Thergothon – Stream from the Heavens (1994)

Se ai suoi esordi il death/doom metal non era altro che la semplice unione tra i due generi da cui prende il nome, negli anni successivi esso visse invece un’evoluzione clamorosa, che vide la nascita di un’incredibile varietà di stili. Ecco quindi che parallelamente a quelle band che continuavano con il selvaggio sound primigenio comparve un’ampia corrente del genere più raffinata e votata all’evocazione del mood, che poi si divise tra chi contribuì a creare il gothic metal, chi virò su un sound ancor più atmosferico e melodico, e chi pur mantenendosi sempre nel death/doom possedeva sonorità lo stesso più raffinate dello stile iniziale. Dall’altra parte vi fu anche chi, pur influenzato da questo grande movimento eterogeneo, non ne faceva parte, ma tentava anzi di esasperare ancor di più la lezione di lentezza impartita da gruppi già estremi in tal senso come My Dying Bride ed Unholy: stava nascendo il funeral doom metal. Il merito dello sviluppo di questo sottogenere va sicuramente ai vari Skepticism, Funeral ed Esoteric, ma la palma di suo gruppo creatore va a mio avviso ai finlandesi Thergothon: seppur la loro carriera sia durata solo tre anni, dal ’90 al ’93, i due dischi incisi in quel periodo sono infatti fondamentali per la definizione degli stilemi del genere. Purtroppo però, come spesso accade ai pionieri, la band si ritrovò troppo avanti rispetto al proprio tempo: dopo il demo Fhtagn nagh Yog-Sothoth (1991), difatti, venne registrato un disco a fine 1992, ma non si trovò nessuna etichetta disponibile a distribuirlo, e l’anno successivo di conseguenza l’ensemble si sciolse; solo nell’aprile ‘94, ad opera di Roberto Mammarella che lo pubblicò con la sua Avantgarde Records, Stream from the Heavens poté finalmente vedere la luce. Il disco si rivelò sin da subito un classico assoluto del genere, risultando un affresco musicale incredibile, lentissimo ed incredibilmente diffuso, tanto etereo ed ipnotico, oltre che omogeneo, da poter esser visto come una lunga cavalcata ambient, ma suonata in maniera metallica; risultato di ciò è che l’ascoltatore si perde totalmente nel suo impenetrabile labirinto di tenebre (il che è il principale motivo per cui la recensione non ha la benché minima pretesa di completezza), in un rapimento estatico che risulta eccezionalmente ben congegnato, come vedremo tra poco. Prima di cominciare, una lode la merita anche l’artwork, tanto minimale quanto potentemente immaginifico, risultando per questo non solo una dei migliori in assoluto in ambito funeral doom ma anche perfetto per l’album a cui fa da copertina.
L’attacco dell’iniziale Everlasting fa capire sin da subito di che pasta sarà il disco: sono già presenti infatti il dualismo tra il growl abissale ed estremamente cavernoso e la voce pulita eterea e salmodiante, entrambe espresse dal cantante Niko Skorpio, il riffage doom con influenze death diffusissimo ed in questo caso a tratti anche vorticosamente tranquillo e le lente tastiere dal sound sottile che rendono l’atmosfera ancor più arcana ed oscuramente mistica di quanto non sarebbe altrimenti, il tutto espresso in maniera funerea e dannatamente lenta. Il vero e proprio punto di forza della traccia (ma anche dell’intero disco in generale) è proprio mood: è si tenebroso, in maniera quasi impenetrabile, evocando però a tratti anche una disperazione raffinata e calda, e arriva inoltre, in certi momenti, a toccare punte addirittura quasi epiche; il tutto risulta molto avvolgente, tanto che, fino dai primi minuti è facile perdersi all’interno di questa opener. La struttura è inoltre mutevole, di tanto in tanto appaiono delle variazioni che contribuiscono a tenere l’attenzione alta, ma la falsariga di sottofondo, ossessiva ed atmosferica,  non cambia, scorrendo anzi lungo la sua durata e rivelandosi assolutamente ipnotica. Ottimo anche il finale, anche più desolato del resto, a concludere una prima traccia sin da subito eccezionale. Con Yet the Watchers Guard il ritmo scende ancora, e ci sono momenti in cui si ferma totalmente, segnando l’ingresso di strani interludi di puri effetti; il tutto genera un’atmosfera particolarissima, che oscilla tra momenti tranquilli ma dal feeling quasi malato, aiutati in ciò anche dai cupi growls echeggiati di Skorpio che vengono fuori a tratti, ed altre frazioni incalzanti e lugubri ma anche con un certo retrogusto evocativo, specie quando appaiono i synth a renderle anche più peculiari. Arriva poi una seconda parte ancor più arcigna e dal feeling di spaziale desolazione, grazie pure a delle aperture che definire ambient non è un peccato, in cui solo la chitarra ultra-ribassata la fa da padrona; tale frazione prosegue a lungo, arrivando infine a concludere i quasi nove minuti di questa canzone in maniera ancor più misteriosa che altrove. La seguente The Unknown Kadath in the Cold Waste inizia con un intro immobile, con solo le chitarre e le tastiere a creare lo sfondo su cui si appoggiano sussurri effettati ed incomprensibili; tutto ciò poi lascia spazio ad una sezione che spicca ancor di più, avendo la chitarra acustica a darle il ritmo disegnando un lento arpeggio, con in sottofondo dei synth quasi fantascientifici a rendere il tutto più psicotropo; le due anime del pezzo si fondono quindi nella seconda parte, che mette la parola fine a quella che pur essendo poco più di un preludio (meno di quattro minuti la sua durata) si rivela comunque decisamente interessante.
