Blue Öyster Cult – Fire of Unknown Origin (1981)

Mentre l’hard rock degli anni ’80, pur avendo proposto anche gruppi di caratura assoluta, spesso viveva di stereotipi, con tantissime band tutte simili tra loro per sonorità (ed anche per look, spesso), la stessa cosa non si può dire di quello del decennio precedente: ogni act settantiano aveva infatti, almeno di norma, un proprio sound personale e spesso anche piuttosto sperimentale, essendo il genere ancora piuttosto giovane e libero dagli schemi. Una delle band più significative in tal senso sono certamente i Blue Öyster Cult: lungo tutta la propria carriera si sono infatti si contraddistinti per uno stile molto particolare, colmo di piccoli dettagli e maniacali arrangiamenti di norma molto difficili da trovare nel resto del genere, come anche un utilizzo delle tastiere ben superiore agli altri gruppi coevi. Grazie a ciò, la band newyorkese conseguì un grande successo negli anni ’70, alla fine dei quali iniziò a stentare un poco: Mirrors del 1979 si rivelò infatti un passo falso, essendo stato pensato come un disco più pop che rock, ed anche l’energico successore Cultösaurus Erectus, per quanto di ottima qualità non riuscì a vendere come i precedenti del gruppo, pur facendogli  guadagnare un prestigioso posto da co-headliner coi Black Sabbath di Dio nel Black & Blue Tour. L’anno dopo, fu quindi il turno del l’ottavo album in nove anni, Fire of Unknown Origin, in cui la band ancora una volta propose una variazione del proprio sound: persa l’intensità del predecessore, essa virò difatti su un hard rock melodico con qualche sforatura anche nell’allora giovanissimo AOR, pur comunque non perdendo il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Il risultato di tutto ciò risulta forse, come vedremo tra poco, meno buono di quanto le vendite, tornate ad altissimi livelli, potrebbero suggerire, ma comunque di una qualità tutto sommato piuttosto buona.

