Exhorder – Slaughter in the Vatican (1990)

1990: esce Cowboys from Hell dei Pantera, album che rompe totalmente col passato di classico hard’n’heavy del gruppo e gli fa conseguire sin da subito un successo eclatante. Ad oggi, quasi un quarto di secolo dopo, sono in molti ad osannare il “secondo esordio” dell’act dei fratelli Abbott come un classico del genere, nonché il disco che crea il genere groove metal praticamente dal nulla; esiste tuttavia anche un nutrito gruppo di detrattori per i quali l’ensemble non avrebbe inventato niente, e la vera paternità del genere si dovrebbe ad un’altra band del sud degli Stati Uniti, gli Exhorder di New Orleans, i quali tra l’altro ne sarebbero interpreti ben migliori. Come spesso accade in questi casi, la verità sta probabilmente nel mezzo: se è vero che i Pantera conoscevano la formazione della Lousiana e viceversa, e probabilmente essi si sono influenzati a vicenda, gli stili che i due gruppi esprimevano erano però molto diversi. L’esempio più rifulgente di ciò è l’esordio degli Exhorder nonché il disco in questione della recensione, il blasfemo Slaughter in the Vatican, anch’esso del ’90: in  esso, la band si esprime in un genere che da un lato ha un suono piuttosto pesante ed innovativo per l’epoca, dal piglio groove, ma dall’altro ha ancora fortissime radici nel thrash metal degli anni ’80 influenzato da Slayer, Testament ed Exodus, componente di gran lunga maggioritaria del sound della band, il quale risulta quindi ancora molto legato al metal del decennio precedente. Prova migliore di ciò è il fatto che nel 1992, mentre i Pantera raggiungevano un riconoscimento ancor più grande a livello mondiale con Vulgar Display of Power, preparando la strada alla conversione di tante ex-thrash metal band al groove ed alla nascita di tanti nuovi nomi storici del genere, il gruppo di New Orleans si sciolse subito dopo la pubblicazione del secondo album, The Law, per mancanza di seguito, probabilmente proprio a causa del suo “risultare datato”. Un vero peccato, in ogni caso: Slaughter in the Vatican è infatti, come vedremo tra poco, un disco grandioso, che non ha nulla da invidiare ai migliori episodi discografici dell’act texano,  e a distanza di tanti anni è divenuto a ragione un vero e proprio classico. Prima di cominciare, però, qualche parola la merita anche la copertina: molto dettagliata e ben fatta, con tutto il fascino degli anni ’80, è inoltre un’ottima introduzione alle sonorità aggressive del disco, nonché ai suoi contenuti lirici spesso feroci e blasfemi.
Dopo un minuto di intro di synth e rumori dall’appeal decisamente fantascientifico, la opener Death in Vain si avvia cadenzata e molto potente, coi riff che già sono un’eccellente anticipazione del sound in bilico tra il thrash ed il groove espresso dal gruppo. E’ questo però un’ulteriore preludio, perché la canzone vera e propria spinge quindi con rabbia il piede sull’acceleratore, divenendo piuttosto violenta grazie alle aperture anche più rapide e a tratti in blast beat che si aprono ed alla voce di Kyle Thomas, simile a quella di Phil Anselmo ma più roca e più da vecchia scuola del thrash; lo sviluppo è inoltre parecchio complesso, molti riff si alternano tra loro incastrandosi però in maniera ottimale. Da notare è anche la sezione centrale, più “contenuta” ma egualmente potente e che guadagna nel feeling malato, quasi da death metal a tratti, mantenendosi a lungo prima che una nuova sventagliata torni a chiudere un’eccellente opener, già da subito manifesto perfetto dello stile del gruppo. La seguente Homicide si avvia come un treno in corsa e travolge tutto con la frenetica serie di riff spezzaossa che avvolge l’ascoltatore sin dai primi attimi, trascinandolo in un headbanging furioso, e si perpetua sia nelle strofe che nelle parti più rallentate ed oscureggianti, se possibile anche più incisive delle altre all’interno della composizione. E’ più o meno tutto qui: abbiamo una piccola scheggia impazzita di qualità assoluta, tra i pezzi migliori dell’album. Dopo un paio di brani estremi dal punto di vista dei ritmi, si tira per un attimo il fiato con Desecrator, che dopo l’intro ondeggiante e cupo, dominato dal basso, entra nel vivo con un riffage strisciante e dal feeling prepotentemente malvagio, fatto confermato anche dal cantato piuttosto rabbioso di Thomas. La canzone sembra dover rimanere su queste coordinate stilistiche per tutta la propria durata, ma poi all’improvviso giunge una fuga in skank beat, che da il via alla più dinamica seconda sezione, nella quale si cominciano ad alternare riff e passaggi strumentali in rapida serie senza il minimo respiro. Quest’ultima parte, pur presentando momenti di valore assoluto, è forse un po’ eterogenea ed anche un po’ lunga (in totale la traccia dura oltre sei minuti), il che rende il tutto qualitativamente inferiore a ciò che ha intorno; nonostante ciò, però, abbiamo comunque una canzone molto buona, che di sicuro per qualità può far invidia a tante band thrash della nuova ondata. Come la precedente si era conclusa, così