Dimmu Borgir – Puritanical Euphoric Misanthropia (2001)

Per chi ha fretta:
I norvegesi Dimmu Borgir sono da sempre un gruppo controverso, con un folto stuolo di detrattori che spesso li accusano di essere troppo mainstream. Ciò può essere vero per le ultime uscite del gruppo, ma fino all’inizio degli anni duemila il gruppo era interessante e per nulla commerciale, come dimostra Puritanical Euphoric Misanthropia (2001). Si tratta di un album complesso e labirintico, con canzoni tortuose e lunghe di media sopra ai sei minuti, certo non facili da ascoltare, grazie ai tanti influssi. Questa complessità viene gestita quasi sempre bene: solo in certi frangenti i norvegesi tendono a strafare, per il resto la scrittura è di alto livello. L’album può inoltre beneficiare di una produzione ottima, lontana da quella tipica del black ma adatta con la sua pulizia, e del lavoro di una vera orchestra a sostituire le tipiche tastiere sinfoniche. Il risultato è un album ben curato e realizzato, con tante canzoni di alto livello – su cui spiccano pezzi come IndoctriNation, The Maelstrom Mephisto e Sympozium. In conclusione, Puritanical Euphoric Misanthropia è un lavoro di ottimo livello, che farà felice chi non ha pregiudizi di sorta verso il black metal sinfonico. 

La recensione completa:
I gruppi di grande fama, almeno in ambito metal, si possono suddividere in due categorie: vi sono i gruppi riconosciuti da tutti (o quasi) i fan, e quelli che invece creano un forte contrasto tra sostenitori e detrattori, dividendo il pubblico più o meno a metà. A quest’ultimo raggruppamento appartengono senza alcun dubbio anche i Dimmu Borgir: molti li avversano, specie tra gli hardcore fan del black metal, secondo cui le sonorità sinfoniche del gruppo sarebbero troppo mainstream e troppo melodiche, fino ad arrivare all’affermazione per cui esse addirittura non sarebbero veramente appartenenti al genere black. Se queste critiche in parte possono valere per le ultime discutibili uscite dei norvegesi, fino agli inizi degli anni 2000 ciò che essi suonavano presentava spunti di assoluto interesse: esempio più lampante è il disco di cui parliamo qui, Puritanical Euphoric Misanthropia. Proseguendo in maniera ancor più spinta sul sentiero tracciato dal precedente Spiritual Black Dimension (1999) nonostante l’ampia rivoluzione avvenuta nei due anni intercorsi, il disco risultava ancor più pieno di variazioni e di contrasti del predecessore, rivelandosi per questo estremamente complesso e labirintico, grazie anche alle canzoni che a smentita delle accuse di “commercialità” sono di lunghezza media superiore a sei minuti e tanto variegate e piene di influenze che la band sfiora in certi momenti addirittura lidi progressive. Ciò in certi frangenti risulta anche un difetto, con l’ensemble che tende a strafare; in generale però, questa caratteristica non da troppo fastidio, e come vedremo tra poco rende anzi il disco di alta qualità, nel suo complesso. A contribuire a questo risultato è presente anche una produzione che per quanto sia ben poco da black metal risulta comunque ottima, nel suo essere chirurgica ed estremamente accurata; sulla stessa linea si pone anche il fatto che per la propria in carriera la componente sinfonica della band sia stata incisa da un’orchestra vera, invece che imitata dalle tastiere, il che sicuramente da una marcia in più al suono espresso qui dentro.

