’ meno incisivo che altrove: abbiamo perciò un pezzo inferiore a quelli che lo hanno preceduto, per quanto comunque la qualità non sia per nulla bassa, al contrario.

Un breve preludio di feedback di chitarra, su cui subentra la sezione ritmica, poi parte un riff che si rivela in maniera inaspettata potente anche sentimentalmente, prima che l’impatto del tutto thrash di Theoretical and Artificial giunga a fare la sua entrata; da qui, il ritmo accelera sempre di più, fino ad arrivare al ritornello, furioso e retto da una specie di blast beat terzinato (e ottima a proposito la prestazione di Peso, qui come nel resto del disco). Da qui in poi, il fraseggio intenso e le parti più tirate si alternano tra loro senza soluzione di continuità, inframezzate soltanto dall’assolo centrale, dal feeling macabro reso ancor più intenso dai sussurri in sottofondo, dopo il quale si riparte per una parte più ossessiva e arrabbiata, preambolo ad un nuovo refrain che conclude questa traccia, brevissima (nemmeno tre minuti e mezzo) ma nuovamente ottima. Identity Crisis, che segue, è un mid tempo che si apre subito con un riffage che poi si ripeterà per gran parte della canzone, lento ma potentissimo, a cui si accoppiano a tratti voci campionate, ma per la maggior parte del tempo vi sono tastiere dall’appeal quasi sinfonico, le quali però non riducono l’impatto della band ma addirittura lo potenziano, rendendo il tutto più tenebroso. Degni di lode sono anche la frazione centrale, breve e con il solo basso di John a catalizzare la scena, ed il finale, con gli ossessivi campionamenti che prendono il sopravvento; mettiamoci pure un songwriting accurato e buonissimo in ogni passaggio, ed abbiamo un brano che nonostante la sua diversità da ciò che ha intorno, è comunque tra gli episodi migliori del lotto. Il piede torna sull’acceleratore per la velocissima “Beautiful/Brutal” World, che come in precedenza va subito al punto, con le veloci strofe che si avvicendano rapidissimamente ai ritornelli, più lenti e riflessivi; in mezzo a tutto ciò trova spazio una catacombale sezione di forte ascendente doom, su cui al posto dell’assolo si piazzano degli stralci parlati di notiziari di cronaca nera, tematica a cui si confà anche il bel testo sul marcio che c’è nel mondo dei media, coronamento di un altro pezzo di valore molto alto. E’ ora il turno di Hyperbole, che non è niente più di cinquantacinque secondi di chitarre acustiche effettate e da sussurri, un interludio che serve soltanto a spezzare il ritmo e ad introdurre la lunga e conclusiva 100% Hell. Essa, dopo un’ulteriore preludio che presenta il suono delle fiamme e di chitarre in lontananza, seguito da un breve fraseggio di batteria, deflagra con potenza ed aggressività, cominciando subito ad alternare tratti veloci e dal mood orientato al thrash più malato, e momenti più rallentati e minacciosi, sottolineate dalla voce di Flegias, effettata e mai così malvagia. Entrambi le parti vanno avanti modificandosi ed evolvendosi, con la velocità media che si fa inizialmente più veloce, e poi si stabilizza, mentre appaiono frazioni più strane, in cui oscure vocals femminili si alternano con citazioni (in italiano) tratte dall’Inferno della Commedia di Dante, seguite, dopo un altro mini-assolo di Peso, da una parte in cui vengono ripetute ossessivamente nomi di demoni; giunge quindi una lunga frazione lenta e di nuovo dal retrogusto doom, in cui si alternano voci particolari ed arcane, e che tende lentamente a spegnersi, portando a termine la lunghissima ed infernale seconda parte, davvero da brividi. La titletrack sembra ormai conclusa, ma poi la batteria torna a farsi strada, seguita subito dalla ripresa della struttura iniziale, con la prima sezione veloce e la seconda ancor più minacciosa nella sua ripetizione martellante e malvagissima del titolo, che infine, dopo oltre nove minuti e mezzo e tanti cambi di ritmo, mette la degna parola fine al disco.

Abbiamo insomma tra le mani l’ennesimo disco di qualità assoluta della storia dei Necrodeath, probabilmente non il migliore ma comunque assolutamente indispensabile ad ogni fan della band che si rispetti. Per il resto c’è poco da dire: se vi piace il thrash e non vi disturbano il cantato scream ed in generale le influenze black metal, 100% Hell fa assolutamente per voi: recuperatelo a tutti i costi, perciò, e vedrete che non ve ne pentirete!

Anche quest’anno, tra metà febbraio e metà marzo avremo cinque recensioni di dischi di gruppi italiani usciti di recente, di cui questo è il primo; abbiamo deciso però che rispetto all’anno scorso, ospiteremo dischi usciti negli ultimi dieci anni, invece che negli ultimi quattro.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1February 5th, 198400:58
2Forever Slaves03:22
3War Paint04:36
4Master of Morphine04:20
5The Wave03:52
6Theoretical and Artificial03:25
7Identity Crisis04:28
8Beautiful-Brutal World03:15
9Hyperbole00:55
10100% Hell09:38
Durata totale: 38:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Flegiasvoce
Andychitarra
Johnbasso
Pesobatteria
OSPITI
Cronosvoce (traccia 1)
Bea Drovandivoce (traccia 7)
Federica Badaliniviolino e tastiera (traccia 7)
Sonya Scarletvoce addizionale (traccia 10)
ETICHETTA/E:Scarlet Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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