Folkstone – Folkstone (2008)

Per chi ha fretta:
I Folkstone sono stati tra i primi gruppi in Italia a suonare folk metal moderno, peraltro con un ottima personalità. Il loro stile, equidistante da metal estremo e da quello melodico, ha infatti una grande personalità, lasciando da parte gli strumenti e gli stilemi del folk nordeuropeo per dare spazio a cornamuse e bombarde. In più, altri elementi originali sono la voce di Lore, roca ma lontana dal classico cantante folk metal, e un immaginario lirico fatto di brigantaggio e libertà, sullo sfondo delle Alpi Orobiche, da cui il gruppo proviene. Sono tutti questi pregi a fare  grande il loro album omonimo (2008), che ha l’unico difetto nel suono un po’ troppo grezzo, specie per quanto riguarda gli strumenti metal. A parte questo però abbiamo un vero e proprio capolavoro, dotato di una scaletta eccellente di cui brani grandiosi come Briganti di Montagna, In Taberna (In Vino Veritas), Con Passo Pesante e Lo Stendardo sono solo la punta dell’iceberg. Per questo, Folkstone è un capolavoro molto ispirato, da recuperare assolutamente se siete fan del folk metal. 

La recensione completa:
Mentre nei paesi scandinavi nella prima metà degli anni 2000 si affermò anche a livello quasi mainstream una scena che rileggendo in chiave melodica e personale l’extreme metal con influenze dalla musica tradizionale creava il moderno folk metal, l’Italia nello stesso periodo fu immune al diffondersi del genere: storicamente nel nostro paese, infatti, il genere non è mai stato puro bensì sempre associato ad altri stili, che sia il black metal di band come Evol e La Caruta di li Dei oppure il power degli Elvenking. Qualche anno dopo, tuttavia, anche nel nostro paese il genere riuscì ad attecchire, fino ad arrivare alla comunque non piccola varietà che abbiamo al giorno d’oggi, ed una buona parte del merito di questa introduzione appartiene ai Folkstone. Il gruppo bergamasco è stato infatti tra i primissimi a proporre un folk metal equidistante dal metal estremo e da quello melodico, riuscendo inoltre a creare, sin dall’esordio omonimo del 2008 (che è poi il disco in questione della recensione), un genere molto personale, che lascia da parte i violini e le fisarmoniche tipiche della branca nordeuropea del genere per abbracciare elementi più atipici come le cornamuse e le bombarde, il tutto corredato dalla voce di Lore, roca e molto particolare ma che comunque risulta adatta al sound della band più di qualsiasi possibile altro harsh vocalist o screamer da metal classico. La ciliegina sulla torta del suono dei bergamaschi è però l’immaginario che essa crea a livello lirico: i testi, tutti in italiano (scelta coraggiosa, ma che alla band riesce alla perfezione), parlano del brigantaggio e di libertà, il tutto sullo sfondo delle Alpi Orobiche, per cui la band dimostra un vero e proprio amore. Prima di cominciare la disamina vera e propria del disco, qualche parola anche per il sound generale: è parecchio sporco, specie nella parte più metallica del suono, con le chitarre che a tratti si impastano ed in generale non riescono ad esprimere la loro potenza; è questo, come vedremo tra poco, praticamente l’unico difetto di questo album, ma non ne inficia comunque troppo la qualità nel suo complesso.

