Amaze Knight – The Key (2012)

Per chi ha fretta:
I torinesi Amaze Knight sono una buona band progressive metal, ma col difetto di seguire troppo le impronte dei Dream Theater, specie quelli del periodo Awake. Lo dimostra il primo (e fin’ora unico) full-lenght, The Key (2012): il suo problema principale è proprio l’ortodossia ai canoni prog, oltre a perdersi un po’ nel tecnicismo fine a sé stesso e a non essere valorizzato dal cantante Fabrizio Aseglio, un po’ privo di personalità. Dall’altro lato, nonostante i suoi limiti il gruppo riesce ad avere idee interessanti e buone capacità tecniche: lo dimostra un grande pezzo come Restless Soul, punta di diamante di una tracklist con anche alcuni picchi in negativo, ma di valore non disprezzabile nel complesso. Insomma, pur non essendo grandioso The Key è un album discreto, consigliato in special modo ai fan più accaniti del genere progressive metal.

La recensione completa:
Che i detrattori lo vogliano o meno, i Dream Theater sono il gruppo progressive metal più famoso nella storia del genere; è quindi inevitabile che le band di questo stile arrivate in seguito non possono che subirne l’influsso. Ciò storicamente è stato però, a mio avviso, qualcosa di abbastanza negativo: mentre nei suoi primi tempi il genere era infatti vivo e innovativo, ed ogni gruppo aveva il proprio sound, ad oggi si vive una certa omologazione, con troppe band che hanno sonorità troppo simili tra loro. E’ questo il problema principale che, secondo me, presenta anche l’ensemble di cui parliamo in questa recensione, i torinesi Amaze Knight: il loro sound, benché molto piacevole, è infatti oltremodo aderente agli stilemi dell’act di John Petrucci, specie quelli più cupi e malinconici del periodo Awake. Ad ogni modo, la band nasce nel 2010, per arrivare due anni dopo ad esordire subito con un full lenght (un concept album, per giunta), The Key, quello in questione della recensione. In esso da un lato si evidenziano alcuni difetti: oltre alla già citata ortodossia ai Theater, abbiamo anche un’altra criticità comune a tante band progressive metal odierne, quello di perdersi a tratti in troppi tecnicismi fini a se stessi, che alla lunga appesantiscono le cinque lunghissime canzoni dell’album; altro difetto, seppur abbastanza veniale stavolta, è la voce del frontman Fabrizio Aseglio, che pur non avendo un timbro malvagio, secondo me manca un po’ di carisma, e non riesce ad aiutare a dovere la proposta del gruppo. Se a questo punto  sembrerebbe prospettarsi una recensione negativa, dall’altro lato il gruppo ha però anche alcuni lati positivi: in primis, esso è dotato di buone qualità in fase di scrittura dei brani, almeno nei suddetti limiti, e riesce a creare canzoni anche piuttosto efficaci, come vedremo tra poco; al servizio di ciò, la band, oltre a metterci pure le proprie ottime capacità tecniche, crede con gran passione in ciò che sta facendo, il che compensa, in parte, la scarsa originalità e la non completa maturità del sound espresso. Punto di forza del disco è inoltre la produzione: il sound generale, seppur non ai livelli di quelli delle grandi band internazionali, è comunque molto pulito ed accurato, e riesce a valorizzare in maniera più che accettabile le composizioni.

