Black Majesty – Silent Company (2005)

Come è ben noto, nella seconda metà degli anni ’90 il power metal europeo esplose enormemente in popolarità, guadagnando consensi in ogni parte del mondo: negli anni successivi, come è normale in casi del genere, iniziarono a sorgere band anche negli angoli del mondo apparentemente più improbabili. Non stupisce quindi il fatto che nel 2001 a Melbourne, in Australia, nascesse una band dalle sonorità tipicamente europee, i Black Majesty. Il loro sound è difatti un power metal che nelle ritmiche si rifà al power tedesco meno speed-oriented, riprendendo però gran parte delle soluzioni  melodiche ed anche delle atmosfere di quello proveniente dai paesi scandinavi, creando un ibrido con al suo interno parecchi cliché ma che riesce, nelle abili mani del gruppo, a risultare comunque piuttosto efficace. Ad ogni modo, la band esordisce sulla lunga distanza con Sands of Time del 2003; due anni dopo arriva il disco della conferma, Silent Company (quello di cui parliamo qui), in cui si esprimono  appunto nel suddetto genere. Il disco è inoltre corredato da una buona produzione, più fascinosa e meno banale di quello di tanti colleghi, in cui le chitarre sono rese al meglio, risultando affilate come rasoi, mentre le tastiere sono lasciate più in sottofondo rispetto ad altri, ma ciò è un valore aggiunto, visto che così la loro funzione è più limitata all’atmosfera che ad altro e di conseguenza non abbiamo troppi inutili svolazzi. Il risultato di tutto ciò è un disco forse non epocale, ma che come vedremo tra un attimo è comunque di una qualità abbastanza alta, decisamente superiore a quella di tante uscite odierne sulle stesse coordinate stilistiche ma ben più banali e mosce.
Si parte con un breve preludio di lead di chitarra vorticosi, poi la Dragon Reborn vera e propria si avvia rapida con delle strofe tipicamente power, con melodie al limite dello stereotipo ma che comunque fanno il loro, non risultando banali o noiose; il meglio sono però quelle aperture che fanno capolino a tratti, quasi dei ritornelli se non fosse per la lunghezza, che sono inizialmente più incalzanti poi invece melodicissime, dal mood quasi epico ed al tempo stesso in cui si respira un forte pathos. Ottima anche la lunga parte solistica centrale, ciliegina sulla torta di una opener che nonostante sia lunga sei minuti è comunque di fattura buona e forse anche più. Dopo un attacco piuttosto potente, parte quindi la titletrack Silent Company, che può contare su grandiose melodie, sia da parte delle chitarre soliste che da parte del singer John “Gio” Cavaliere e dei cori, il tutto appoggiato su una base ritmica solida e ben costruita; le strofe sono inoltre incalzanti ma anche immaginifiche, pregne di pathos, e l’apoteosi giunge coi chorus, intensissimi dal punto di vista sentimentale e che si lasciano cantare a squarciagola. Ottima ancora una volta la sezione centrale, che presenta una prima metà piena di assoli ma anche molto musicale, a cui segue un interludio soffuso con le sole tastiere oltre alla voce, un momento  quasi celestiale prima che la canzone riprenda il suo corso principale e poi si concluda, risultando col senno di poi in assoluto la migliore del disco, una piccola e rifulgente gemma di power metal moderno. Dopo due pezzi movimentati, si tira il fiato con Six Ribbons, cover di una canzone di Jon English e Mark Millo realizzata per la serie televisiva australiana “Against the Wind” che inizialmente è molto aderente alla dolce ballata folk originale (con tanto di duetto tra Cavaliere e la soave voce di Susie Goritchan, che continuerà anche nei cori lungo tutta la canzone), staccandosene però quando le potenti chitarre ritmiche fanno il loro ingresso, potenziando anche di più il malinconico mood generale. La conseguenza di tutto ciò è una canzone emozionalmente imponente, e che risulta per questo anch’essa nel carnet degli episodi migliori del platter. Si torna a qualcosa di più tradizionalmente power con Firestorm, composizione non troppo rapida che presenta un riffage ancora turbinoso e piuttosto potente, su cui a tratti escono fuori delle ossessive parti in lead di chitarra, in special modo nei durante i refrain, nei quali esce fuori più esplicitamente il velo malinconico che in ogni caso avvolge l’intera canzone. Per il resto, c’è poco da dire: abbiamo del classico power metal nella classica forma canzone, con le classiche melodie del genere, ma che nonostante questo risulta comunque abbastanza efficace, nulla di epocale ma comunque molto godibile.