Dopo la parte iniziale di solo bombarda, lo Intro entra nel vivo con la comparsa in scena delle percussioni, su cui si appoggia anche l’arpa celtica; nel complesso, ottimo preludio, adatto a far entrare l’ascoltatore nelle atmosfere antiche del disco. L’attacco di Folkstone, opener vera e propria, è quindi già energico e rapido, il muro sonoro generato dal riffage potente della chitarra e dalle cornamuse è sin da subito potentissimo ed in forte contrasto con la calma dell’introduzione, per quanto l’atmosfera medievaleggiante venga mantenuta. La canzone si sviluppa poi piuttosto linearmente, ma coinvolge a meraviglia, grazie soprattutto a melodie azzeccate e ad un ritornello semplice, che si lascia cantare con facilità; degna di nota anche l’evocativa parte centrale, con gli assoli delle pive e dell’arpa di Becky, ciliegina sulla torta di una opener già di qualità più che buona. Il giro di cornamuse iniziale della seguente Briganti di Montagna, quasi epico ed in ogni caso dannatamente efficace, si ripete molto spesso nel corso della canzone, lasciando libere solo le strofe, che risultano comunque piuttosto potenti ed anche coinvolgenti, grazie anche al testo immaginifico che parla, manco a dirlo, di briganti e di libertà. Per il resto c’è poco da dire: abbiamo un brano lineare e che ha come punti di forza il refrain molto catchy, la parte centrale, prima totalmente folk mentre poi le chitarre arrivano a far breccia, fondendosi benissimo con le cornamuse, ed una buona dinamicità di sottofondo a sottolineare un songwriting decisamente competente, il tutto a suggello di un pezzo probabilmente tra i più validi del lotto. Ad aprire Rocce Nere, stavolta, sono delle chitarre dalla lievissima reminiscenza addirittura black metal, ma poi l’elemento folk penetra prepotentemente, creando un connubio così avvolgente che all’ascolto viene voglia di ballare; la traccia poi va al rapidamente al punto, alternando le strofe ai ritornelli velocemente, ma mantenendo in sottofondo un feeling intenso, quasi romantico, che ben si sposa col testo, un altro inno a quelle Orobie tanto care al gruppo. Buona in ogni caso la varietà di soluzioni musicali che la band riesce a trovare all’interno dell’episodio, il quale alla fine dei giochi forse non sarà tra i migliori, ma è comunque di qualità decisamente elevata. Avanti, il primo dei due brani esclusivamente (o quasi) strumentali e senza alcuno strumento elettrico, è il rifacimento di un pezzo tradizionale italiano scritto nel quindicesimo secolo da un autore anonimo, ed è totalmente dominato dai giri delle cornamuse, che costituiscono sia la componente ritmica che quella solista, assecondando un ritmo cadenzato e lento, almeno per la prima parte; una piccola pausa, in cui rimangono solo le percussioni, e poi arriva una parte più rapida sia nel ritmo che nei virtuosismi delle cornamuse, prima che la parte iniziale riprenda il suo corso e termini questi quattro minuti che pur non avendo nulla di metallico, sono comunque di qualità altissima. Si ritorna al metal propriamente detto con In Taberna (In Vino Veritas), la quale a dispetto della potenza consta di un mood più disteso che altrove e quasi festaiolo, assecondando le proprie liriche tradizionalmente folk nel loro parlare di alcool. Ad ogni modo, la prima metà prosegue spedita fino all’arrivo della sezione centrale strumentale, più lenta ed impegnata nel feeling generale, e che valorizza la canzone prima dell’arrivo della parte finale, la quale recupera l’atmosfera iniziale e si rivela piacevolmente ossessiva nella sua ripetizione del coro molto, è proprio il caso da dire, “da taverna”, che risulta estremamente trascinante e sfido chiunque a non cantare, degna coronazione di uno degli episodi migliori dell’intero disco.

