Gorefest – La Muerte (2005)

All’apice della sua parabola, nei primi anni ’90, il death metal era geograficamente ben identificato da due scene: da un lato vi era la grande e prolifica branca americana, con il suo centro più famoso in Florida ma diffusa in buona parte del paese, mentre dall’altra parte dell’Atlantico aveva luogo la scena death metal svedese, che con le sue caratteristiche uniche si distingueva dalla sua omologa d’oltreoceano. Com’è ovvio che sia, tuttavia, il genere non si limitava a tale dualismo, ma anche altri paesi avevano le loro scene, piccole o grandi che fossero: eclatante in tal senso è il caso dell’Olanda, che pur non potendo competere con i suddetti paesi per quantità di band, riuscì comunque rivaleggiare comunque con esse per fama e soprattutto per qualità, grazie al lavoro di band storiche quali Asphyx, Pestilence e Sinister. Un posto di primo piano in tale scena lo possiede anche il gruppo in questione della recensione, i Gorefest, grazie soprattutto ai primi tre album della loro carriera, che ad oggi sono riconosciuti come classici assoluti del genere; nella seconda metà degli anni ’90, tuttavia, la svolta death ‘n’ roll decisa dal gruppo non pagò, e nel 1998, subito dopo l’uscita del controverso Chapter 13, il gruppo si sciolse. I membri originali tuttavia, dopo una pausa dal metal in generale, decisero di rimettere insieme la band: dopo alcuni festival, nel 2005 usciva così La Muerte, l’atteso ritorno sulla lunga distanza. In esso, l’ensemble si propone in un genere particolare, che ha un po’ di death ‘n’ roll, un po’ di melodeath e un po’ dell’incarnazione più classica del suo stile, in un’unione particolare tra tutte le sue varie anime ma che funziona bene; il complesso è inoltre corredato dal solito growl particolare di Jan-Chris de Koeijer, molto basso e cavernoso, e che sicuramente rappresenta un altro elemento di originalità, del disco ma anche in generale nella carriera del gruppo. Il vero punto di forza del prodotto è però il songwriting: come vedremo tra poco, infatti, le canzoni sono molto ben scritte, e riescono ad avere ognuna una propria personalità, risultando riconoscibili l’una con l’altra, al contrario delle accozzaglie di riff quasi casuali messe insieme da troppi gruppi death moderni nelle proprie canzoni. Prima di cominciare, una parola anche per la produzione: è particolare, specie nel suono delle chitarre che a tratti risultano poco incisive; ciò tuttavia paradossalmente non è un difetto ma contraddistingue ancor di più il disco dal mare magno di uscite death metal dello stesso periodo.
Dopo un intro lento, che può far pensare ad un pezzo tutto sulle stesse coordinate, parte la opener vera e propria, For the Masses, che si compone di un dualismo tra la sezione ritmica, sempre velocissima e che accelera a tratti addirittura in blast beat, e le chitarre, che invece scandiscono lentamente gli accordi, e non arrivano a velocità estreme nemmeno quando accelerano.  Degna di nota anche è la seconda frazione, inizialmente più rallentata e simile all’intro per poi imbarcarsi in una progressione ritmica notevole, che valorizza il brano ancor di più, rendendolo una buonissima apertura. La seguente When the Dead Walk the Earth inizia subito con delle ossessive ritmiche schiacciasassi, sulle quali il growl fa quasi un botta e risposta con il giro malato della chitarra lead durante le strofe, mentre i ritornelli si rivelano anche più particolari, molto death ‘n’ roll-oriented con anche una spolverata di punk come sono. La struttura tende quindi a ripetersi abbastanza, spezzata solo dalla lunga e catacombale sezione centrale, che grazie alle potenti ritmiche, al growl mai così cavernoso di de Koeijer e al bello quanto cupo assolo, risulta la parte migliore di una canzone che comunque già da se è di valore elevato. Giunge poi You Could Make Me Kill, la quale rimane per gran parte della sua durata sullo stesso mid tempo, variando però la propria proposta a livello di ritmiche di chitarra, che disegnano un bel riffage in continua evoluzione; il tutto confluisce quindi nell’assolo, ancora una volta ottimo pur essendo molto melodico, almeno per la norma del genere, preludio all’ossessivo finale, in cui viene ripetuto il titolo della canzone in maniera quasi salmodiante.  