Funerale – L’Inferno degli Angeli Appiccati (2013)

Pur essendo uno dei gruppi più sconosciuti ed underground che vi siano in Italia, anche per una loro precisa scelta (niente concerti, rarissime recensioni solo da webzine amatoriali, e così via), i Funerale dovrebbero essere ormai una vecchia conoscenza di chi segue Heavy Metal Heaven: oltre alle “Domande e Risposte” di qualche mese fa, forse qualcuno di voi si ricorderà addirittura la recensione del loro esordio, Viale Verso la Morte, uscita a metà 2012. Dopo aver pubblicato quel disco, in ogni caso, la band savonese non è certo rimasta con le mani in mano, ma anzi si è rimessa presto al lavoro sulla propria musica: il risultato di tali fatiche fu che nell’estate del 2013 vide la luce il secondo album della band, L’Inferno degli Angeli Appiccati. In esso, si può sentire una importante virata nel suono della band, il quale ha perso quasi tutte le influenze funeral doom presenti sul predecessore per divenire un black metal atmosferico molto disteso e definibile bene con la parola “calmo”, che presenta tantissimi stacchi di chitarra acustica, paragonabili a quelli degli Agalloch seppur siano molto meno folk- oriented (per quanto la band dell’Oregon influenzi parecchio il sound dei liguri); il tutto è inoltre corredato da testi che formano un complesso concept spirituale, come ci ha spiegato nel dettaglio il cantante Lev Byleth nella suddetta intervista. Il risultato di tutto ciò è in ogni caso un disco che ha il suo fascino, ed in ciò è aiutato anche da un songwriting più che discreto, con la band che è sicuramente maturata dai tempi di Viale verso la Morte; dall’altra parte, tuttavia abbiamo un suono poco valido, che danneggia la rendita del disco in maniera anche non trascurabile. La produzione qui presente è sporca anche per i canoni del black metal, ma comunque si rivela accettabile (se si eccettua la drum machine che ha sostituito il dimissionario N666, che ha dei suoni piuttosto brutti, quasi da midi); ad essere deleterio è invece il mixing, che vede le chitarre ritmiche troppo basse (sono persino quasi superate in volume dal basso) e la voce invece troppo alta, il che smorza purtroppo l’impatto generale del disco. Prima di cominciare la disamina vera e propria, merita una parola anche il supporto fisico: quando l’esordio era poco più di un demo, in quanto a “packaging” L’Inferno degli Angeli Appiccati è invece un prodotto professionale, ed il disco completamente nero è veramente un tocco di classe superiore; spiace quindi che la stessa cura non sia stata messa anche nel sound, perché altrimenti il disco poteva essere molto migliore, visto comunque che la qualità intrinseca delle canzoni non è niente male, come vedremo tra poco.