Elementalviene introdotta da uno dei passaggi più classicamente doom del lotto, a cui si confà in parte anche la frazione successiva, che si rivela infatti spesso meno monolitica e più movimentata della media del disco, per quanto ovviamente i ritmi siano sempre catacombali, e non salgano mai troppo, rallentando anzi in alcuni momenti. Il punto di forza assoluto della canzone sono però le ritmiche, qui particolarmente lugubri ed in cui si rivela anche più che altrove l’ascendenza death/doom dei Thergothon, risultando per giunta sempre efficaci in ogni passaggio, nonostante l’intento atmosferico della band non richieda tale accuratezza. Ottima anche la parte centrale, più rapida ed in cui appaiono cori e chitarre acustiche, che oltre all’oscurità densa ed impenetrabile che avvolge l’interno disco, riesce a comunicare anche un intensissimo pathos romantico, tanto autentico quanto diverso da quello dei lontani parenti del gothic metal; in generale è però meravigliosa l’atmosfera, a tratti quasi evocativa, ma soprattutto scurissima ed anche più minacciosa che altrove, grazie alle suddette influenze death­. Degna di lode, inoltre, anche la presenza di un “ritornello”, che si ripete spesso, insistente e salmodiante; apprezzabile infine anche il raffinato finale, che conclude in bellezza il pezzo migliore di questo disco, in cui spicca nonostante la qualità media eccezionalmente alta. Dopo un preludio deliziosamente statico, comincia quindi Who Rides the Astral Fire,  l’ennesima processione funeraria, seppur stavolta risulti leggermente più incalzante che in passato, grazie anche ai “calmi turbini” in cui sfociano i riff a tratti, ma che comunque non perde nulla della sua atmosfera nera e dannatamente tombale, la quale spesso si esprime qui anche in una fredda disperazione, intensissima nonostante il rifferama diffuso e il ritmo per nulla elevato. Meravigliosa è anche la parte finale, ripetitiva al parossismo, quasi una preghiera funebre se non fosse che il testo è di ispirazione Lovecraftiana (come del resto parecchi altri, all’interno del disco), ciliegina sulla torta di un altro brano così labirintico ed oscuro che se ne perde la via d’uscita. Siamo in dirittura d’arrivo, ed il compito di chiudere il disco va ad una closer track che pur non essendo molto lunga (meno di cinque minuti) si divide in due parti: la prima, Crying Blood, comincia ancora una volta a velocità bassissime e con le tastiere che disegnano un panorama di cupa ma calda tristezza, fatto confermato anche dalla voce pulita di Skorpio, mai così desolata ed intensamente malinconica. Senza soluzione di continuità, arriva poi Crimson Snow, la cui partitura strumentale cambiano di poco ma l’atmosfera vira prepotentemente, divenendo contemplativa e fredda come la neve evocata dal titolo, rendendo questa seconda frazione ancor più emozionante, e concludendo questo disco in maniera più che degna
In conclusione non abbiamo un semplice disco di funeral doom metal, no: abbiamo IL disco definitivo di tale genere, un’esperienza unica ed inimitabile nella sua oscurità, perfetta in ogni suo particolare, che per giunta riesce a fare ciò essendo la prima uscita di tale sottogenere, un’impresa che solo ad altri grandissimi gruppi è riuscita in passato. Dall’altra parte, c’è da dire che quest’album è dannatamente inaccessibile, risultando per questo soltanto per i pochi eletti che riescono a digerire il sottogenere funeral: se però siete tra di essi, allora Stream from the Heavens è uno di quei pochissimi dischi che non solo non vi può assolutamente mancare, ma che dovreste anche trattare con assoluta venerazione. Buy or die…. slowly!
Voto:100/100
Alla fine del mese di aprile del 1994, usciva Stream from the Heavens dei Thergothon, l’album che segnava ufficialmente la nascita del sottogenere genere funeral doom metal, rivelandosi allo stesso tempo uno dei migliori esempi del genere. Questa recensione ne vuole celebrare il ventesimo anniversario nella migliore maniera possibile.
Mattia
Tracklist:
  1. Everlasting – 06:07
  2. Yet the Watchers Guard
  3. The Unknown Kadath in the Cold Waste – 03:49
  4. Elemental – 09:18
  5. Who Rides the Astral Wings – 07:56
  6. Crying Blood & Crimson Snow – 04:42
Durata totale: 40:48
Lineup:
  • Niko Skorpio – voce, tastiere
  • Mikko Ruotsalainen – chitarre
  • Jori Sjöroos – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: funeral doom metal

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