Gamma Ray + Rhapsody of Fire + Elvenking – live @ Orion Club, Ciampino (Roma) – 31 marzo 2014

Nel mio percorso personale all’interno del magico mondo del metal, ho man mano esplorato praticamente ogni corrente di questo genere, andando dagli stili più funerei ai più veloci, dai più melodici ai più aggressivi, e così via. Il mio non è stato tuttavia un percorso a senso unico, non solo guardando verso l’avanti: tutt’ora continuo infatti ad ascoltare e ad apprezzare anche i primissimi gruppi che conobbi ormai dieci anni orsono, all’inizio di questa epopea, nonché quel power metal da cui io, come tantissimi altri, ho mosso i primi passi. La mia allegria è stata perciò quasi nostalgica quando, circa un mese fa, sono andato a comperare il biglietto per ascoltare il trio Gamma RayRhapsody of FireElvenking, che avrebbero suonato una data insieme all’Orion club di Ciampino (Roma) il 31 marzo: essendo tra i primissimi gruppi metal che io abbia mai ascoltato in passato, ed avendo conservato l’apprezzamento per loro intatto fin’ora, non potevo lasciarmi sfuggire assolutamente l’occasione, non importa poi se Roma è distante tre ore di macchina da casa mia. Prima di cominciare con il racconto del concerto, comunque, come sempre è d’uopo una descrizione della location: l’Orion è esteticamente un gran bel locale al suo interno, diversissimo dalla maggior parte delle solite sale concerto con la sua struttura a teatro greco che permette alla gente, stando più in alto, di vedere il palco pure se si trova indietro; per quanto riguarda l’acustica, invece, essa forse non è perfetta, ma comunque sufficientemente accurata da essere pienamente accettabile. L’unico lato veramente negativo che ho riscontrato per l’occasione è stata che la sua capienza (forse sulle duemila persone, ad occhio) era sfruttata forse solo a metà: il fatto che il pubblico fosse così esiguo, specie essendo quei tre nomi così famosi ed importanti mi ha infatti amareggiato, facendomi riflettere con disappunto sul livello di disamore verso il power ed il metal in generale cui il nostro paese è arrivato. 
Elvenking
I primi a calcare il palco dell’Orion sono stati i pordenonesi Elvenking, di cui moltissimi anni fa avevo letteralmente consumato l’esordio Heatenreel, che ancor oggi rimane uno dei miei dischi power metal preferiti in assoluto. Nonostante ciò, e nonostante il successo di cui da anni godono, i friulani hanno comunque avuto l’umiltà di prestarsi a questo evento come gruppo d’apertura, accontentandosi per giunta di solo una mezz’ora di tempo per suonare e di un palco molto più ristretto rispetto ai gruppi successivi; aggiungiamoci anche che sin da subito la band ha avuto diversi problemi tecnici, e che come spesso accade al gruppo d’apertura il sound non era ottimale, e l’esito è stato che le potenzialità del concerto sono state penalizzate. Ciò non ha inciso troppo, tuttavia, sulla riuscita finale del live: la band ha compensato la sfortuna mettendoci tanta potenza e soprattutto tantissimo cuore, ed alla fine è riuscita comunque a coinvolgere, producendosi in una prestazione d’impatto, solida e con poche sbavature, arrivando a coinvolgere parecchio il pubblico inizialmente piuttosto tiepido. Questi trenta minuti sono così filati via lisci e veloci, con ottimi brani in una rapida serie, tra i quali spiccavano i due tratti dall’album di prossima uscita The Pagan Manifesto, Moonbeam Stone Circle ed Elvenlegions(canzone quest’ultima pubblicata in anteprima, e che non mi aveva convinto nella sua versione studio, ma dal vivo guadagna parecchio), rivelandosi in fin dei conti molto divertente. Unica pecca: non è stato suonato nemmeno un pezzo da Heatenreel, ma ciò è qualcosa di estremamente soggettivo, e poi la band è scusabile per la durata esigua che aveva a disposizione. E’ stato un bel concerto, insomma, anche se mi piacerebbe molto rivedere gli Elvenking in un futuro anche prossimo, sulla lunga distanza e magari da headliner, per poterli apprezzare quanto essi meritano.
