Hecate – Ultima Specie (2013)

Personalmente, non sono un gran fanatico del genere brutal death metal: seppur infatti io apprezzi varie band di spicco di questo stile, quali Suffocation, Devourment, Cryptopsy e Nile, dall’altra parte stimo molto poco una fetta del genere, composta in special modo da gruppi di estrazione piuttosto recente. Gli appartenenti a questa “corrente” non hanno nel loro sound l’influsso “technical” ma si esprimono egualmente in un numero notevole di cambi di ritmo e di temi musicali: ciò, unita alla loro generale mancanza del talento che contraddistingue le band storiche, fa si che la violenza che potrebbero esprimere viene del tutto smorzata, e le loro canzoni divengono alle mie orecchie nient’altro che ridicole. Far di tutta l’erba un fascio tuttavia è sempre sbagliato, come anche in questo caso: esistono difatti pure ensemble che riescono a rileggere il genere in maniera efficace, e il gruppo di cui parliamo in questa recensione, gli Hecate, sono proprio tra essi. Nel loro esordio discografico, l’EP Ultima Specie, il gruppo si produce infatti in un brutal death con qualche sparuta influenza groove e soprattutto forti suggestioni grindcore che si esprime in canzoni brevi e ben scritte, senza assoli e senza troppe variazioni, il che appunto rende la proposta del gruppo estremamente focalizzata e pesante. Il tutto è inoltre corredato da testi scarsamente comprensibili, visto il cantato estremo del frontman Cristian, ma in lingua italiana (scelta apprezzabile), rabbiosi ed in molti casi anche trattanti temi sociali, diversamente da quanto si potrebbe pensare dall’artwork, truce e sanguinolento come da tradizione primigenia del genere. Prima di cominciare con la disamina dei brani, una parola lo merita anche la produzione: l’aiuto della label alle spalle della band, la Revalve Records, ha pagato, il suono del disco è pienamente professionale e rende le ritmiche taglienti come rasoi, risultando certo ben superiore di quelle di tanti altri EP e demo d’esordio.
Si comincia con Anneliese, preludio di giusto trenta secondi che contiene le distorte ed effettate registrazioni originali di Anneliese Michel, la donna tedesca presunta indemoniata la cui storia ha ispirato il film “L’esorcismo di Emily Rose”: il risultato è un’introduzione dal mood estremamente inquietante. La opener vera e propria, Ultima Specie, irrompe quindi quasi all’improvviso con un attacco poderoso, che porta ad un pezzo sin da subito brutale e compatto, dotato di un muro sonoro potentissimo e di ritmi estremi, con parti in blast beat che si alternano ad altre più cadenzate ma lo stesso dannatamente energiche. La canzone va inoltre rapidissimamente al punto, le varie sezioni si sviluppano lungo il suo minuto e mezzo di durata senza un momento di pausa, per una canzone varia ma con una forte falsariga di sottofondo, e che pur forse risultando, col senno di poi, quella di fattura minore dell’album, è una title-track coi fiocchi. Una breve rullata e poi Senza Pietà si avvia con un riffage splendidamente selvaggio su un ritmo terzinato rapido ma non estremo, il quale rallenta per i ritornelli, che si rivelano però lo stesso altrettanto possenti e malvagi; il tutto è valorizzato ancor di più dalla prestazione di Cristian, qui eccezionale sia nel basso growl che nel ferale scream, e dell’ottima sezione ritmica, composta dal bassista Ivan, che riesce a donare al sound del gruppo un groove notevole non solo in questo caso, e dal solidissimo drummer Marco, che ha dalla sua un ottimo bagaglio tecnico ed una mirabile velocità di esecuzione. Degna di lode è anche la seconda metà del brano, ancor più lenta inizialmente ma egualmente efferata, prima che un finale retto dal D-beat e ancor più core-oriented che altrove giunga a concludere uno degli episodi migliori dell’intero lotto. Dopo un breve preludio più rallentato, la successiva Raza Odiada parte quindi col piede ben fermo sull’acceleratore e con una struttura ritmica frenetica, per rallentare nuovamente solo per i chorus, che risultano la parte più incisiva della canzone; degna di menzione è anche la sezione centrale, persino più rabbiosa del resto ed introdotta da una bel mini-assolo di Marco, per un episodio forse ancora un pelo sotto la media del disco, ma comunque ben più che buono.