Dopo una parte iniziale che lascia pensare ad un pezzo piuttosto evocativo, quasi da “fantasy metal”, parte invece New Horizons, più energica ed addirittura con qualche influenza dal moderno thrash/groove metal, presentando inoltre un mood quasi d’attesa che ci accompagna fino all’apoteosi dei bellissimi refrain, parte migliore della canzone, nei quali l’atmosfera ancora una volta vagamente malinconica esce fuori prepotentemente, rendendoli colmi di un pathos sincero ed intenso, a coronamento dell’ennesima ottima canzone del lotto. Se fin’ora il disco è stato di alta qualità, da qui in poi la caratura si abbassa, seppur di poco, e la prima a risentirne è Darkened Room, traccia che vive sull’alternanza tra momenti elettrici e potenti, in alcuni momenti anche aggressivi seppur a tratti (come ad esempio nei ritornelli) risultino invece potenti dal punto di vista sentimentale, ed aperture melodiche in cui la distorsione sparisce e dominano le chitarre acustiche. Il risultato è una canzone abbastanza oscura e particolare, quasi triste, magari non al livello delle migliori del disco ma comunque un piacevole diversivo, specie in un periodo come quello odierno in cui il power si assomiglia tutto. Un preludio con un assolo di chitarra che ricorda quasi i Blind Guardian, poi Visionary prende strade più melodiche, con strofe punteggiate di cori e dal mood vagamente epico che sfociano nei chorus, ancora una volta punto di forza della song insieme all’ottima parte solistica centrale. Dall’altra parte, la canzone stecca un po’ nell’incisività, non riuscendo per questo a rimanere in mente come le altre: è questo l’unico difetto di un brano che risulta comunque ben più che decente. Arriva poi Never Surrender, canzone piena di cliché ma che al tempo stesso risulta piacevole grazie ad un mood davvero particolare, che può sembrare superficialmente happy ma che in realtà è ancora parecchio triste e negativo, grazie anche al tappeto sinfonico di tastiere, che qui intraprende un lavoro oscuro e quasi inudibile, ma lo stesso importantissimo. La traccia si sviluppa inoltre in maniera molto semplice, alternando linearmente strofe e ritornelli; l’unica rottura di questa norma si ha nella parte centrale, leggermente più cupa e melodica del resto, nella quale si ha pure una frazione di assoli ancora una volta di alto valore, a coronare un’altra buona song. La “canzone lunga” di rito finale, A Better Way to Die, comincia con un rullo quasi militare del batterista Pavel Konvalinka (che poi si ripresenterà anche nel corso del brano), a cui segue un bel duello del tandem di chitarristi Steve Janevski/Hanny Mohammed; il pezzo prosegue quindi incalzante e piuttosto mutevole per buona parte della sua durata, seppur una certa linearità di sottofondo anche forte vi sia sempre, tra un passaggio e l’altro. Il tutto è inoltre quasi sempre ben scritto e ben arrangiato, i momenti di noia sono molto rari, e l’evoluzione è appassionante; il risultato è una breve suite finale che riesce a coinvolgere bene, mettendo l’adeguata parola fine a questo album.
Alla fine dei giochi, non abbiamo perciò un capolavoro, ma in ogni caso un disco onestissimo e decisamente godibile, che pur presentando molti cliché non è stucchevole, essendo indubbia l’abilità della band nel maneggiare gli stereotipi per costruire qualcosa di  interessante. Se siete amanti del power metal, perciò, Silent Company è un disco che fa per voi: se possedete già i capolavori del genere e volete trovare qualcosa di nuovo, alternativo ai grandi nomi ma comunque di qualità, vi è perciò altamente consigliato.
Voto: 82/100

Mattia
Tracklist:
  1. Dragon Reborn – 06:03
  2. Silent Company – 04:26
  3. Six Ribbons – 03:20
  4. Firestorm – 05:25
  5. New Horizons – 05:26
  6. Darkened Room – 05:11
  7. Visionary – 04:44
  8. Never Surrender – 04:34
  9. A Better Way to Die – 07:35
Durata totale: 46:44

Lineup:
  • John “Gio” Cavaliere – voce
  • Steve Janevski – chitarra
  • Hanny Mohammed – chitarra
  • Pavel Konvalinka – batteria
  • Endel Rivers – tastiera (guest)
  • Evan Harris – basso (guest)
Genere: power metal
Sottogenere: melodic power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Black Majesty

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