Ashes of Chaos – Eye (2013)

Come probabilmente saprete, non sono un grande amante del progressive metal degli ultimi anni: trovo anzi buona parte dei gruppi dei gruppi odierni noiosi, col loro puntare praticamente tutto sulla tecnica e sulla complessità delle composizioni, col risultato finale che è sì formalmente perfetto, ma comunque risulta piatto e suscita ben poche emozioni. Tra le tante band che corrispondono a questa descrizione, ogni tanto però ne spunta una che, pur non tralasciando l’elemento tecnico, riesce anche a non perdere di vista la buona riuscita musicale dei propri brani nel complesso: gli Ashes of Chaos, gruppo in questione della recensione, sono a mio avviso uno di essi. Nati nel 2008 a Rimini come Mind Blast, cambiano in breve il monicker in quello definitivo; dopo un demo nel 2011 vengono notati dalla giovane etichetta brescianalogic(il)logic Records, che lo scorso anno ne pubblica l’esordio sulla lunga distanza, Eye. In esso, il gruppo si propone in un metal progressivo molto energico (almeno per la norma del genere) e che pur risultando piuttosto tecnico non si perde praticamente mai in futili svolazzi o in tecnicismi fini a se stessi, ma è molto più focalizzato sull’obiettivo della buona riuscita musicale del tutto; come vedremo tra poco, ciò si esplica in canzoni anche estremamente complesse (tanto che questa è una delle recensioni più complicate che abbia mai scritto, e probabilmente alcuni particolari del disco si perdono nella descrizione), ma comunque efficaci e per nulla noiose, un po’ come i Dream Theater dei tempi d’oro, per quanto la band abbia un sound meno ispirato all’act di John Petrucci rispetto a tante altre nel loro genere. Particolare che spicca nel loro sound è inoltre l’atmosfera, che risulta intensa come da norma prog ma anche oscura in qualche modo, il che oltre ad essere un valore aggiunto per l’album si adatta bene al concept dietro ad esso, un’interessante storia di fantascienza post-apocalittica. Il tutto è infine valorizzato da una produzione che pur essendo piuttosto accurata non è al livello di solito impostato dalle major; meglio così, comunque, visto che quando questo fa spesso sembrare i dischi poco naturali e molto “plasticosi”, le sonorità qui presenti valorizzano molto bene la musica dell’ensemble, rendendo il disco anche meglio di quanto non sia altrimenti.

