Elvenking – Wyrd (2004)

2001: gli Elvenking pubblicano il loro esordio discografico, Heatenreel, che sin da subito si fa notare agli appassionati della branca più melodica del metal per la sua spiccata originalità. Mancava ancora qualche anno all’esplosione del folk metal fuori dall’underground stretto, ed i gruppi di questo stile già presenti erano in ogni caso ancora legati di norma ad ambienti metal estremo, così il loro sound derivato dal power metal dell’epoca risulto certo innovativo; il disco tuttavia non vive solo della sua freschezza, ma anche di un’immensa qualità, che oltre a renderlo, nei miei gusti, uno dei migliori album mai usciti in Italia nel suo genere, gli valse un immediato successo internazionale. Nonostante ciò, il gruppo attraversò delle turbolenze subito dopo l’uscita di Heatenreel: il risultato fu che giusto l’anno dopo avvenne il clamoroso abbandono di Damnagoras, che oltre ad essere il singer era anche uno dei principali compositori della band; quest’ultima decise però di andare avanti reclutando come sostituto Kleid, il quale non si distaccava molto dalle tonalità del predecessore, con la sua voce potente ma non da tipico screamer power metal. Due anni dopo vedeva la luce Wyrd, un album che riscosse successo quanto il predecessore, ma che per la mia opinione gli è parecchio sotto qualitativamente: causa di ciò sono in special modo le canzoni, che come vedremo tra poco sono in molti casi meno focalizzate ed incisive rispetto a quelle di Heatenreel, non riuscendo a ripeterne per nulla la stessa magia. Come se non bastasse, il disco ha una produzione che rispetto a quella buona del precedente risulta più sporca ed imprecisa, non solo non valorizzando il disco, ma facendone scendere ancor di più la considerazione (visto anche l’anno in cui è stato inciso e la presenza di un etichetta di un certo livello come la AFM Records alle spalle).
The Losers’ Ball è un intro che può rassomigliare a To Oak West Bestowed, pur essendo più lungo e presentando, rispetto a quello strumentale del predecessore, subito una parte cantata divisa tra Kleid e delle vocals femminili (particolare questo che si ripeterà, visto che vi sono ben tre donne come ospiti del gruppo nel disco). Quando esso si esaurisce, e dopo una breve pausa, parte la opener vera e propria, Pathfinders, che ha dalla sua un ritmo veloce ed un atmosfera subito allegra e solare, per quanto ogni tanto spunti fuori qualche accenno malinconico. La canzone si evolve poi in maniera piuttosto complessa, pur non arrivando a livelli progressive, e la sua unica falsariga è il già citato mood; questa struttura si rivela però anche il punto debole della traccia, che ha sì spunti molto interessanti, come i ritornelli scanzonati e coinvolgenti e come molti fraseggi di chitarra e di violino presenti qua e là, ma anche alcuni momenti morti e poco incisivi, risultando alla fine anche più che discreta, però certo di livello molto inferiore a qualsiasi pezzo di Heatenereel. Jigsaw Puzzle, che segue, comincia subito diretta, constando di un riff potente con sopra un bel giro del violino di Elyghen, che si ripete spesso nel corso della traccia alternandosi con le altre sezioni in cui gli elementi folk spariscono, il tutto inquadrato in una struttura molto coinvolgente ed incisiva. Punto di forza assoluto della song sono in ogni caso i ritornelli, colmi di un pathos avvolgente e che coinvolge benissimo; bella anche la parte centrale, a metà tra il folk propriamente detto e momenti più power-oriented e con un’ottima parte solistica di Aydan, che prelude ad un nuovo refrain ancor più intenso, concludente una delle canzoni di gran lunga migliori del disco. Dopo una breve introduzione dominata dal violino, parte quindi The Silk Dilemma, brano che alterna parti di folk metal anche piuttosto potenti, come il riffage che regge anche le strofe ed aperture melodiche con i soli strumenti tradizionali e talvolta il potente duetto tra Kleid e le vocals femminili, che valorizzano a tratti la canzone, come per esempio nella lunga parte centrale, ma che a volte la spezzano troppo, rendendola in qualche modo scollata. Nemmeno la parte più propriamente metallica si rivela ben bilanciata, e l’alternanza tra momenti anche buoni ed altri che invece non  riescono ad incidere rendono questo episodio discreto, ma nulla più. La lunga parte iniziale di Disappearing Sands (prima traccia della versione limitata dell’album, quella in mio possesso), coi giri dissonanti del violino ed il mood quasi angosciato, contrasta con ciò che arriva poi, che è invece piuttosto allegro. Quest’avvicendamento si ripresenta spesso nel corso della song, con il tema introduttivo che torna a tratti a far capolino; ad essa si conforma anche la validissima accoppiata tra il bridge quasi allegro e festaiolo ed il chorus che è invece molto intenso sentimentalmente e cupo grazie anche ai growls diJarpen che spuntano spesso. Molto buono si dimostra anche l’assolo centrale, per un pezzo che non si capisce perché sia stato incluso solo come bonus track, essendo praticamente al livello dei migliori episodi del disco. Dopo un preludio di chitarra acustica, si avvia quindi Moonchariot, brano inizialmente molto veloce ed ostinato, che poi però scema in una frazione folk al cento percento. Parti rapide (anche se meno di quella iniziale), con a tratti anche folli giri di violino, e parti meno aggressivo si alternano, lasciando spazio anche a momenti di metal melodico, come quelli che reggono il buon ritornello. Se ciascuno di questi momenti ha buoni spunti, purtroppo la struttura generale non riesce a valorizzarle, presentando infatti un gran numero di interludi che spezzettano e scollano troppo il complesso, e più in generale uno scorrimento troppo lento, che rende il tutto molto meno incalzante ed in generale piuttosto moscio (fatto dovuto anche agli oltre sei minuti e mezzo di durata che certo non aiutano), facendo rimpiangere per ciò che questo pezzo poteva essere, invece di accontentarsi del solo livello discreto.