Un breve assolo del drummer Michele Scotti, che dimostra bene l’ottimo groove di cui è dotato, quindi parte una canzone inizialmente piuttosto lenta, e che fa quasi presagire un disco fortemente votato all’atmosfera. Così non è, però, perché poi la traccia comincia ad accelerare, e dopo una corta frazione di tecnicismi si avvia la Imprisoned (Shadows Past) vera e propria, un mid tempo dall’atmosfera piuttosto oscura che alterna strofe pesanti ma non troppo aggressive, le quali risultano molto varie musicalmente e presentano a tratti anche dagli svolazzi strumentali che non prolungandosi troppo sono anche piacevoli,  e ritornelli orchestrali e più melodici, in cui la band riesce ad esprimere anche un discreto pathos. Degna di nota anche l’apertura soffusa dominata dai suoni di un armonioso pianoforte avente luogo dopo la metà della canzone, dal mood piuttosto intimista, a cui segue una pausa che fa quasi sembrare la canzone finita; un breve crescendo fa la sua comparsa subito dopo, tuttavia, ed alla fine la canzone ad esplodere di nuovo, per una coda tecnica quasi del tutto strumentale ma che pure in questo frangente non danno fastidio, ma si rivelano anzi ben scritti risultando una conclusione buona per una opener tutto sommato della stessa qualità, che non stanca nonostante i 10 minuti ed oltre di durata. La successiva Restless Soul comincia con un preludio lieve che sfocia poi in una lunga parte strumentale molto piacevole, la quale ci conduce fino al cuore della canzone. Questa si rivela più potente ritmicamente che altrove, grazie anche al riffage di Christian Dimasi che risulta compatto ed incisivo praticamente in ogni passaggio; il punto di forza maggiore che essa ha, però, è il suo feeling, che si rivela mutevole ma sempre piuttosto intenso dal punto di vista sentimentale, ed il cui apice si ha nel bel ritornello, emozionalmente molto potente grazie alla voce di Aseglio, che qui riesce ad essere più incisivo che altrove, ed alle tastiere sinfoniche dell’ospite Max Tempia, il cui lavoro è prezioso non solo in questo frangente ma anche nel resto del platter. Buona anche la parte tecnica centrale, che pur essendo quella di minor levatura del pezzo si rivela comunque efficace, per l’episodio che alla fine dei giochi risulta un ottimo esempio di progressive moderno, essendo per questo il migliore in assoluto dell’album.
Un interludio di chitarra pulita, coda del brano precedente, e poi quasi senza soluzione di continuità parte l’arpeggio di Heartless, ballata che va avanti a lungo lenta e soffusa, con praticamente solo la chitarra e la sparuta presenza di suoni sintetici sotto alla voce. Anche quando la canzone si anima di più, con l’ingresso della sezione ritmica e di qualche distorsione, abbiamo lo stesso  qualcosa di piuttosto soffice, e che ha ben poco di metal, ma comunque discretamente forte dal punto di vista del mood. Se tutto ciò è positivo per la buona riuscita del pezzo, quest’ultimo è però condizionato dalla propria eccessiva prolissità: pur essendoci molte piccole variazioni, di base si mantiene sempre la stessa statica struttura, la quale probabilmente poteva andare bene su una durata medio-bassa, ma nei quasi dieci minuti che il pezzo dura fa emergere molti momenti morti (come per esempio il lunghissimo assolo di chitarra centrale, che risulta veramente troppo piatto e quasi noioso), facendola risultare, di fatto, piacevole ma nulla più. Giunge quindi un nuovo arpeggio delicato, accompagnato da una tastiera dal sound abbastanza vintage, ma poi il metal torna finalmente a farsi strada per Liberation (The Reflection) che parte in maniera incalzante e relativamente rapida, e che pur presentando qualche fronzolo di troppo riesce comunque a coinvolgere con la sua atmosfera quasi scanzonata eppure con un retrogusto abbastanza malinconico non troppo celato, che tratti viene fuori prepotentemente. Come da norma prog, inoltre, la canzone si sviluppa abbastanza complessa, evolvendosi pian piano e mostrando diverse sfaccettature emozionali, seppur il feeling di sottofondo non cambi mai di molto. Tutto ciò, unito alla lunga sezione finale, che oltre ad essere di alto tasso tecnico è ottimo anche qualitativamente, fa si che la traccia, pur non essendo nulla di trascendentale si riveli lo stesso di buona caratura. L’ennesimo intro soffuso, questa volta gestito solo dal pianoforte, anche un po’ prolisso a dire il vero per la sua lunga durata, poi entrano in scena le chitarre acustiche e la voce di Aseglio, che danno quasi un ulteriore preludio alla canzone (il tutto dura cinque minuti e mezzo in totale), prima che Liberation (A New Day) vada al punto  con l’ingresso della chitarra solista, autrice tra l’altro di un bell’assolo, e della sezione ritmica, che mantengono la canzone sempre piuttosto soft rendendola però più interessante e meno ridondante, in una sezione che ancora una volta va avanti molto a lungo. La canzone si evolve poi in una parte ancora una volta lenta e molto melodiosa, ma che in questo caso si rivela più efficace che in precedenza,  la quale conclude in maniera buona un brano riuscito però a metà, a causa della suddetta statica introduzione, e con esso un disco di cui quasi si può dire lo stesso.
Alla fine dei giochi, The Key si rivela  un album più che discreto, che può anche andare abbastanza bene come esordio, anche se la band ha ancora diverso lavoro da fare, per risolvere i propri difetti e trovare la via personale al proprio genere di appartenenza.  Se gli Amaze Knight ci riusciranno, sarà solo il tempo a dirlo; nel frattempo, comunque, se vi piace il progressive metal, ed in special modo se siete fanatici del genere, questo loro esordio vi è comunque consigliato, anche e soprattutto perché potete scaricarlo gratuitamente dal profilo Bandcamp della band: potrete trovarvi almeno qualcosa di interessante.

Voto: 74/100
Mattia
Tracklist:
  1. Imprisoned (Shadows Past) 10:26 
  2. Restless Soul 08:58 
  3. Heartless 09:47 
  4. Liberation (The Reflection) 08:54 
  5. Liberation (A New Day) 09:34
Durata totale: 47:39
Lineup:
  • Fabrizio Aseglio – voce
  • Christian Dimasi – chitarre
  • Matteo Cerantola – basso
  • Michele Scotti – batteria 
  • Max Tempia – tastiere (guesst)
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: il profilo Bandcamp degli Amaze Knight

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