Fatal Cliché – Fatal Cliché (2013)

Anche se a volte alcuni usano la parola “personale” come sinonimo di “originale”, tra i due termini esiste una sottile differenza: mentre per essere originali all’interno di un genere bisogna avere almeno qualche elemento inedito, per avere personalità basta possedere una propria via particolare, differente in alcuni dettagli da quelle degli altri per quanto sia inquadrata nelle stesse sonorità. Tra i tanti gruppi di quest’ultima categoria che abbiamo recensito lungo la storia di Heavy Metal Heaven vanno annoverati anche quello di cui parliamo qui, i romani Fatal Cliché: nati inizialmente come tribute band di Nightwish, Epica ed After Forever, l’ensemble comincia presto a produrre brani propri, sempre sulle coordinate del power/gothic sinfonico sfruttato ormai da decina di band, affrontandole appunto in maniera personale. Il particolare che più salta agli occhi di tale approccio, almeno nel loro primo EP omonimo (quello in questione della recensione), è la singer Hellenoir Dearbone, piuttosto lontana dalla cantante tipica del gruppo lirica o semi-tale, possedendo una voce che può bene esser descritta come una versione “drammatica” di quella di Elisa C. Martin (ex Dark Moor), pur proponendosi a tratti anche in parte più acute (le quali, per quanto tecniche, hanno comunque meno appeal della sua voce al naturale, che personalmente trovo decisamente più incisiva); altro spunto proprio della band è il suo essere a tratti più spostato, rispetto a tanti dello stesso genere, più sul frangente power  melodico che sul gothic vero e proprio, il che li rende più interessanti di come non sarebbero altrimenti. Se stilisticamente, insomma, a dispetto del nome gli stereotipi non risultano affatto fatali alla band per la sua abilità nel maneggiarli, Fatal Cliché presenta però un problema a livello della realizzazione, che sembra un po’ frettolosa, con un incisione a tratti non accuratissima e più in generale un sound secco e poco incisivo, più da demo che da EP, coi maggiori problemi nel mixing: in particolare, i tappeti di tastiera sono spesso poco udibili, e vengono subissati dalle ritmiche. Tutto ciò è per il disco risulta un handicap anche non indifferente, ma come vedremo subito fortunatamente non ne pregiudica troppo la buona riuscita.

