Rainbow – Ritchie Blackmore’s Rainbow (1975)

Per chi ha fretta:
Dopo aver lasciato, in seguito a Stormbringer (1974), i Deep Purple, il chitarrista Ritchie Blackmore radunò attorno a sé alcuni membri degli statunitensi Elf e diede vita ai suoi Rainbow. Giusto l’anno successivo, la sua formazione incise l’omonimo Ritchie Blackmore’s Rainbow, album che riprendeva il classico suono dei Deep Purple, anche se arricchito di novità, come la voce del cantante Ronnie James Dio. Il risultato di questo progetto è un lavoro di altissima qualità, disseminato di brani grandiosi e di classici: Man on the Silver Mountain, Catch the Rainbow, Temple of the King, Sixteenth Century Greensleeves ne sono solo una selezione. Per questo, Ritchie’s Blackmore’s Rainbow è un album grandissimo, forse non all’altezza del successivo Rising (1976), ma comunque un must, per i fan dell’hard rock anni settanta.  

La recensione completa:
Dopo l’inizio dell’anno, che aveva regalato al mondo un capolavoro come Burn, la fine del 1974 vide i Deep Purple tornare in studio: il risultato di quella sessione, Stormbringer, rispetto al predecessore virò prepotentemente sul funky e sul r’n’b, spaccando i fan tra chi apprezzava ugualmente la band inglese e quelli scontenti della nuova svolta. A questi ultimi apparteneva  anche lo stesso Ritchie Blackmore, che subito dopo la fine del tour di supporto all’album abbandonò a sorpresa la band. Il chitarrista britannico non rimase con le mani in mano a quel punto, però: radunando intorno a se alcuni membri della hard rock band statunitense Elf, tra i quali ad oggi spicca un allora sconosciuto Ronnie James Dio, fondò una nuova band, i Rainbow (o meglio i Ritchie Blackmore’s Rainbow, anche se il loro nome è accorciato per comodità in questa recensione). Nell’estate del 1975 usciva così il loro primo album omonimo (o almeno, si può considerarlo tale), che riprendeva in gran parte il classico sound dei Deep Purple, specie quello contenuto in Burn, ma riusciva anche ad evolverlo, dotandolo soprattutto di una maggior versatilità (grazie, oltre che al talento di Blackmore, soprattutto alla voce calda e potente di Dio), che si esprimeva in una grande varietà di atmosfere diverse; il risultato fu un disco che a distanza di quasi quarant’anni resta comunque ancora un classico del genere, assolutamente a ragione, come vedremo tra pochissimo.