Il vero punto di forza della composizione è però l’atmosfera, che non risulta dannatamente estrema, grazie anche al già citato ritmo per nulla sostenuto, ma riesce lo stesso ad evocare un’oscurità fittissima ed impenetrabile, rendendo questa traccia ancora di qualità molto elevata. Si torna a pestare sul pedale dell’acceleratore con Malicious Intent, che ha dalla sua un’attitudine più da death tradizionale che altrove e va subito al punto, alternando accelerazioni massicce e momenti più trattenuti e cupi in rapidissima serie, senza un attimo di fiato. Si rivela comunque degna di menzione, un’altra volta, la parte centrale strumentale, più lenta del resto ma comunque ad altissimo impatto, punto di forza assoluto di un’altra buona song. Un lunghissimo intro inizialmente piuttosto rumoroso, poi lento e quasi doom introduce Rogue State, la quale si rivela invece più sostenuta, col suo potente riffage, vorticoso e sinistro, che si ripete per lunghi minuti, senza però stancare, spezzato come è da frazioni più particolari, in alcuni dei quali vi è addirittura un cantato in pulito ed influenze alternative (!), che però non solo non danno fastidio ma sono ben integrate nella composizione. C’è anche spazio per il death metal più puro, però, come per la seconda frazione, che alterna fughe in skank beat e momenti anche più veloci, retti dai potenti blast di Ed Warby (solidissimo qui come in tutto il resto dell’album), che si calma solo nel tranquillo outro finale e si rivela per il resto tiratissimo, per una sezione ancor migliore della precedente, la quale rende questo brano, seppur lungo oltre sette minuti, uno tra i migliori dell’intero disco. Introdotta da un giro del basso di de Koeijer, subito seguito dalla chitarra, è ora il turno di The Call, canzone ancora una volta retta da un tempo medio e che nel suo riffage ha anche qualche strana influenza industrial, che però si integra bene con il tessuto ritmico del brano. C’è poco da dire per il resto: la struttura si rivela infatti piuttosto lineare, anche più che altrove, ed è forse questo il motivo (insieme a qualche momento meno incisivo) per cui essa risulta un gradino sotto le altre canzoni, pur presentandosi in ogni caso più che discreta.
Of Death and Chaos (a Grand Finale) inizia con un lento fraseggio melodico ma anche decisamente morboso, poi la canzone vera e propria  entra nel suo corso accelerando leggermente, senza perdere questo mood, che filtra anche nelle pesantissime strofe, molto efficaci e nei ritornelli meno aggressivi, ma egualmente incisivi con la loro cupezza. La parte centrale riprende l’inizio, per poi svilupparsi in un assolo ancora una volta ottimo, lento e quasi intenso sentimentalmente com’è, prima che il corpo centrale riprenda corpo e concluda l’ennesima buona canzone. Un intro strano, con un veloce assolo, e poi Man to Fall parte sparata al massimo della velocità e con influenze anche grindcore nel proprio sound; la struttura va inoltre subito al punto, con le varie parti che si alternano in serie rapidissime, e senza un momento di respiro. La parte di più alta caratura è però quella centrale, che pur avendo un riff elementare, risulta comunque dannatamente incisiva e potentissima, da headbanging spaccavertebre, ciliegina sulla torta di un brano validissimo. Una breve rullata di Warby, poi Exorcism entra nel vivo con il suo pesante rifferama di retrogusto death ‘n’ roll, che domina gran parte della durata del brano e lascia