Exhorder si avvia vorticosa e movimentata, con le ritmiche  che dopo la parte  introduttiva si stabilizzano su qualcosa di estremamente incisivo, che si mantiene per tutte le strofe rendendole dannatamente potenti  e si alterna con diversi passaggi più convulsi e rapidi. Questi ultimi ci conducono alla seconda sezione della traccia, serratissima nelle ritmiche e nella quale, tra le frazioni in cui si  ripete convulsamente il nome della band trova anche posto un bell’assolo, prima che la terza e conclusiva frazione, più thrash-oriented del resto e che va avanti a lungo in maniera quasi del tutto strumentale, metta fine ad un altro grande episodio  … o almeno sembra, perché dopo un attimo di pausa improvvisamente esplode un blast beat spinto (nel quale si mette in evidenza anche più che altrove il compattissimo batterista Chris Nail, tra l’altro) che conduce la traccia alla sua vera fine nella maniera più distruttiva possibile.
In contrasto col finale della precedente, The Tragic Period inizia con dei soffusi rumori su cui appare un altrettanto soffice arpeggio di chitarra acustica. Se a questo punto si può pensare ad una semi-ballad si è fuori strada perché dopo una pausa le chitarre distorte esplodono, ma il pezzo inizialmente è comunque più melodico e contenuto degli altri, retto com’è da un mid tempo rapido su cui si staglia un riffage thrashy relativamente tranquillo; quest’ultimo ad un tratto inizia però ad appesantirsi pian piano, finché dopo due minuti e mezzo la canzone entra veramente nel suo vivo. Questo è più animato ed energico della prima parte, proseguendo sullo skank beat e cominciando un’evoluzione che alterna diversi riff in rapida serie: torniamo sullo stile tipico degli Exhorder, insomma, anche se rispetto al solito vi sono più pause rallentate, nelle quali si percepisce  addirittura un certo pathos, ovviamente assente nelle distruttive frazioni pestate, ed anche qualche influenza death in più rispetto al solito. Il tutto è comunque un affresco ben congegnato e con pochissimi momenti morti, nonostante i sette minuti di durata, e pur non essendo forse al livello dei migliori episodi del disco risulta comunque buonissimo. Un breve intro d’atmosfera, poi parte il riconoscibilissimo riffage di Legions of Death, che presenta in tutti i suoi passaggi un flavour più classicamente thrash che altrove (pur rimanendo comunque al cento percento all’interno degli stilemi della band), apoteosi del lavoro comunque notabile in tutto l’album del duo d’asce Jay Ceravolo/Vinnie LaBella; esso incornicia una progressione notevole, quasi evocativa nel suo incedere e che solo raramente indugia in brevi momenti più tirati, in cui questo alone si perde leggermente pur guadagnando in violenza sonora. L’unica eccezione a questa norma è la parte centrale, relativamente lunga e molto rapida, ma che comunque non stona all’interno della canzone, donandole anzi una variazione in più ed aiutandola ancor più ad essere una delle migliori mai prodotte in generale dal gruppo. Rispetto alla movimenta calma del pezzo precedente, Anal Lust parte subito sparata al massimo della velocità, senza rallentare se non per qualche interludio e qualche pausa che non serve ad altro che a lanciare la fuga successiva, presentando per il resto un riffage sempre energico ai massimi termini e più orientato al groove degli altri nella sua esaltante potenza. La sezione centrale è invece più contenuta ma egualmente pesante come una montagna, e va a coronare la traccia che conclude questo uno-due da K.O., sicuramente la coppia migliore dell’album. Siamo agli sgoccioli: Slaughter in the Vatican viene introdotta da una preghiera cantilenante in solitaria che poi lascia spazio alle crude ma lente ritmiche, quasi un ulteriore preludio prima che la parte principale della title track parta con la sua solita carica inarrestabile.  Da qui, momenti più tirati e potenti e parti più contenute e dal mood oscuro, con qualche passaggio con anche un lieve retrogusto sabbathiano, si alternano in serie senza soluzione di continuità, inframezzate anche da momenti di carattere a metà tra le due parti. Notabile qui anche più che altrove è il songwriting, impostato in modo che ogni passaggio, anche quelli di caratura non eccelsa, abbia comunque un senso e risulti più che godibile, il che rende anche questa canzone di alta caratura, per quanto anche più lunga e complessa che in passato. Così, dopo sei minuti di massacro sonoro, con un arpeggio sinistro (e l’inquietante pianto di un bambino) la canzone termina, mettendo fine in maniera più che degna anche al disco a cui da il nome.
Abbiamo insomma un lavoro a metà tra due mondi, ma che diversamente da tanti prodotti del genere non solo non scontenterà i fan di entrambi le parti, ma ha anzi le potenzialità per renderli felici entrambi. Slaughter in the Vatican degli Exhorder è insomma uno di quegli capolavori da avere ad ogni costo, se ci si professa anche solo amanti del thrash e del metal estremo in generale. Non ci sono scusanti, perciò: buy or die… in vain!
Voto: 96/100