Un brevissimo accenno al classico preludio di tuoni, e poi parte Cime Abissali, intro che già ci fa assaporare il suddetto cambiamento di sonorità: è infatti una processione lunga due minuti e mezzo di chitarre acustiche, mentre i suoni del piano e della chitarra distorta appaiono solo di rado, il tutto a generare un’atmosfera oscura ma tranquilla che poi avrà luogo anche meglio nel disco. La opener vera e propria, L’Inferno degli Angeli Appiccati, si apre anch’essa con un cupo arpeggio acustico, per poi cominciare però una lentissima evoluzione che attraverso l’ingresso della sezione ritmica e delle chitarre elettriche, e la progressiva accelerazione dei tempi, ci conduce fino al suo apice; subito dopo entra in scena la parte principale, la quale torna più soffusa e riprende le chitarre acustiche, le quali reggono l’entrata in scena del particolare cantato di Lev Byleth, che si divide tra sussurri sulle parti più soft e growl quasi alla Niko Skorpio dei Thergothon su quelle più metalliche. Il brano tende poi a variare ancora, presentando nuovamente il dualismo tra le parti eteree e dominate dalla sola chitarra acustica di Deymous insieme ai sussurri del singer e quelle più metalliche, quasi come in una suite fatta di tutte parti differenti, ma che messe insieme funzionano bene e creano una canzone lunga già dieci minuti e mezzo, ma comunque piena di spunti interessanti e con pochi momenti morti. Un interludio con un effetto sonoro orrorifico su dei suoni di campane, e poi un lentissimo e triste arpeggio introduce L’Uomo Solitario, che poi prosegue catacombale e si rivela più black metal-oriented della precedente, per quanto gli stacchi acustici non manchino, anzi reggano le belle strofe, immaginifiche e cupamente tranquille. La traccia si sviluppa poi piuttosto linearmente, senza grandi stravolgimenti o cambi di ritmo, ma comunque presentando un buon numero di variazioni, che non solo tengono alta l’attenzione ma la rendono tra gli episodi migliori del platter.  Un nuovo lunghissimo intro acustico, stavolta dal mood ancor più misterioso e d’attesa, poi le ritmiche distorte, che già avevano fatto capolino qua e là, esplodono ne La Valle dei Tumuli vera e propria, pezzo ancora una volta piuttosto tombale nell’incedere e che mantiene un alone arcano nel mood, pur rivelandosi anche più elettrico della media del disco. In ogni caso, nella seconda parte la canzone si evolve parecchio, e spuntano parti più rapide, inframmezzate da stacchi acustici che creano un contrasto strano, ma comunque piacevole, grazie all’aura di mistero che le accomuna. Dall’altra parte, forse il brano presenta qualche momento meno interessate nei suoi nove minuti di durata, ma grazie a diversi passaggi di valore si rivela alla fine più che decente, di sicuro ben lungi da qualcosa di inascoltabile. La successiva La Ballata dell’Oblio si rivela fedele al suo titolo, essendo una delicata ballad senza quasi elemento metallico e presentando invece solo le chitarre acustiche e soprattutto le tastiere, che accompagnano con sonorità simil-sinfoniche tutta la song, esplicandosi a tratti anche in un ossessivo pianoforte; la seconda parte è leggermente più energica, con l’assolo di chitarra elettrica e la sezione ritmica che entrano in gioco, ma senza per nulla aggredire, e vanno infine a concludere un gran bel pezzo, tra i più validi qui.
Un altro intro acustico, poi si avvia Spettri nella Nebbia, il brano più energico dell’album, per quanto comunque si sviluppi ancora come un lento mid tempo ed il mood lineare sia tranquillo come da norma del disco. In ogni caso, la canzone ha dalla sua un giro di chitarra appassionante; d’altra parte, il difetto della traccia è forse la sua eccessiva staticità compositiva, ma anche in questo caso abbiamo una composizione di piacevole ascolto, non certo un banale riempitivo. Brezza dall’Ignoto, che segue, è un breve interludio strumentale (due minuti e mezzo) composto praticamente tutto da suoni sintetici che ricordano un po’ i primi Summoning, oltre che dal basso, un diversivo adatto a spezzare il disco prima dell’arrivo della lunga suite che di fatto gli mette la parola fine. Questa, dal titolo L’Ultimo Solistizio, presenta un arpeggio iniziale effettato a sembrare quasi psichedelico, il quale si evolve lentamente accompagnato dai sussurri di Lev Byleth.  