spazio a fraseggi meno aggressivi ma dall’identico feeling malvagio solo durante i ritornelli. Nel mezzo trova spazio anche una parte più particolare, distesa e dall’atmosfera quasi calma grazie anche ai vocalizzi puliti di de Koeijer, unica variazione di un brano altrimenti molto lineare, ma che nonostante questo, e grazie soprattutto ad un songwriting pure migliore che altrove, risulta addirittura tra gli episodi di punta del platter. Per quanto riguarda la successiva ‘Till Fingers Bleed,  la prima parte consta su un altro riffage spezzaossa su un mid tempo lento e costante, che non conosce accelerazioni ma risulta lo stesso estremamente incisivo e coinvolgente. Sembra che il brano debba continuare così fino alla sua fine, quando improvvisamente si parte per una lunga fuga più classicamente death con tanto di riff a motosega, che devasta piacevolmente i timpani dell’ascoltatore per tutta la seconda frazione, interrompendosi  solo davanti ad una parte più particolare e cadenzata posta in mezzo, per poi riprendere sempre con dinamicità la prima parte e concludersi così in bellezza. Un preludio di ritmiche lente, ma anche in qualche modo catturanti forse  a causa dello sparuto retrogusto groove metal, introduce The New Gods, la quale può contare su strofe di chiara ascendenza melodeath, che si succedono per poi confluire in una sezione centrale più lenta e cadenzata, ancor più oscura ed orrorifica del resto. Il tutto risulta inoltre molto avvolgente pur nella sua melodiosità che si preserva più o meno sempre; ottima anche la frazione centrale, cadenzata e dal mood di calma cupezza, a coronazione dell’ennesimo brano di caratura alta. A chiudere il disco giunge la title-track La Muerte, la traccia più particolare di questo disco pur certo non molto ortodosso ai canoni death metal, essendo difatti del tutto strumentale. Si comincia con una parte lenta e potente, ma anche distesa in qualche modo, che non aggredisce ma crea un feeling particolare, indescrivibile a parole,  il quale  insieme al gran numero di piccole variazioni rende questa frazione iniziale sempre interessante e mai noiosa, nonostante tenda a ripetersi parecchio . Il brano comincia perciò a spegnersi, compaiono chitarre acustiche e subito dopo il disco inizia a grattare come se fosse rovinato (ovviamente non è così,  è solo un effetto sonoro), il che prelude al nuovo ingresso dei riff pesanti, che da qui cominciano una progressione che pur mantenendosi su tempi non estremi è dannatamente travolgente, grazie al meraviglioso incastro di riff creato dal songwriting, che qui risulta praticamente perfetto in ogni arrangiamento ed in ogni passaggio, sia esso potente oppure più melodico, generando un brano che risulta il migliore in assoluto del disco, e dona a quest’ultimo un finale col botto.
Abbiamo insomma un come-back grandioso, senza quasi momenti morti  e con una qualità media molto elevata, nonché un disco death metal ben scritto e personale. Certo, c’è anche da dire che se cercate solo e soltanto il capolavoro assoluto del death metal, probabilmente quest’album non lo è; se siete tuttavia appassionati del genere, La Muerte è comunque un disco che non può mancarvi, e che dovete perciò procurarvi ad ogni costo!
Voto: 86/100
Mattia
Tracklist:
  1. For the Masses – 04:47 
  2. When the Dead Walk the Earth – 04:46
  3. You Could Make Me Kill – 05:45 
  4. Malicious Intent – 05:47 
  5. Rogue State – 07:09
  6. The Call – 04:52 
  7. Of Death and Chaos (a Grand Finale) – 04:14 
  8. Man to Fall – 03:50 
  9. Exorcism – 04:09 
  10. ‘Till Fingers Bleed – 05:18 
  11. The New Gods – 04:08 
  12. La Muerte – 09:54
Durata totale: 01:04:39
Lineup:

  • Jan-Chris de Koeijer – voce e basso
  • Boudewijn Bonebakker -chitarra
  • Frank Harthoorn – chitarra
  • Ed Warby – batteria
Genere: death metal

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