Il potente riff iniziale di Oltre il Tempo si scontra con l’armonia dell’arpa celtica che vi si pone sopra, ma il contrasto è comunque piacevole, per quanto la musica non incida come altrove; quindi, dopo un interludio, parte un brano incalzante nel rifferama e le cui strofe sono efficacissime e riescono veramente a coinvolgere, grazie anche al molto ben riuscito equilibrio tra un riff di vago retrogusto addirittura thrash e la melodia delle cornamuse; degna di nota anche la bella parte solistica centrale dell’arpa, strumentalmente molto bella. Dall’altra parte, c’è da dire che i ritornelli sono meno efficaci che altrove, e ciò, insieme a qualche altro particolare meno incisivo, rendono questo pezzo probabilmente il peggiore dell’intero disco, per quanto comunque il valore sia certamente molto più alto di quello di un mero riempitivo. L’ennesimo fantastico giro di cornamusa, e poi parte Con Passo Pesante, song semplice semplice, ma che più coinvolgente non si potrebbe, grazie appunto alla sua struttura lineare ma di assoluto impatto e del suo ritornello anthemico, che per esperienza personale so già essere devastante dal vivo; buonissimo anche lo stacco centrale, più soffuso e che spezza la song prima del gran finale, anche più intenso, per un brano brevissimo e molto basilare (tanto che se ne potrebbe parlare quasi come l’ideale singolo del platter), ma comunque tra i migliori episodi in assoluto del lotto. Il riff dell’introduzione di Lo Stendardo, unito alle profonde vocals di Lore, crea un mood epico, che poi si mantiene nella traccia successiva divenendo anche più intenso nella sua evocatività, grazie anche all’oscillante 6/8 che tra l’altro la rende la song più celtic metal-oriented del lotto. Questa atmosfera si mantiene per tutta la durata della composizione, compresi i ritornelli, che però accelerano il ritmo, contribuendo al senso del viaggio narrato dal bel testo; degno di essere citato è anche lo stacco centrale di bombarda, che da un attimo di fiato alla composizione prima della ripresa, ancor più possente di prima. Ottimo anche più che altrove, comunque sia, il songwriting, punto di forza assoluto della traccia, e che la rende la canzone più valida del lotto insieme alla precedente. Arriva ora il turno della seconda strumentale folk music, Igni Cena, cover degli Schelmish (band tedesca di genere rock medievale) resa ancor meno rock e più folk dell’originale, la quale si avvia con un placido intro di cornamusa, prima di esplodere, in una parte che non presenterà forse nessuna chitarra, ma è comunque molto pesante, coi suoi rapidi giri di cornamusa che solo ogni tanto si stoppano per poi riprendere anche più vigorosi, coinvolgentissimi (tanto da generare dal vivo un pogo anche più intenso rispetto ai pezzi metallici) ed i tamburi tradizionali che danno un ritmo forsennato e che fa venire ancor più di muoversi e di ballare; nel complesso, insomma, abbiamo altri quattro minuti estremamente divertenti. La calma del folk è interrotta dall’improvviso attacco che introduce la conclusiva Alza il Corno, la quale poi si configura come un rapido mid tempo dalla struttura ritmica per nulla complessa, ma che comunque risulta avvincente e riesce ad intrattenere bene durante le strofe, per poi esplodere nei ritornelli, ancora una volta molto catchy e che si stampano velocissimamente in mente per non uscirne più. Di nuovo, inoltre, c’è ben poco altro da dire: anche questa canzone non è per nulla complessa, ma nonostante questo risulta ancora una volta molto ben scritta e suonata, e mette di fatto la parola fine al disco come meglio non si poteva, anche se la in pratica la fine vera è propria è affidata ad Outro, breve coda che ripete i temi musicali della opener Folkstone e non aggiunge molto altro al discorso del platter.

Abbiamo insomma un disco di folk metal personale e che grazie alle ottime idee in esso contenute riesce anche ad arrivare al livello di capolavoro, nonostante qualche difetto (specie a livello di produzione, come detto). Certo, vista la personalità spiccata dei Folkstone, forse davanti al disco potrete trovarvi un po’ spiazzati, specie se vi aspettate qualcosa di simile all’incarnazione nordica del genere; tuttavia, se siete fan del folk metal, il mio consiglio è comunque di recuperare quest’album a tutti i costi!

Voto: 91/100


Mattia
Tracklist:
  1. Intro – 01:59
  2. Folkstone – 04:09
  3. Briganti di Montagna – 05:44
  4. Rocce Nere – 04:31
  5. Avanti – 04:00
  6. In Taberna (In Vino Veritas) – 03:41
  7. Oltre il Tempo – 05:09
  8. Con Passo Pesante – 03:16
  9. Lo Stendardo – 05:06
  10. Igni Cena – 04:02
  11. Alza il Corno – 03:43
  12. Outro – 01:24
Durata totale: 46:44
Lineup:
  • Lore – voce, cornamusa, bombarda, flauto
  • Ghera – chitarra
  • Andras – cornamusa e percussioni
  • Roby – cornamusa e bombarda
  • Teo – cornamusa
  • Becky – arpa
  • Ferro – basso
  • Fore – batteria
Genere: folk metal
Sottogenere: celtic metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Folkstone

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