Dopo un breve preludio, con il sound come di una vecchia radio, arriva un attacco con una parte molto sbilenca e strana, che per un momento può sembrare la vera opener, ma in realtà è un’ulteriore introduzione. La Ashes of Chaos vera e propria si avvia successivamente, presentandosi ancora sincopata ma più lineare e cominciando da subito ad alternare tra le strofe, potenti ed in cui la voce di Alexios Ciancio è aggressiva e quasi da thrash metal, ed altri momenti più particolari, a tratti più melodici come i ritornelli, soffusi e col forte pathos che il versatilissimo singer, qui molto “sentimentale”, riesce a dare, altre volte invece più strani; esempio di ciò può essere la parte centrale, dal mood malato e con addirittura uno scream che esce fuori a tratti, seguita da una parte solistica tecnica ma comunque molto coinvolgente, tanto da risultare appassionante ed in ultima analisi la parte migliore della opener. Anche il resto della composizione non è però da buttare, anzi, e pur essendo la canzone forse un pelino al di sotto di quelle che arrivano dopo, è comunque di qualità più che buona e non annoia nemmeno un attimo lungo tutti i suoi sei minuti di durata. L’attacco iniziale della seguente Fallen è frontale e potente, il riff circolare impostato da Mike Crinella incide a meraviglia e si mescola benissimo con le tastiere, anch’esse decisamente ossessive. Il brano tende poi a variare la formula come da buona regola prog, ma mantenendo ad ogni modo sempre una linea di sottofondo: le strofe, che per quanto di norma elettriche risultano meno aggressive e più riflessive del resto, sembrano così perfettamente incastrate con i ritornelli, molto intensi sia dal punto di vista meramente musicale che da quello più emozionale, in un equilibrio molto ben gestito dal gruppo. Ottima si rivela anche la seconda parte, del tutto strumentale, che presenta i brevi assoli di Crinella, del basso di Stefano Galassi e del tastierista ospite Giorgio Gori (ottimo a proposito il suo contributo strumentale che valorizza praticamente ogni momento, non solo in questo song) ed alla fine declina in una coda più soffusa, la quale mette la parola fine su uno dei brani migliori del disco. Giunge poi Doom, canzone che è poco più che un interludio, due minuti e mezzo scarsi retti tutti dalla chitarra acustica (e dal basso in sottofondo) che pur non essendo chissà che risultano comunque piacevoli con la loro atmosfera malinconica, nonché adatti per spezzare i ritmi tra un pezzo tirato e l’altro. Un altro preludio soffuso, seppur più ritmato e meno rilassato nel suo mood di misteriosa attesa (effetto reso anche dai sussurri e agli effetti sonori presenti), poi Mechanical Rage esplode in tutta la sua potenza, presentando nuovamente un riffage piuttosto solido unito ad un feeling particolarissimo, ma comunque molto buono e coinvolgente. La song quindi prosegue modificando inizialmente di poco la propria formula e mantenendo intatta la propria potenza attraverso i vari passaggi; poi però il tutto tende a spegnersi lentamente, finché arriva una frazione soffusissima, col solo pianoforte a sorreggere alla voce di Ciancio. Toccato questo “fondo” di melodiosità (esclusivamente musicale, perché comunque la qualità si mantiene sempre alta), il brano torna a potenziarsi finché la parte iniziale torna a fare il suo corso anche con più potenza per poi confluire nel finale, simmetrico all’intro, a suggello di un altro episodio di valore assoluto. Arriva il turno ora di Atmosfear Pt. 1: Abyss of Consciousness, il cui arpeggio iniziale è attaccato senza soluzione di continuità all’outro del pezzo precedente, facendosi più oscuro e misterioso, prima che la canzone vera e propria deflagri improvvisamente con un growl ed un riff potente ma intenso, di lievissima reminiscenza addirittura opethiana, seguito dall’entrata in scena del cantato pulito e mai così pieno di pathos di Ciancio. Un interludio di pura tecnica, molto vorticoso, e poi il brano inizia a progredire rapidamente, alternando sfuriate potenti ma anche significative sentimentalmente e momenti più soffusi, a tratti dominati dalle chitarre acustiche, altre da assoli con la sola sezione ritmica al di sotto, passando per tratti anche strani, con il feeling generale che varia dall’arcano a qualcosa di pressoché gioioso, da un mood malato, quasi alla Nevermore, alla rabbia in breve tempo; l’incastro è però molto ben congegnato e ci conduce veloci verso il finale. Quest’ultimo, sicuramente la cosa migliore di un episodiocomunque ancora una volta di qualità media molto alta, si avvia con un lento sei quarti ondeggiante e melodico impostato dalla sezione ritmica che ha al di sopra delle lievi chitarre e che cresce leggermente alla distanza con l’arrivo di un buon assolo per poi spegnersi in una coda soffusa.
