Crowbar – Equilibrium (2000)

Parlare dei Crowbar è, senza alcun dubbio, parlare della storia dello sludge metal. Dopo precursori degli anni ’80 quali Dream Death e Sacrilege, con i loro esperimenti per ibridare thrash e doom metal, il gruppo guidato dal barbuto Kirk Windsteinè stato infatti quello che ha dato stabilito la norma del sound “made in Louisiana” che fonde doom ed hardcore punk, insieme a Eyehategod ed Acid Bath. In ogni caso, dopo quattro album grandiosi, il gruppo nel 1998 pubblico Odd Fellows Rest, episodio che si confermava su altissimi livelli. Dopo la sua pubblicazione, tuttavia, il batterista Jimmy Bower lasciò la band, dando inizio ad una instabilità all’interno della lineup che culminerà, due anni dopo, nell’espulsione del bassista fondatore, Todd Strange, subito dopo le incisioni del sesto album del gruppo, Equilibrium. Come è ovvio che sia, quest’ultimo risentì del clima non troppo sereno in cui venne alla luce: come vedremo tra poco, infatti, abbiamo un album di qualità buona, ma lontano anni luce dagli illustri predecessori. A causare ciò vi è da un lato la discontinuità qualitativa dell’album, con ottime canzoni che si alternano con altre meno brillanti, e dall’altro vi è anche un’omogeneità molto forte, con pochi episodi che spiccano e tanti che sono invece un po’ anonimi. A condizionare la buona riuscita del disco, seppur in maniera leggera, vi è inoltre una produzione meno buona di quella del predecessore, dai suoni più rimbombanti e che sembra quasi frettolosa: è una caratteristica, questa, che si ritrova, oltre che nell’album come già detto, anche nell’artwork, e il tutto non fa così che confermare la suddetta essenza “a due marce” del disco.
Senza preludi di sorta, il disco si avvia subito con il riff portante di Feel the Burning Sun, potente e grasso come da buona tradizione dello sludge e dei Crowbar in particolare, la quale comincia da subito ad alternare strofe pesanti e cariche a ritornelli più melodici e dal pathos intenso. Questa struttura si mantiene per tutta la canzone, e viene sovvertita solo per la strisciante e lentissima parte strumentale centrale, che poi accelera con l’ingresso in scena nuovamente della raspante voce di Windstein, preludio alla breve ripresa e quindi alla conclusione di una opener di qualità. La seguente Equilibrium è una song ritmicamente più lenta ma nelle strofe anche più intensa della precedente, grazie ad un riffage vorticoso e dannatamente efficace, nel quale spuntano però delle grandi e lentissime aperture, che spezzettano un po’ la traccia per poi prendere il sopravvento nella lunga seconda frazione, con una lentezza esasperante e catacombale e che per giunta rallenta sempre di più; in questa parte, abbiamo lunghi tratti anche molto incisivi, ma pure qualche momento più statico e meno coinvolgente, che rendono la title-track buona ma non eccelsa. Glass Full of Liquid Pain, che arriva a  questo punto, è un altro brano dall’incedere mastodontico, per nulla rapida, ma che grazie ad un feeling intensamente depresso e triste e ad ottime trame ritmiche, influenzate dal doom classico ed in piccola parte anche dallo stoner (per quanto sia lo stesso comunque pienamente sludge) riesce comunque a risultare migliore della precedente. Il pezzo si sviluppa inoltre in maniera estremamente lineare, con poche variazioni lungo tutta la sua durata e senza nemmeno la solita struttura canzone ma riesce lo stesso a non annoiare, per merito di quanto appena detto e pure di un songwriting anche più convincente che altrove. Arriva poi Command of Myself, song piena di parti effettate allo scopo di creare un flavour fortemente psichedelico, ma non per questo meno cupa del resto, con anzi un’atmosfera decadente che si rivela ben presente ad ogni nota, e che si sviluppa ancora una volta a bassi ritmi, per accelerare solo in occasione dei potenti ritornelli. Degna di nota anche la parte strumentale finale, breve ma ottima, e che valorizza ancor di più l’intera canzone, aiutandola a superare la media del disco. Si torna ad un pochino di dinamicità con Down into the Rotting Earth, che ha dalla sua l’ennesimo riffage di tutto rispetto ma che nonostante ciò non si distingue poi tanto all’interno del disco, scorrendo via si molto piacevolmente ma senza impressionare, nonostante una discreta atmosfera oscura. L’unica parte veramente memorabile è la seconda, prima aggressiva e potente e poi doomy ed in cui Windstein riesce ad essere anche inaspettatamente intenso sentimentalmente su una base di ritmiche potenti eppure ricercate, che divengono sempre più melodiche man mano che il pezzo va avanti e concludano ottimamente un episodio a due facce. Dopo questa serie di tracce tirate ed elettriche, arriva To Touch the Hand of God, brano soffuso e senza alcun elemento metallico, dominata invece com’è da un funereo pianoforte e dall’effetto pioggia in sottofondo, oltre che dalla voce raddoppiata ed echeggiata da un Windstein tanto dolce da non sembrare quasi lui, che la rende ancor più particolare nel flavour, qui indescrivibile a parole. La canzone si muove su queste coordinate per praticamente tutti i suoi cinque minuti di durata, presentando giusto una variazione in qualche effetto e qualche feedback, ma nonostante questo non stanca, rivelandosi anzi per la sua atmosfera addirittura uno dei componimenti migliori nel presente disco.