Dopo un breve intro, parte Fire of Unknown Origin, brano per nulla duro e tutto dominato dalle tastiere di Allen Lanier, che già ci fa ben comprendere la svolta più melodica; nonostante questo, però, la canzone in questione risulta piacevole, grazie a ritornelli soffici ma lo stesso catturanti (come del resto tutte le melodie vocali impostate qui da Eric Bloom), alla bella parte centrale, ai giri del basso di Joe Bouchard che sorreggono tutta la composizione ed anche alle già citate keys, il cui lavoro è comunque prezioso, a coronare una opener tutto sommato di qualità. Burnin’ For You, che segue, è un pezzo ancor più vicino all’AOR del precedente nella sua costruzione strutturale, che avvicenda strofe molto soffuse e con qualche influenza addirittura dal reggae rock dei The Police e le accoppiate bridge/ritornelli anche piuttosto energici (almeno per la media del disco), ma sempre molto ruffiane nelle melodie, il tutto accompagnato da un atmosfera a tratti anche piuttosto intensa ma sempre calma e mai aggressiva. Il complesso però, lungi dall’apparire stucchevole o troppo commerciale, funziona molto bene, riuscendo ad intrattenere a meraviglia; degno di menzione anche l’assolo centrale di Donald Roeser, ciliegina sulla torta di un brano di caratura decisamente elevata. Arriva poi il turno di Veteran of the Psychic War, la quale inizia col ritmo principale impostato dal drummer Albert Bouchard, cadenzato e marziale, a sorreggere delicati synth di tastiera, che conducono la traccia verso una lenta ascesa, fino ad arrivare a scandire il bellissimo tema principale che la contraddistingue in maniera forte ; da qui, le strofe, ancora molto eteree e keys-oriented, si alternano alle lunghe parti del ritornello, che invece guadagna molto in più in potenza elettrica, ma comunque senza perdere l’intenso feeling malinconico e pieno di pathos che è il vero punto di forza della song. Meritano una lode anche le liriche, scritte per l’occasione da un ospite di assoluto spessore come Michael Moorcock (scrittore famoso per la saga fantasy di Elric di Melniboné, cui il testo tra l’altro è in parte ispirato), ed abbiamo una canzone sì particolare, ma che risulta comunque di gran lunga la migliore dell’intero disco, nonché una gemma rifulgente degna di entrare negli annali del rock duro.  Dopo un inizio dominato ancora dai synth sopra ai giri di basso, che può far pensare ad un’altra composizione piuttosto soffice, parte invece Sole Survivor, episodio più orientato all’hard rock, disteso nel mood ma che può comunque contare su una discreta potenza, specie nei chorus, che si stampano subito in mente e risultano per questo un punto di forza. Per il resto, c’è poco altro da dire di questa traccia, essendo essa molto lineare ma anche decisamente buona, risultando tra gli episodi migliori del platter. Dopo un breve preludio di chitarra, parte quindi Heavy Metal (The Black and the Silver), la quale a dispetto  del titolo è più orientata all’hard rock settantiano meno cupo, avendo un riff potente accompagnato da un’atmosfera quasi solare, che si esplica al meglio nel suo ritornello ed anche nella strana parte centrale, di estrazione quasi soul visto il coro ossessivo presente; oltre a ciò, abbiamo un pezzo ancora una volta semplice e di buon valore, che non risalta per qualità ma si rivela comunque di ascolto piacevole.
Vengeance (The Pact) è un brano che presenta un feeling più serioso che altrove nel disco, certo non per caso essendo il testo ispirato alla parte più epica ed immaginifica dell’iconico film di animazione “Heavy Metal” del 1981 (per cui era stata scritta insieme alla traccia precedente, anche se nella colonna sonora alla fine riuscì ad entrare solo Veterans of the Psychic War, che era tra l’altro stata creata indipendentemente dalla pellicola), la lunga sequenza finale dedicata alla sensuale guerriera Taarna. Oltre a ciò, comunque, la canzone consta di un ottimo riff, scandito all’unisono da tastiere e dalla chitarra di Lanier, e di una struttura non troppo complessa che alterna le strofe, musicalmente molto particolari, agli evocativi ritornelli. La falsariga principale si spezza solo in occasione della sezione centrale, particolare e dal mood più disteso, che sembra poi lasciar lo spazio di nuovo al tema iniziale, ma è solo un’illusione, perché poi si avvia una parte veloce e più cavalcante, nonché dannatamente efficace, preludio alla vera ripresa della linea principale, che conclude una traccia fantastica,  seconda per qualità solo a Veterans of the Psychic War all’interno della tracklist. In After Dark, la sezione ritmica di vago retrogusto addirittura punk che la introduce è una falsa premessa, perché il pezzo vero e proprio è ancora una volta dominato dal dualismo tra tastiere e chitarre ritmiche ed ha dalla sua una buona dinamicità, determinata anche dal tempo veloce e rockeggiante che la sorregge, dei ritornelli cantabilissimi, e soprattutto dei giri molto coinvolgenti delle tastiere di Lanier, che nonostante la loro melodiosità piuttosto mainstream riescono a risultare parecchio incisive. Merita di essere menzionato anche l’assolo centrale di Roeser, ciliegina sulla torta di un altro brano forse non capolavoro ma comunque più che piacevole. La successiva Joan Crawford ha una lunga introduzione di solo pianoforte, prima che entri nel vivo il corpo della song vera e propria; quest’ultimo presenta un riff ancora una volta hard, ma poco graffiante su cui si sovrappone ancora il piano ed a tratti anche dei suoni di archi, che si mantiene con poche variazioni lungo tutte le strofe fino ad arrivare ai bei ritornelli, ancor più intensi del resto della composizione dal punto di vista del pathos; la parte centrale è invece più strana, tra suoni campionati e vocals sussurrate, forse la frazione meno incisiva di un episodio che comunque è tutt’altro che brutto, e si rivela anzi di caratura piuttosto elevata. A chiudere il disco è posta Don’t Turn your Back, closer-track tutta retta dall’ossessivo ed efficacissimo giro di basso di sapore molto hard blues del basso di Bouchard, su cui si appoggia una canzone che procede molto simile a se stessa, con la ripetizione ossessiva del titolo da parte di Bloom; nonostante ciò, diverse piccole variazioni ed un atmosfera generale ancora una volta tranquilla e rilassata, come una parte centrale comunque diversa, rendono  il pezzo interessante e piacevole, seppur esso si riveli pure il brano probabilmente di minor valore dell’intero album.
Abbiamo tra le mani insomma quaranta minuti scarsi che non faranno gridare al miracolo, ma che potrete comunque trovare molto intrattenenti, specie se per divertirvi con l’hard rock non vi servono per forza chitarre fragorose o atmosfere malate alla Black Sabbath. Alla fine, quindi, Fire of Unknown Origin non è il miglior album dei Blue Öyster Cult, ma non è nemmeno un episodio minore: se siete fan della band, ma anche se volete solo un album intrattenente e senza particolari pretese, a mio avviso potete anzi farlo vostro pure ad occhi chiusi.
Voto:  80/100
Mattia
Tracklist:
  1. Fire of Unknown Origin – 04:09 
  2. Burnin’ for You – 04:29
  3. Veteran of the Psychic Wars – 04:48 
  4. Sole Survivor – 04:04 
  5. Heavy Metal (the Black and Silver) – 03:16
  6. Vengeance (The Pact) – 04:41 
  7. After Dark – 04:25
  8. Joan Crawford – 04:55
  9. Don’t Turn Your Back – 04:07
Durata totale: 39:06
Lineup:
  • Eric Bloom – voce e chitarra
  • Donald “Buck Dharma” Roeser – chitarra solista 
  • Allen Lanier – chitarra ritmica e tastiera
  • Joe Bouchard – basso
  • Albert Bouchard – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: melodic hard rock

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