Indignati è un brano incalzante al massimo e con il riffage del chitarrista Eliano che riesce ad esprimere una sensazione di illimitata potenza, grazie anche alle velocità di nuovo serratissime che si fanno più distese solo nei refrain, quasi calmi se non fosse per il mood furibondo che vi si respira, dato anche dall’ossessiva ripetizione della parola “rispetto”. La song, inoltre, pur presentando una struttura non troppo intricata, attraversa comunque momenti variegati, i quali rendono il tutto ancor più interessante; degno di nota pure il breve testo ecologista, contribuente anch’esso ad un altro pezzo eccellente. Un’introduzione strana, con un mood di attesa che fa forse immaginare qualcosa di nuovamente spinto in velocità, poi parte invece Bestia Quieta, traccia che si muove per quasi tutta la propria durata sul mid tempo ma non risulta per questo smorzata rispetto alle altre, grazie ad un rifferama dannatamente energico e strisciante e ad un mood malato e lugubre ai massimi termini. Da questa norma esce fuori solo la parte centrale, più rapida ed incalzante ma che non perde il cupo feeling del resto, ed aiuta la canzone ad essere di caratura ancor più elevata. Si torna a correre con Il Buio, una brevissima sfuriata deathgrind che senza darci un momento di respiro inizia subito sparata al massimo e non diminuisce di intensità fino alla fine del suo minuto e quaranta di durata, regalando giusto qualche momento più ritmicamente contenuto ma egualmente devastante quanto un pugno in faccia. Si segnala qui l’incastro di riff, che per quanto possibile hanno una buona evoluzione e risultano perfettamente scritti, ciliegina sulla torta di un altro brano di alta qualità. Un intro dominato per gran parte di blast beat e di ritmiche potenti introduce la closer track Infame, la quale poi inizialmente si muove quasi sulla stessa falsariga, con ritmiche serrate e pesanti come un macigno che però trovano sfogo nei ritornelli, meno intensi seppur sempre carichi; da qui, la canzone passa per una sezione anche più vorticosa del resto, in cui il lavoro di Eliano alle sei corde e della sezione ritmica è nuovamente pregevole. Questa frazione si alterna quindi con momenti più rallentati ed in cui la velocità è sopperita da un’atmosfera estremamente catacombale e lugubre, espressa dai grandiosi e mastodontici riff; tale sezione inizia infine a rallentare sempre più, fino quasi a fermarsi, prima che un’ultima esplosione di brutalità chiuda questi diciannove minuti di puro massacro sonoro.
Ultima Specie è perciò un ottimo EP, solidissimo e violento al punto giusto, suonato con buona competenza e senza praticamente nessuno di quei difetti che affliggono le band brutal death metal odierne citati a inizio recensione. Gli Hecate  sono insomma una band con buonissime qualità ed idee più che chiare, e se in futuro riusciranno a proporsi ancora su questo alto livello, non potranno che divenire un’istituzione nella scena death metal tricolore. In attesa che il tempo ce ne dia una conferma, però, invito comunque tutti gli appassionati della branca più brutale del death metal a recuperare questo mini album: vedrete che non ve ne pentirete!
Voto: 78/100 (massimo per gli EP: 80)

Mattia
Tracklist:
  1. Anneliese – 00:29 
  2. Ultima Specie – 01:37 
  3. Senza Pieta – 02:45 
  4. Raza Odiada – 02:23 
  5. Indignati – 02:32 
  6. Bestia Quieta – 03:54 
  7. Il Buio – 01:42 
  8. Infame – 03:33
Durata totale: 18:55

Lineup:
  • Cristian – voce
  • Eliano – chitarra
  • Ivan – basso
  • Marco – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: deathgrind/brutal death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Hecate

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