Dopo qualche voce iniziale, parte Uncoveringuna progressione ossessiva scandita dai colpi sul rullante di Sid Montz (la cui prestazione piuttosto variegata e competente in questa canzone è tra l’altro lodevole), quasi un blast-beat con un effetto rallentatore spinto all’estremo, che poi confluisce in quella che è la parte principale della composizione, un vortice di riff potenti ed anche abbastanza diversi tra loro, per quanto incastrati perfettamente. Degna di nota anche la prestazione di Windstein, così urlata che l’ascoltatore riesce quasi a percepire in gola un po’ del suo dolore alle corde vocali; degna anche la parte finale, più cadenzata ma che risulta lo stesso estremamente energica, per un pezzo magari non epocale ma comunque di caratura piuttosto elevata. Il riffage principale della seguente Buried Once Again presenta di nuovo molte influenze stoner e risulta anche incisivo ai massimi termini, nonostante l’estremo effetto psicotropo che riesce a generare, aiutato anche dal cantato filtrato ed effettato. Ogni passaggio riesce inoltre a coinvolgere che è una meraviglia, avvolgendo l’ascoltatore in una tempesta calma ma pervasiva di note che risulta esaltante; per il resto il brano è ancora una volta piuttosto semplice, composto com’è da strofe, ritornelli ed anche da una bella parte centrale che come da norma di quest’album non presenta assoli ma solo potenti ritmiche, ciliegina sulla torta dell’episodio in assoluto migliore all’interno del disco, pur con la sua peculiarità. Giunge poi Things You Can’t Understand, canzone classicamente “Crowbar” nelle ritmiche, nel feeling prepotentemente negativo e nello sviluppo, il che forse è proprio il suo punto debole, spiccando essa meno rispetto a tante altre tracce nel disco. Nonostante questo, però, il songwriting è comunque di livello più che accettabile e tocca momenti anche molto buoni (tipo, nuovamente l’ossessiva sezione centrale), e l’incastro di riff in un modo o nell’altro funziona: abbiamo perciò un nuovo pezzo che pur non essendo niente di che si lascia comunque ascoltare con piacere. La vera traccia “filler” arriva adesso: Euphoria Minus One ha quasi un riff da heavy metal classico declinato in chiave sludge che inizialmente sembra quasi slegato dalla batteria, la quale sembra quasi andare da se; la song poi torna su un binario meno bislacco, ma egualmente non riesce a trascinare, a causa delle suddette ritmiche, pesanti ma inefficaci; i ritornelli sono invece mediamente coinvolgenti, ma purtroppo non tirano su di molto una canzone che col senno di poi si rivela scollata ed in ultima analisi l’unica insufficiente del disco. Dopo un lungo preludio di chitarre echeggiate e di suoni sintetici, parte la lenta ballata elettrica Dream Weaver, cover di Gary Wright che pur essendo lontanissima dal synth pop dell’originale ne conserva in parte le suggestioni, avendo dalla sua un’atmosfera oscura ma anche liberatoria e quasi trionfante, il che insieme alla relativa armoniosità degli arrangiamenti la rende una vera e propria mosca bianca all’interno del disco. Malgrado tutto ciò, il brano è comunque appassionante e riesce ad incidere il giusto, e dopo cinque minuti sembra mettere una parola fine particolare ma bella sul disco. Sembra, appunto, perché dopo tre minuti di totale silenzio improvvisamente si avvia una drogata e folle reinterpretazione a cappella di In-A-Gadda-Da-Vidadegli Iron Butterfly, ghost track che, essa si, mette poi fine definitivamente all’album.
Come già detto, Equilibrium è un album di buona qualità ma che non impressiona, e sparisce a confronto dei picchi della carriera dei Crowbar. Per questo motivo, se siete a caccia dei capolavori dello sludge metal, non è questo il disco che fa per voi; se tuttavia  vi accontentate anche di un lavoro godibile e senza alcuna pretesa, allora potrebbe fare anche al caso vostro, specialmente se siete fanatici: a voi la decisione.
Voto: 75/100


Mattia

Tracklist:

  1. Feel the Burning Sun – 03:37
  2. Equilibrium – 04:41
  3. Glass Full of Liquid Pain – 03:28
  4. Command of Myself – 03:16
  5. Down into the Rotting Earth – 05:16
  6. To Touch the Hand of God – 05:07
  7. Uncovering – 04:21
  8. Buried Once Again – 04:05
  9. Things You Can’t Undestand – 03:29
  10. Euphoria Minus One – 03:25
  11. Dream Weaver – 05:53
Durata totale: 46:38
Lineup:
  • Kirk Windstein – voce e chitarra
  • Sammy Pierre Duet – chitarra
  • Todd Strange – basso
  • Sid Montz – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: sludge metal

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