Parallels è lunga suite che comincia in maniera fragorosa, con un rifferama splendidamente efficace su una base ritmica mai così complessa (e ad ogni modo ottima anche più che altrove la prestazione del batterista Francesco Gabrielli, dallo stile preciso e molto vario), che si conferma tale anche quando fa la sua entrata il cantato, attraversando parti diverse tra loro ma ben unite. Ad ogni modo, questa iniziale The Gate, potente ma tranquilla nell’atmosfera, lascia presto spazio a The Key, più arcana e misteriosa, in cui ad una prima metà musicalmente calma fa da contraltare una seconda parte vorticosa ed avvolgente al massimo, collegandosi così al terzo episodio della suite, The Vision, in cui sparute influenze addirittura alternative, come anche una struttura che avvicenda parti più pesanti ed aperture eteree, contribuisce a creare la frazione dal mood più strana di tutte, difficile anche da descrivere a parole. Dopo un breve fraseggio dominato dal basso, parte quindi The Path, inizialmente più contenuta nell’atmosfera ed poi più incalzante, che quindi si spegne per lasciar spazio a The Ruin, nuovamente senza riff distorti e con a dominare passaggi di gusto funky/jazz nella sua prima parte, mentre la seconda torna al metal e risulta anche piuttosto semplice, ma comunque tra le più incisive del brano. Il compito di concludere la suite è affidato alla sua sezione migliore, The Nightmare, che risulta inizialmente convulsa e vorticosa, prima dell’arrivo di una pausa tutta di chitarre acustiche preludio all’intensissimo finale, dominato tutto dall’assolo di Crinella, il quale dopo oltre dieci minuti mette fine ad una canzone lunga ma senza praticamente momenti morti. Un arpeggio crepuscolare introduce Novilunio, prima che le chitarre esplodano e comincino una progressione inarrestabile e senza quasi schemi, ma che risulta dannatamente incisiva e bene a punto in ogni suo singolo passaggio. Frazioni potentissime nella loro perfetta fusione tra le melodie delle tastiere e la possanza dei riff si avvicendano con momenti invece più interlocutori ma non per questo meno validi, il tutto esteso per cinque minuti e mezzo strumentali di pura tecnica ma efficacissimi, e che fanno risultare questo pezzo forse addirittura il migliore in assoluto nel lotto, una piccola ma fulgente perla di metallo progressivo. La parte iniziale della successiva Atmosfear Pt. 2: Circle of Madness, con un delicato arpeggio di chitarra, è una falsa premessa, perché poi la composizione passa improvvisamente allo shuffle, con le trame che cominciano ad imitare la musica da giostra; in seguito, il tutto si fa ancor più balzano (e malato, almeno nell’atmosfera) con l’entrata i scena di synth che imitano le fisarmoniche su di un tempo da polka, ad avvicendarsi con momenti dagli influssi funk, per un brano più corto e forse anche meno bello del precedente dallo stesso nome, ma che comunque risulta molto interessante, se non altro per la sua spiccata stravaganza. Giunge poiAwake, la cui lunga introduzione è delicatissima e molto tranquilla, ma riesce comunque ad essere intensa dal punto di vista del feeling evocato; quest’ultimo si mantiene poi anche nella parte successiva, che alterna tratti più intensi dal punto di vista del lirismo e momenti energici ed in cui le chitarre sono potenziate anche dalle tastiere, qui per nulla melodiche e del tutto ritmiche. La traccia prende quindi una via molto complessa e varia, anche più che in passato, presentando anche un’ottima linea principale, rappresentata in particolare dal buonissimo ritornello, intenso e che si ripete spesso, come anche un bel feeling generale, sempre parecchio avvolgente e caldo. Dall’altra parte, c’è da dire che per quanto molti dei passaggi strumentali che circondano la falsariga siano ben fatti, è presente anche qualche momento troppo fine a se stesso e qualche particolare meno riuscito, ed alla fine la canzone risulta per questo l’episodio in assoluto di minor caratura dell’album, per quanto sia in ogni caso più che discreta. Il pianoforte iniziale e la voce femminile che cita il finale dell’Inferno di Dante sono il preludio della conclusiva Rinascita, unico ad essere cantato in Italiano (con un bel testo, tra l’altro, molto musicale), la quale subito dopo prende il via contando su una struttura inaspettatamente piuttosto semplice, con un gran numero di variazioni che però non intaccano minimamente la linearità generale, sempre chiara in sottofondo. Le parti migliori della traccia sono però i ritornelli, lunghi ma orecchiabilissimi e che si stampano subito in testa, e la frazione finale, dall’atmosfera ottimista e quasi gioiosa tanto intensa da dare quasi i brividi, che si trova racchiusa tra due interludi di dolce pianoforte.  Degno di nota anche il songwriting, accurato in ogni arrangiamento ed in ogni passaggio qui, che riesce a rendere un pezzo semplice come questo mai noioso nonostante la lunga durata (oltre sette minuti), donando a questo disco un finale con il botto.
Tirando le somme abbiamo un disco che presenta qualche difetto, come la lunghezza forse un pelino eccessiva e qualche momento meno efficace, e che per questo non riesce ad arrivare al capolavoro; tuttavia, una qualità media piuttosto alta e le ottime qualità sia tecniche che in ambito di composizione del gruppo, unite al fatto che i suddetti difetti siano in ogni caso non troppo penalizzanti fanno si che il giudizio finale sia comunque proprio un pelo sotto al suddetto livello “masterpiece”. Eye è insomma un ottimo disco, e se siete fan del progressive metal, oltre a recuperarlo per me dovreste segnarvi  il nome degli Ashes of Chaos: se continueranno sulla strada già intrapresa,  magari maturando e migliorandosi ancor di più, sarà molto difficile per loro non riuscire a diventare un nome di assoluto spicco nella scena progressive metal del nostro paese.
Voto: 89/100

Mattia

Tracklist:

  1. Ashes of Chaos – 06:06
  2. Falling – 05:37
  3. Doom – 02:19
  4. Mechanical Rage – 05:41
  5. Atmosfear Pt. 1: Abyss of Consciousness – 07:50
  6. Parallels – 10:36
  7. Novilunio
  8. Atmosear Pt. 2: Circle of Madness – 04:03
  9. Awake – 10:05
  10. Rinascita – 07:08
Durata totale: 01:04:52
Lineup:
  • Alexios Ciancio – voce
  • Mike Crinella – chitarra
  • Stefano Galassi – basso
  • Francesco Gabrielli – batteria
  • Giorgio Gori – tastiere (guest)
Genere: progressive metal

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