Mattia

Tracklist:

  1. Death in Vain – 05:35
  2. Homicide – 03:14
  3. Desecrator – 06:09
  4. Exhorder – 05:13
  5. The Tragic Period – 07:08
  6. Legions of Death – 04:33
  7. Anal Lust – 02:36
  8. Slaughter in the Vatican – 07:18
Durata totale: 41:46
Lineup:
  • Kyle Thomas – voce
  • Jay Ceravolo – chitarra e basso
  • Vinnie LaBella – chitarra e basso
  • Chris Nail – batteria
Genere: thrash/groove metal

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2 risposte

  1. Unknown ha detto:

    Mattia hai Recensito questo Mostruoso e poco conosciuto album in modo a dir poco impeccabile!I pantera di Anselmo &co devono molto agli Exhorder…senza nulla togliere ai pantera,all'originale e innovativo stile dello scomparso Darrel,e al carisma di Phil amo dire che non gli hanno \”rubato\” il Groove e lo stile,ma che sono stati fortemente ispirati da loro. Anche se a loro volta gli Exhorder sono stati fortemente ispirati dagli Slayer e dai Black Sabbath.In molti pezzi soprattutto live \”l'urlato\” di Kyke Thomas somiglia tantissimo a quello Di Tom Araya.Cosi come le Chitarre sono anch'esse ispirate allo stile tanto veloce quanto caotico di Kerry King. Continua a recensire \”perle\” simili! Leggerti è' un..Groove ��

  2. Mattia Loroni ha detto:

    Hai ragione su tutta la linea, per quanto riguarda le influenze degli Exhorder. In ogni caso, sono molto contento che la recensione ti sia piaciuta, grazie mille per il commento ^_^ . E scusa per il ritardo della risposta – avrei voluto farlo prima, ma blogger mi ha dato problemi per riuscire anche solo a visualizzare il commento 🙂 .

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