La opener Fatal Cliché si avvia subito piuttosto movimentata, contando su di un riff pieno di passaggi in lead di chitarra, spesso anche neoclassicheggianti, posato su di una struttura lineare, seppur a tratti spuntino fuori dei momenti particolari, come la veloce fuga che si apre al centro e che vede il bell’assolo della tastierista Ludovica Faraoni. Comunque sia, oltre al songwriting sempre diligente, il punto di forza assoluto della canzone è il bel ritornello, che pur non essendo immediato, riesce lo stesso a stamparsi subito nella testa dell’ascoltatore per non uscirne più, ciliegina sulla torta di un buon brano d’apertura, nonché quello più puramente power dell’intero album. L’armonioso pianoforte iniziale di Dark Way, che segue, è una falsa premessa, perché la song vera e propria presto si allontana dalla ballad per abbracciare un mid tempo energico, seppur la melodia non sparisca mai, ma sia anzi sempre fortemente presente sia nelle parti più metalliche che negli stacchi atmosferici di solo pianoforte che di tanto in tanto fanno capolino. La struttura tende quindi a ripetersi spesso, venendo interrotta solo dallo stacco centrale, più rapido e power-oriented, parte migliore della traccia insieme ai sognanti ritornelli, che contribuiscono ad un bel pezzo, che se qualitativamente inferiore a quelli che ha intorno, lo è comunque davvero di poco. Altro intro particolare, stavolta costituito da profonde percussioni unite a lievi orchestrazioni su cui si posa la voce della Dearbone, poi Flashblack deflagra, presentando sempre l’elemento sinfonico ad accompagnare quello metallico in una progressione che dalle strofe, quasi calme nel loro mood drammatico, attraversano i convulsi e quasi evocativi bridge fino ad arrivare ai ritornelli, in cui la frontwoman da il meglio di sé nell’evocare un’atmosfera triste e puramente gothic metal, coadiuvata alla perfezione dal resto dell’ensemble. Degna di nota anche la parte centrale, inizialmente molto soffusa ed eterea poi più metallica, a generare un netto stacco nella canzone prima che un altro chorus, anche più intenso, giunga a concludere questo brano, che è molto semplice ma risulta tra i migliori in assoluto del disco.
L’introduzione nostalgica di pianoforte e tappeto orchestrale stavolta non un falso preludio, poiché quando la vera e propria Lost Lands si avvia mantiene una melodiosità notevole anche rispetto al genere della band, presentando inoltre la classica struttura con strofe soffuse e refrain più elettrici. La parte migliore è però l’atmosfera generale, che nelle frazioni più pesanti accosta al mood malinconicamente romantico del tutto gothic anche delle tastiere con quel gusto “fantasy” spesso presente in un certo tipo di power, il che risulta probabilmente la marcia in più del brano; bella anche la sezione strumentale centrale, più incisiva ritmicamente, degna di un altro tra gli episodi di spicco del lotto. L’ennesimo intro con il piano su cui ha luogo l’entrata in scena della Dearbone, poi Flaming Heart esplode, rivelandosi tagliente nelle ritmiche e nuovamente “magica” nel flavour, grazie alle onnipresenti tastiere sinfoniche, oltre che al discreto pathos. Dall’altra parte, c’è da dire che la struttura è forse un po’ statica, ed anche il songwriting incide meno che altrove, anche nei vari passaggi melodici: ne abbiamo un episodio sottotono rispetto alla media del disco, ma che comunque risulta se non altro gradevole. Le strofe della successiva Illusion hanno un mood molto più oscuro e misterioso che altrove, probabilmente a causa del riffage, più pesante e basso che negli altri brani, e dai cupi giri delle tastiere; i ritornelli al contrario sono molto più classici e dal feeling liberatorio, fregiandosi dei vocalizzi altissimi della Dearbone, qui più efficaci che altrove. Bella anche la parte centrale, più d’atmosfera, per un brano forse ancora inferiore ai migliori dell’album, ma in ogni caso anche più che buono. L’EP sarebbe finito qui, ma come traccia bonus è stata inserita Alegria, rivisitazione del brano che introduceva lo spettacolo omonimo del Cirque du Soleil, la quale melodicamente e strutturalmente rispecchia fedelmente l’originale, pur presentando ovviamente un approccio decisamente più metallico, specie nella melodica seconda parte, cantata in inglese, e nella veloce e power-oriented terza, quella spagnola (tutte quante previste, insieme alla prima italiana, nella versione primigenia); ne risulta un pezzo atipico, ma che comunque chiude  in bellezza l’album.
Abbiamo insomma un EP che nonostante i suoi difetti risulta buono, evidenziando buone capacità ed ottimi margini di miglioramento per questa giovane band. Certo, c’è ancora un po’ da lavorare, ma credo che maturando, e soprattutto con mezzi tecnici migliori che gli consentiranno di avere un suono più accurato, i Fatal Cliché potranno fare bene. Non posso che chiudere la recensione, quindi, sperando che ciò divenga effettivamente realtà, e che questi romani possano proseguire nei prossimi anni con una lunghissima carriera!
Voto: 73/100 (voto massimo per demo ed EP: 80)

Mattia
Tracklist:
  1. Fatal Clichè 04:15 
  2. Dark Way 03:55 
  3. Flashblack 03:50 
  4. Lost Lands 04:05 
  5. Flaming Heart 04:30 
  6. Illusion 04:05 
  7. Alegria (bonus track) – 03:45
Durata totale: 28:25

Lineup:
  • Hellenoir Dearbone – voce
  • Tiziano Fatiganti – chitarra
  • Gaetano Saia – chitarra
  • Ludovica Faraoni – tastiere
  • Chris Migliore – basso
  • Marco Gorra – batteria
Genere: symphonic/power/gothic metal
Sottogenere: melodic power metal

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