Burzum – Hvis lyset tar oss (1994)

Per chi ha fretta: 
Hvis lyset tar oss (1994), terzo album di Burzum, è un lavoro molto importante. Rispetto al black metal del periodo, molto più rivolto all’aggressività, il suo suono è molto più dilatato, il che lo rende un disco cardine: è probabilmente il primo full-lenght atmospheric black della storia. Ma non c’è solo l’originalità e il precorrere dei tempi: anche la qualità intrinseca è molto elevata. I quattro brani che compongono l’album sono tutti splendidi e storici, specialmente l’ossessiva opener Det som en gang var e l’ipnotica Inn i slottet fra drømmen. Anche per questo, Hvis lyset tar oss è un album praticamente perfetto oltre che storico: a un amante del black metal e in special modo di quello più atmosferico non può mancare.

La recensione completa:
19 agosto 1993: Varg Vikernes viene arrestato per il truce assassinio di Øystein “Euronymous” Aarseth, leader dei Mayhem e più in generale dell’intero movimento black metal norvegese. Da quel momento, la sua nuova realtà divenne il carcere: vi rimarrà per sedici anni, infatti, senza poterne uscire fino al 2009. Eppure, l’epopea della sua celeberrima one-man band Burzum non si fermò a quella data: Vikernes infatti, indubbiamente un criminale ma anche un genio della musica (almeno a mio avviso), nella sua impetuosità artistica aveva già registrato ben due altri full lenght, oltre ai già usciti Burzum e Det som engang var: il primo di essi, Hvis lyset tar oss, uscì proprio a ridosso del processo che lo avrebbe condannato a 21 anni di galera, ed è forse l’album più importante della carriera del musicista norvegese. Il disco si rivelò infatti un punto di svolta: seppur vi sia una forte continuità con il sound degli album precedenti, esso si rivelava molto meno puramente aggressivo e molto più volto all’atmosfera di quanto mai fosse stato, inventando di fatto un nuovo sottogenere, il black metal atmosferico, e più in generale un nuovo modo di vedere il genere. Forse lo stesso Vikernes era consapevole di quanto quest’album fosse epocale, tanto da non pubblicarlo subito pur avendolo registrato prima del più tradizionale Det som engang var; sta di fatto che ad oggi Hvis lyset tar oss è considerato giustamente un assoluto classico di tutto il genere black metal; e, come vedremo tra poco, ciò non è assolutamente merito della sola originalità contenuta in questi solchi, ma anche e soprattutto della sua qualità intrinseca.