Il disco si apre con uno dei più grandi classici della band, Man on the Silver Mountain, che già da subito ci fa assaggiare cosa conterrà questo disco: un hard rock solido e potente, che può contare su maschie partiture, sugli ottimi ed incisivi riff di Blackmore, che fa sembrare i tempi di Stormbringer lontanissimi, sulle melodie vocali di Ronnie James Dio, con la sua solita voce graffiante ma anche molto melodica e tecnica, e sulla sezione ritmica che imposta un mid-tempo insieme pesante e rilassato. C’è ben poco da dire, per il resto: abbiamo una canzone immaginifica e fantastica, che sia per qualità che per importanza non può che essere contenuta in qualsiasi ideale classifica dei pezzi hard rock più belli degli anni ’70. Self Portrait, che arriva di seguito, è un brano più calmo e rilassato del precedente, con un forte flavour blues nei giri di chitarra, ma che  in ogni caso si rivela anche molto incisivo, grazie anche alla buonissima costruzione melodica e all’ottima intensità emotiva presente nel mood generale. Strutturalmente, il pezzo si rivela inoltre molto semplice, la classica forma canzone, ma nonostante ciò, e pur non rivelandosi all’altezza della precedente (missione quasi impossibile), è comunque una piccola e rifulgente gemma di rock duro. Dopo un breve intro potente, Black Sheep of the Family, cover della progressive rock band Quatermass, vira su una falsariga rockeggiante e quasi scherzosa, anche grazie ai lead di Blackmore sparsi qui e là, alternando rapidamente le veloci strofe e i ritornelli più corali e pieni e mantenendo ossessivamente lo stesso riff di base, ma senza annoiare, anche grazie alla brevissima durata (poco più di tre minuti); il risultato è un pezzo divertente e che riesce a coinvolgere in maniera eccelsa. Dopo un terzetto di canzoni elettriche, giunge la struggente ballata Catch the Rainbow, che sopra ad una dolce e lenta sezione ritmica presenta delle delicate melodie di chitarra e soprattutto una prestazione sopra le righe di Dio, qui veramente meraviglioso nella sua interpretazione, dolcissima nelle soffuse strofe ed intensa e trascinante dell’accoppiata bridge/ritornelli, i quali sono solo leggermente più energici del resto e presentano anche un forte retrogusto progressivo, dato anche dalle tastiere con sonorità paragonabile a quello dei gruppi di tale genere del periodo. Ottimi anche i due assoli (quello centrale e quello posto in coda), blueseggianti, semplici ma che riescono a comunicare tantissime emozioni, ciliegina sulla torta del brano certo migliore del disco insieme alla opener.
Compresa tra due dei pezzi da novanta dell’album arriva Snake Charmer, canzone dotata stavolta anche più che con un gusto funky, e che proprio questo perde un po’ in efficacia, con le strofe che riescono a coinvolgere meno che in passato; a risollevarla situazione ci pensa però una buona dinamicità di fondo e le prestazioni eccellenti di tutti i musicisti, che riescono a renderla, seppur sia l’anello debole del disco, comunque un episodio anche più che discreto. Si volta decisamente pagina con The Temple of the King, altra canzone senza traccia di chitarre distorte ma che non potrebbe essere più diversa da Catch the Rainbow, colpa soprattutto del suo essere molto più ritmata ed intensa della precedente e del presentare un’atmosfera senza pathos e praticamente indescrivibile a parole, serena e solare, con giusto un velo di malinconia in sottofondo, che viene fuori solo nel bell’assolo centrale, ancora una volta molto blues-oriented. Degni di menzione sono anche i ritornelli, con il loro flavour prepotentemente folk rock, dato anche dal sottofondo di mandolini, a coronamento di una traccia tanto semplice quanto meravigliosa. Si torna all’hard rock con If You Don’t Like Rock ‘n’ Roll, brevissima traccia (poco più di due minuti e mezzo di durata) che alterna rapidamente strofe e ritornelli, tutti accomunati dalle ritmiche ondeggianti e tipicamente rock ‘n’ roll, arricchite anche dai suoni del pianoforte che le da un sapore anche più vintage ed è anche autore di un bell’assolo centrale. Il risultato di tutti questi elementi è una canzone probabilmente un gradino sotto a quelle che ha intorno, ma che comunque risulta ugualmente godibilissima. La successiva Sixteenth Century Greensleeves è un episodio con un riffage portante piuttosto pesante e dall’atmosfere solenne e quasi evocativa (data soprattutto dagli onnipresenti lead di Blackmore), che quasi sfora nell’heavy metal allora ancora in fase di incubazione, seppur sia anche piuttosto distesa. La band si dimostra inoltre molto abile a mescolare queste due componenti, ed il risultato è un equilibrio che funziona alla perfezione, donandoci un’altra canzone di qualità altissima. In coda, giunge la seconda cover del lotto, Still I’m Sad dei The Yardbirds resa in versione strumentale, una lunga cavalcata in cui sopra ad una sezione ritmica incalzante la chitarra di Blackmore è l’assoluta protagonista, esprimendosi in un lunghissimo e vorticoso assolo che si protrae praticamente per gli interi quattro minuti della durata. Messa così, sembrerebbe quasi un outro per il disco, ma in realtà è una closer track ottima proprio grazie al lunghissimo lead, che la rende piacevolissima ed in ultima analisi un finale perfettamente azzeccato per un disco simile.
A dispetto di quanto detto fin’ora, l’esordio dei Rainbow non è comunque il loro masterpiece assoluto, in quanto Rising è ad un livello ben superiore (ed il confronto con l’inarrivabile successore ha forse pesato un po’ sul voto); nonostante questo, comunque, Ritchie Blackmore’s Rainbow rimane un grandissimo classico, nonché un capolavoro di un hard rock ormai scomparso, che si può solo rimpiangere. Per questo, se siete fan di questo sound insieme pesante e suadente, non potete non possedere quest’album: se non l’avete ancora fatto, perciò, catturate anche voi l’arcobaleno!
Voto: 92/100
Mattia
Tracklist:
  1. Man on the Silver Mountain – 04:37
  2. Self Portrait – 03:12
  3. Black Sheep of the Family – 03:19
  4. Catch the Rainbow – 06:36
  5. Snake Charmer – 04:30
  6. The Temple of the King – 04:42
  7. If You Don’t Like Rock ‘n’ Roll – 02:36
  8. Sixteenth Century Greensleeves – 03:29
  9. Still I’m Sad – 03:53
Durata totale: 36:54
Lineup:
  • Ronnie James Dio – voce
  • Ritchie Blackmore – chitarra
  • Mickey Lee Soule – pianoforte, mellotron, organo, clavicembalo
  • Craig Gruber – basso
  • Gary Driscoll – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: hard rock classico
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Rainbow

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