Scaletta Elvenking:
  1. The Manifesto
  2. The Loser
  3. Runereader
  4. Elvenlegions
  5. The Divided Heart
  6. Moonbeam Stone Circle
  7. The Winter Wake
Rhapsody of Fire
Secondi nel bill sono arrivati i triestini Rhapsody of Fire, gruppo che, come molte persone, conobbi da giovane, ma che comunque ho continuato ad ascoltare anche maturando, e non trovo, come molti specie qui in Italia, che siano un gruppo “da ragazzini”; se già ne ero convinto prima, la professionalità dimostrata all’Orion non ha fatto che confermarmi la cosa. Sin dalle prime note di Rising from Tragic Flames, difatti, la band ha mostrato compattezza e potenza, ma in maniera quasi rilassata, rivelando una maestria ed una facilità nel calcare il palco incredibile. Da questo punto di vista, il migliore è stato Fabio Lione: oltre ad aver dimostrato appieno essere un cantante stupefacente, alla faccia dei suoi detrattori, il singer pisano è risultato essere un vero animale da palcoscenico, magari non muovendosi troppo ma comunque instaurando un dialogo grandioso col pubblico, sia durante le canzoni, con la sua gestualità, sia nelle pause, proponendosi anche in divertenti battute; bellissimo, quasi commovente,  è anche stato il suo esprimere, a più riprese, la gioia del poter parlare nella propria lingua madre. Pure il resto della band era in ottima forma, da Alex Staropoli e Roberto De Micheli alla sezione ritmica dei fratelli Holzwarth, e lo ha ben dimostrato con una prestazione precisissima, senza praticamente errori, e con una potenza tanto coinvolgente che il pogo è partito spesso  (il che mi ha fatto una strana impressione, visto che considero il power un genere poco da mosh). Alla buona riuscita del tutto ha contribuito pure un suono molto migliore di quello degli Elvenking, quasi perfetto, e soprattutto una scaletta ben bilanciata, con soli due pezzi dall’ultimo Dark Wings of Steel (2013) e tanti classici, a cominciare dalla più che storica Land of Immortals, passando per The March of the Swordmaster (per l’occasione molto allungata e resa ancor più coinvolgente che nella versione studio) e Lamento Eroico (fatta cantare da Lione per buona parte al pubblico), fino ad arrivare alla terremotante Dawn of Victory, che mette fine al concerto ma solo per un minuto, perché poi il gruppo torna velocemente in scena per intonare Reign of Terror e soprattutto il classico dei classici Emerald Sword, facendo cantare ancora a squarciagola tutto l’Orion con se. Insomma, se ancora non l’aveste capito, il concerto dei Rhapsody of Fire è stato grandioso, e come vedremo tra pochissimo, col senno di poi è stato anche il migliore della serata.