The Perpetual Knot attacca con un riff molto potente e che incide molto, il quale poi si spegne in una parte di musica esclusivamente folk decisamente incalzante a reggere le strofe; efficaci si rivelano anche i ritornelli, più metallici e che pur essendo complessi risultano comunque piuttosto orecchiabili, valorizzando quindi la canzone. Anche la parte centrale strumentale non è niente male, ed il pezzo, per quanto breve, alla fine si rivela molto piacevole, per quanto non sia certo chissà che di trascendentale. Dopo  un intro retto da un mid tempo che fa sembrare Another Heaven quasi un brano metal melodico, prende il via qualcosa di leggermente più tirato, nonostante sia comunque sempre più disteso e soffice della media del disco, grazie anche alle aperture soffusissime che spuntano a tratti. Il punto di forza della song è però il lungo chorus, molto catchy e che ne eleva prepotentemente il valore; degna di essere menzionata è anche la parte centrale, con il bellissimo assolo di Elyghen della prima eterea frazione che prosegue, accompagnato dalle chitarre, anche nella seconda, ciliegina sulla torta di una song che pur presentando qualche elemento banalotto, è comunque tra le migliori dell’intero album. Dopo un lungo preludio di chitarre acustiche, violino ed apparentemente anche mandolino parte A Fiery Stride, che consta di un buon riffage potente e cadenzato e di una struttura mutevole ed in continua evoluzione,  la quale alterna varie parti quasi senza cognizione di causa, anche se c’è da dire che alcune di loro sono anche più che discrete, come il ritornello o come alcune partiture di chitarra (ma altre anche spiazzanti in negativo, come l’assolo palesemente copiato da The Regality Dance). In virtù di ciò, abbiamo il brano probabilmente peggiore tra quelli sentiti fin’ora, anche se almeno questo ha la scusante di esser soltanto un contenuto bonus. Midnight Circus, che segue, è una rapida canzone in cui l’ottima introduzione con le vorticose chitarre lascia presto lo spazio ad un episodio che rispetto agli altri risulta molto più tipicamente power, anche se questa scelta paga a metà: abbiamo un pezzo in cui, ancora una volta, alcuni particolari sono riusciti molto bene, come il ritornello, forse il migliore di tutto il disco essendo molto immaginifico e potente emotivamente, o come la sezione quasi del tutto strumentale posta al centro, ma che tende ogni tanto a perdersi per strada, con la struttura a tratti troppo spezzettata e disunita che in generale non valorizza la traccia, la quale si rivela sì buona, ma che poteva essere molto migliore. Come da tradizione power, a chiudere l’album è posta una lunga suite finale, A Poem for the Firmament, che parte molto lenta e soffusa, e prosegue a lungo in questo modo, con la voce di Kleid che si posa su un tappeto dolce di violino e di chitarre acustiche. La traccia entra nel vivo solo dopo quasi due minuti e mezzo, quando le chitarre distorte finalmente irrompono, dando il via ad un alternanza tra sfuriate power e momenti più soffusi, che stavolta però sono ben mixati, e non sembrano raffazzonati, bensì coerenti nella propria evoluzione, che pure porta la canzone a variare molto di più che in passato. Comunque sia, si segnalano i bei ritornelli, che fanno spesso capolino, ma soprattutto degna di nota è la lunga parte centrale, inizialmente tutta strumentale e prepotentemente power, poi più soffusa e con il cantato femminile che subentra su uno sfondo che vede, insieme al violino, anche il pianoforte; giunge poi una nuova parte metallica e convulsa, che aumenta sempre più la sua intensità sia dal punto di vista meramente strumentale che da quello delle emozioni sprigionate, fino al culmine col potente coro che conclude la parte, prima che quella principale torni a fare la sua entrata per concludere una closer track che pur essendo ad anni luce da Seasonspeech (per me il miglior episodio in assoluto di Heatenreel), risulta comunque il pezzo più valido del disco insieme a Jigsaw Puzzle, e tira su con il suo ottimo livello un disco che altrimenti avrebbe avuto certo un giudizio inferiore.
Abbiamo insomma, come avrete potuto capire, un disco anche sopra alla sufficienza, ma che non risulta imprescindibile, e scompare addirittura se confrontato con Heatenreel, in virtù dell’inconsistenza di molti dei suoi episodi. Se ad ogni modo amate la band, o anche solo il genere, Wyrd potrà anche donarvi alcuni momenti piacevoli: se però volete trovare il capolavoro assoluto degli Elvenking, allora è proprio l’esordio che fa per voi, mentre potrete anche accantonare questo, almeno per il momento.
Voto: 72/100
Mattia
Tracklist:
  1. The Losers’ Ball – 01:49
  2. Pathfinders – 05:22
  3. Jigsaw Puzzle – 04:17
  4. The Silk Dilemma – 04:19
  5. Disappering Sands – 04:41
  6. Moonchariot – 06:49
  7. The Perpetual Knot – 03:03
  8. Another Haven – 05:06
  9. A Fiery Stride – 04:59
  10. Midnight Circus – 05:04
  11. A Poem for the Firmament – 12:09
Durata totale: 57:38

Lineup:
  • Kleid – voce
  • Aydan – chitarra
  • Jarpen – chitarra e growls
  • Elychen – violino, viola e tastiere
  • Gorlan – basso
  • Zender – batteria
  • Laura de Luca – voce (guest)
  • Giada Etro – voce (guest)
  • Pauline Tacey – voce (guest)
Genere: power/folk metal

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