La progressione prosegue fino ad arrivare all’esplosione della parte principale, che sul mid tempo costante impresso dalla drum machine e dal basso, presenta un’alternanza di momenti eterei e dalle chitarre ancora effettate, e momenti invece dominati dall’accoppiata tra i riff pesanti ed i fraseggi ossessivi e circolari di Deymous, passando per momenti tranquilli ma comunque ancora molto blackish; il tutto è inoltre dominato da un’atmosfera oscura ma solenne, che rende il tutto ancora meglio di quanto non sarebbe altrimenti. La parte migliore però è sicuramente quella centrale, che incomincia con un solitario arpeggio acustico di vago retrogusto addirittura blues (!), che grazie anche a qualche effetto e qualche eco da quasi l’impressione di buio e di vuoto. La sezione si sviluppa poi con l’entrata in scena di un lieve lead di chitarra distorta, che sembra voler proseguire a lungo, sennonché la canzone presto diviene ancor più eterea con lo spegnimento delle chitarre, e l’entrata in scena di un particolarissimo e lungo interludio di cori celestiali e di effetti strani. Sembra che nulla debba cambiare quando la chitarra acustica torna in scena, giusto per far da preludio ad un’improvvisa esplosione metallica che però non è aggressiva, ma anzi riprende in maniera ancora più intensa l’atmosfera celestiale della parte precedente, e presenta un assolo particolarissimo, quasi da rock psichedelico anni ’70, preludio alla lunga frazione finale. Quest’ultima recupera in parte l’inizio e consta di un ritmo veloce ed incalzante, che continua sulla stessa falsariga ma facendosi sempre più coinvolgente ed intenso nel feeling sprigionato, grazie anche all’interpretazione mutevole quasi alla Attila Csihar di Lev Byleth, e dopo oltre quindici minuti e mezzo un lento outro mette la parola fine sulla canzone che nonostante la lunghezza risulta il migliore in assoluto del lotto. Se L’Ultimo Solstizio è la closer track vera e propria, la chiusura del cerchio e del concept è affidata ad Anima Condannata, lungo brano tutto strumentale composto principalmente di effetti, keys e di un giro di chitarre acustiche che si mantiene uguale a se stesso pur coi cambiamenti che ha intorno, scandendo il proprio tema anche quando entrano pure le chitarre distorte; degno di nota anche l’atmosfera oscura, ciliegina sulla torta di un outro che sembra concludere l’album, anche se in realtà è di nuovo un “falso finale”. Slegata dal resto del disco, e quasi come bonus track, ora si presenta difatti Enjoy the Silence, cover dei Depeche Mode estremamente differente dall’originale, essendo praticamente ambient con sopra qualche sparuta chitarra e il sussurro roco di Lev Byleth; nonostante questa sua diversità, e pur non aggiungendo nulla al disco in se, essa si rivela comunque interessante, nonché una buona conclusione di questi oscuri sessantaquattro minuti.
Abbiamo insomma un disco che poteva essere migliore (da una decina di voti in più, almeno, se non di più), ma che comunque risulta lo stesso più che decente grazie al buon songwriting espresso dal gruppo. Certo, resta il rimpianto per ciò che poteva essere, ma essendo i difetti nel sound di questo album correggibili con un po’ più di mezzi e di esperienza, la speranza è che in futuro la band possa far meglio; io, da par mio, auguro quindi ai Funerale di poter continuare a migliorare e a maturare, così da poter tirare fuori, col prossimo disco, tutto il potenziale inespresso in L’Inferno degli Angeli Appiccati, ma che la band ha dimostrato in ogni caso di possedere.
Voto:  64/100
Mattia
 
Tracklist:
  1. Cime Abissali – 02:30 
  2. L’Inferno degli Angeli Appiccati – 10:35 
  3. L’Uomo Solitario – 05:23 
  4. La Valle dei Tumuli – 09:03 
  5. La Ballata dell’Oblio – 03:19 
  6. Spettri nella Nebbia – 04:43 
  7. Brezza dall’Ignoto – 02:34 
  8. L’Ultimo Solstizio – 15:31 
  9. Anima Condannata – 03:46 
  10. Enjoy the Silence – 03:51
Durata totale: 01:01:15

Lineup:
  • Lev Byleth – voce e chitarra
  • Lord Edward – chitarra
  • Deymous – chitarre acustiche
  • Knays – basso
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal

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