Scaletta Rhapsody of Fire:
  1. Vis Divina
  2. Rising From Tragic Flames
  3. Land of Immortals
  4. The March of the Swordmaster
  5. Unholy Warcry
  6. Dark Wings of Steel
  7. Lamento Eroico
  8. Holy Thunderforce
  9. Dawn of Victory
    Encore:
  10. Reign of Terror
  11. Emerald Sword
Gamma Ray
Nonostante, come avrete capito, io apprezzi moltissimo le due band spalla, il gruppo che mi piace di più tra i tre in concerto erano certamente gli headliner Gamma Ray: sono stati infatti il secondo gruppo metal in assoluto che io abbia mai ascoltato, ed anche se attualmente non sono nella mia personale top ten di gruppi preferiti, li ascolto comunque sempre con grandissimo piacere. Ad ogni modo, il loro concerto è cominciato in maniera atipica: quando le luci si sono spente, difatti, invece dell’intro è partito il punk di Bad Reputation di Joan Jett, una scelta che mi risulta abbastanza criptica. Poco male, comunque: subito dopo è arrivata Welcome, preludio di Heading for Tomorrow (uno dei miei preferiti della band), un’ottima premessa che purtroppo però non è stata rispettata. Appena la band è salita sul palco, tra le ovazioni dei presenti, ha attaccato infatti con l’accoppiata AvalonHellbent, pezzi entrambi presenti nel nuovo disco, Empire of the Undead, e tale scelta si è conservata anche nel resto della scaletta: ben sei, difatti, sono stati i nuovi brani presenti in essa, il che è stato probabilmente la più grande pecca del concerto: vero che il nuovo full lenght era già stato pubblicato, ma alla data del concerto lo era da appena tre giorni, perciò la maggior parte dei fan non ne conosceva le canzoni. Ottima prova di questo fatto è stata la reazione al termine del lungo uno-due Master of ConfusionEmpire of the Undead (brani già pubblicato in anteprima rispetto il disco, per giunta): alla fine della seconda, il pubblico è rimasto attonito, quasi in silenzio, una cosa che molto raramente mi è capitato da vedere in sede live, e le sorti del concerto si sono risollevate solo grazie al trittico giunto subito dopo composto da Rebellion in DreamlandLand of the Free Man on a Mission (quest’ultima arricchita anche da una citazione d’eccezione dal suo brano “fratello” Miracle), probabilmente le tre migliori canzoni del capolavoro Land of the Free, le quali coinvolgendo e facendo cantare tutto il pubblico, hanno tirato su l’attenzione precedentemente arrivata a livelli bassissimi. Mettiamoci pure un Kai Hansen che è sembrato imbolsito e svogliato, quasi impacciato nel dialogo col pubblico, oltre che con poca voce, ed abbiamo facilmente il peggior concerto dell’intera serata. Non è stato un disastro totale, tuttavia: la qualità altissima dell’altra metà della scaletta (sono state terremotanti per me Heaven Can Wait e Send Me a Sign, e Tribute to the Past è stata una sorpresa tanto inaspettata quando gradita), l’ottima prestazione soprattutto del drummer Michael Ehre (splendido il suo assolo, e solido anche in funzione ritmica) e comunque la discreta intensità sprigionata dal gruppo sul palco sono riusciti a rendere il concerto piacevole e forse anche di più. La serata si è quindi conclusa in maniera positiva, ma certo mi aspettavo di più dai Gamma Ray (forse tuttavia erano le mie aspettative ad essere troppo grandi), e ne sono rimasto un po’ deluso.
Scaletta Gamma Ray:
  1. Welcome
  2. Avalon
  3. Hellbent
  4. Heaven Can Wait
  5. Tribute to the Past
  6. Razorblade Sigh
  7. Time for Deliverance
  8. Pale Rider
  9. Drum & Bass Solo
  10. Blood Religion
  11. Master of Confusion
  12. Empire of the Undead
  13. Rebellion in Dreamland
  14. Land of the Free
  15. Man on a Mission
    Encore:
  16. To the Metal
  17. Send Me a Sign
Quella dell’Orion insomma, nonostante le sue pecche e nonostante la mezza defaillance del gruppo di punta, è stata tutto sommato una serata molto piacevole, che valeva i trenta euro scarsi del biglietto e le ore di strada affrontate. Per il resto, l’unica mia speranza è che un concerto del genere, con tre band altrettanto importanti (magari comprendenti una di queste tre) possa ricapitare presto da queste parti, perché davvero è stato un immenso piacere poter gustare tutti assieme questi tre miti della mia tarda adolescenza. Al prossimo report!
Mattia

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