L’inizio del disco è praticamente ambient, le tastiere sono quasi spaziali e su di esse si appoggiano i lenti accordi della chitarra, tutto ciò ripetuto per lungo tempo, allo scopo di trasportarci da subito in una dimensione aliena, celestiale e nera come la notte. Dopo una breve pausa, anche più calma e distesa, e quasi tre minuti di preludio, la Det som en gang var (“ciò che una volta era”) vera e propria infine si avvia con la potente entrata in scena della sezione ritmica, che irrompe e da il via ad un riff circolare di chiara matrice black metal, generante una potente aura malvagia e di oscurità e che si fa largo inizialmente da solo; si aggiunge quindi prima il synth, ancora una volta con sonorità cosmiche e che ripete sempre lo stesso giro ossessivamente, e poi lo scream glaciale e sofferente di Greifi Grishnackh (alias lo stesso Vikernes), che con il suo feeling malato conferisce ancor più impatto atmosferico al brano. La canzone, come sarà la norma anche del resto del disco, tende poi a ripetere la propria struttura per un lasso elevatissimo di tempo, con poche variazioni (tra cui un bell’assolo di chitarra, che segue il riff e potenza ancor di più il mood) ma senza stancare minimamente, essendo congegnato appunto per avvolgere e per distaccare dalla realtà, facendo viaggiare l’ascoltatore negli angoli più reconditi ed oscuri della sua anima; quando sembra che nulla possa cambiare, però, ecco che la traccia si modifica, rallentando ancor di più il suo ritmo già non estremo. Arriva perciò una frazione diversa, maggiormente al mood della precedente e che evoca lo stesso feeling etereo ed alienante, anch’essa propagandosi per lunghi minuti. Sembra quasi che questo tetro sogno non debba mai finire, quando ecco poi prender corpo il gran finale, più pesante e tradizionalmente black del resto, ma che comunque non stona affatto, a mettere la parola fine su di un brano meraviglioso, da inserire almeno in una top twenty dei migliori pezzi black metal di tutti i tempi. La seguente Hvis lyset tar oss (“se la luce ci prende”) incomincia deflagrando improvvisamente col suo riff tempestoso e vorticoso che pian piano si evolve, pur mantenendosi piuttosto fedele ad una forte falsariga di sottofondo, accompagnato nella progressione dall’entrata in scena dello scream, dal lieve tappeto di tastiere in sottofondo e da vari cambi di ritmo che però quasi non si notano, essendo l’attenzione concentrata più sull’atmosfera ancora una volta dannatamente diffusa e darkeggiante, che riuscirebbe a rendere la canzone sempre da urlo e mai noiosa anche senza le suddette variazioni.  Il brano prosegue in questa maniera per tutta la sua durata, e quando si conclude quasi non sembra siano passati i suoi otto minuti, tanto ci si perde al suo interno.
Inn i slottet fra drømmen (“dentro al castello del sogno”) viene introdotta dal riff pulsante che si ripeterà poi per buona parte della prima frazione, a cui si aggiunge presto una lunghissima fuga in lento blast beat con cui forma il tema principale; il riffage viene poi inframmezzato da altri momenti più classicamente black metal e meno particolari ma egualmente validi, che sostengono folli vocalizzi, unico cantato qui presente. Sembra che questa sezione debba avere corso per tutta la durata della canzone, quando essa invece si calma di colpo, con la sezione ritmica che scompare, lasciando le potenti chitarre a dominare insieme alle tastiere ed alla voce di Vikernes, in una sezione dal mood diffuso ed ancora una volta cupamente celestiale. E’ questo solo un lungo interludio, però, dopodiché si avvia la meravigliosa seconda parte, sorretta da un ritmo in tre quarti, quasi un valzer malato, a cui si sovrappone uno dei riff più belli mai prodotti sotto monicker Burzum, riuscendo ad essere intenso sentimentalmente, addirittura quasi evocativo, e al contempo a non perdere niente della malvagità del black metal; anche le tastiere e la chitarra solista, quando vengono fuori, contribuiscono al mood particolare e la traccia finisce in bellezza, rivelandosi il pezzo migliore del disco insieme alla opener. La chiusura di questo ormai lungo viaggio è affidata all’ancora più ipnotica Tomhet (“vuoto”), che si spoglia di ogni elemento metallico per generare un brano del tutto ambient la cui prima parte, complici i suoni fantascientifici, risulta fortemente spaziale e psichedelica, non troppo oscura ma in qualche modo arcana, grazie ai suoni dei lead synth che risulterebbero orrorifici, se non fossero tanto distesi. Come da buona norma del genere, inoltre, l’episodio e tende a ripetere molto a lungo lo stesso giro, e come altrove ad un certo punto sembra quasi che debba concludersi come è iniziato; verso il centro però i lead di tastiera spariscono, seguiti poco dopo anche dal tappeto di sottofondo, e ha luogo un intermezzo delicato e molto disteso, in cui i fraseggi sono molto distanziati tra loro e regna una calma quasi irreale. E’ questo il preludio alla lunga parte conclusiva della canzone, che su un ritmo lieve di batteria sintetizzata presenta fraseggi ancora ricercati e molto soffusi di keys, che danno una sensazione quasi di trasognata malinconia, e concludono in una maniera strana, ma comunque dannatamente efficace, questo splendido album.
Abbiamo insomma tre quarti d’ora scarsi di un’oscurità tanto intensa e tanto avvolgente da perdercisi completamente dentro, una lunga cavalcata nera incredibile, perfetta al cento percento. Ci sono insomma poche scuse che tengano, qui: se vi ritenete fanatici del genere più malvagio ed oscuro del metal, questo è proprio il classico disco non solo da avere ad ogni costo ma pure da esporre in cima alla propria collezione. Fatelo vostro a tutti i costi, perciò, oppure lasciate che sia la luce, e non il black metal, a prendervi!
Voto: 100/100
Venti anni fa, nell’aprile del 1994, veniva pubblicato Hvis Lyset Tar Oss di Burzum, album che dava origine al black metal atmosferico e spianava la strada per nuove evoluzioni del genere fino ad allora precluse, oltre a risultare di qualità altissima, da massimo dei voti. Questa recensione vuole semplicemente celebrare l’anniversario della sua pubblicazione nel modo migliore possibile.
Mattia

Tracklist:
  1. Det som en gang var – 14:21
  2. Hvis lyset tar oss – 08:04
  3. Inn i slottet fra drømmen – 07:51
  4. Tomhet – 14:12
Durata totale: 44:28
Lineup:
  • Greifi Grishnackh – voce, chitarre, tastiere, basso, batteria
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale di Burzum

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