L’intro di rito, Fear and Wonder, è un lungo affresco di sola musica sinfonica dal flavour cupo ma al tempo stesso sognante, che introduce perciò al meglio la complessità di emozioni che è il platter; le sue melodie intense e romantiche, che si fanno sempre più intense man mano che i minuti vanno avanti la fanno risultare inoltre ben più che un solo preludio, rendendola un pezzo già degno di considerazione. Quando questo tipo di calma sembra dover continuare ancora a lungo, improvvisamente esso si spegne per un attimo, per poi riaccendersi; subito dopo, con uno stacco imperioso, giunge di colpo la tempesta della opener Blessings Upon the Throne of Tyranny, che da subito si indirizza su un martellante e rapidissimo blast beat  su cui entra in scena un riff potentissimo e vagamente thrashy. Da qui comincia una lunga e variabile progressione che vede momenti più tirati e senza fronzoli, come appunto quello iniziale (che poi tornerà a farsi sentire in seguito) e tratti invece più riflessivi, in cui accanto alle pressanti ritmiche dominano anche i suoni della tastiera di Mustis e dell’orchestra; degna di nota, tra quest’ultimi, l’apertura centrale, tanto oscura ed opprimente quanto immaginifica, che insieme ad una prestazione subito formidabile del nuovo drummer Nicholas Barker, sono gli elementi migliori di una ottima opener. Dopo una pausa di suoni sintetizzati tanto soffusa quanto minacciosa, Kings of the Carnival Creation improvvisamente deflagra con sventagliate di riff non troppo rapide ma estremamente oscure e potenti, per poi partire per una rapidissima fuga in blast, aggressiva ma anche con una certa intensità sentimentale; da qui il pezzo comincia ad alternare le due frazioni finché non arriva un interludio soffice, preludio alla seconda metà, più costante e la cui velocità non eccessiva permette la creazione di un’atmosfera lugubre, data anche dal cantato variegato di Shagrat e di giri sinfonici abbastanza particolari. Terminata questa sezione, la prima parte torna a farsi strada, anche se stavolta è meno estremizzata e più melodica della precedente, e si mantiene per un tratto per poi tornare ad evolversi, con l’apparizione di un’apertura liberatoria e che quasi spazza via l’oscurità del resto, con la sua liricità e la novità della voce eterea del bassista Vortex che spunta fuori. E’ solo uno squarcio di sole, però, perché poi il buio torna a farsi largo nel sempre più vorticoso e serrato finale, ancora una volta vario e che porta a termine una canzone con qualche passaggio meno efficace ed una lunghezza forse eccessiva, ma che comunque risulta ancora di caratura certo non bassa. La successiva Hybrid Stigmata – The Apostasy è introdotta dal dissonante fraseggio sinfonico che ne costituisce uno dei temi principali, sul quale subito entrano in scena pesanti e fredde chitarre, per un effetto oscuro ma anche d’attesa. La parte principale ha invece inizialmente un riff più melodico e che pur essendo black a tutti gli effetti ha anche un certo pathos in se, pur non perdendo per questo in energia o in aggressività, mentre nella sua seconda parte le sonorità sinfoniche tornano al dominio assoluto, con le chitarre che si pongono in secondo piano. Come già sperimentato, inoltre, il brano vede diverse variazioni ed aperture, lungo la sua durata; tra esse, notabile quella centrale, lunga e che diventa sempre meno aggressiva, finché non arriviamo ad una sezione sognante ed in qualche modo dolce, dominata ancora dall’orchestra e dalla voce pulita di Vortex, punto più armonioso di una canzone che poi riprende la propria via e si conclude praticamente come era iniziata, risultando nel complesso un altro pezzo di livello. Giunge poi Architecture of a Genocidal Nature, che si avvia ancora una volta senza nessuna introduzione, presentando inizialmente un riffage nuovamente di retrogusto thrash che ritorna (più volte nel corso della canzone, alternandosi con le lunghe sezioni meno aggressive e più atmosferiche che fanno capolino di tanto in tanto. Queste ultime presentano un mood malato e lugubre, a tratti sottolineato da ulteriori aperture anche più soffuse ed affidate ai suoni sinfonici ed alle tastiere, a tratti invece più nascoste sotto le potentissime ritmiche di Silenoz; il tutto è inoltre ancora inquadrato in una struttura ancora una volta piuttosto complessa e che forse proprio per questo fa risultare questa canzone più che buona ma sicuramente meno incisiva  del resto.
Dei campionamenti e dei suoni elettronici introducono Puritania, proseguendo poi nella parte centrale insieme a dissonanti sventagliate sinfoniche e ad una sezione ritmica puramente industrial metal, alla quale si conformano anche le chitarre e la voce di Shagrat, sempre in scream ma filtrata ed effettata. Il risultato è un po’ particolare: se presa infatti come pezzo a se, questa potrebbe anche essere una buonissima canzone, in virtù di una buona potenza e di una struttura semplice e catturante, ma all’interno di un album del genere stona abbastanza, risultando perciò qualcosa di riuscito a metà. Si torna a qualcosa di più black metal con l’attacco furibondo di IndoctriNation, tagliente come una motosega e che travolge tutto senza ritegno, propagandosi a lungo possente e senza tappeto sinfonico, interrotto giusto da qualche interludio più melodico, almeno per la prima parte; nella seconda invece la melodia prende il sopravvento, ed abbiamo una progressione sempre meno potente fino all’apertura centrale, che presenta un campionamento da solo sopra alle orchestrazione. Da qui si riparte, e momenti più mood-oriented  cominciano ad alternarsi con quelli più tempestosi, finché dopo un oscuro ma soffuso interludio non arriva il gran finale, cadenzato e potente, che mette la parola fine su uno dei pezzi in assoluto migliori del disco. Una rapida rullata, e The Maelstrom Mephisto si avvia a piena velocità, senza conoscere il minimo respiro per tutta la sua prima parte, la quale alterna in rapida serie riff potenti e frazioni meno rapide ma egualmente rabbiose, in cui nuovamente nessuno spazio trova la sinfonia. Quest’ultima fa il suo rientro in scena solo con la frazione centrale,dal feeling quasi ansioso ed intenso, giusto un’apertura prima che il vortice (o meglio il maelstrom) di note torni ad esplodere e vada a concludere un pezzo breve (meno di cinque minuti, contro la media di sei-sette dell’album) ma eccellente. La seguente Absolute Sole Right parte ancor più convulsa del finale della precedente, per poi assestarsi però su qualcosa di più lento e che, pur perdendo di pesantezza, ne guadagna in compenso in oscurità, grazie ad un riffage strisciante ed energico, che a tratti si velocizza, con l’apparizione di frazione con influssi thrash e death, mantenendo però in tutti i suoi passaggi un’alta competenza nel suo songwriting. In tutto ciò trova spazio anche, nella seconda metà,  il tappeto sinfonico, qui in un dualismo ancor più efficace che altrove con la parte metallica del sound del gruppo e che origina un’oscurità estremamente densa ed impenetrabile, valorizzando ancor di più l’ennesimo pezzo di qualità della serie. Dopo tante canzone che si avviavano d’impatto, in Sympozium l’orchestra è invece protagonista sin da subito, e si produce in un giro malato ed oscuro ma melodico, che crea un contrasto estremamente coinvolgente con la durezza dei riff; il tutto inoltre, come da buona norma del disco, si evolve pian piano, incanalandosi in dei momenti più vorticosi e retti dal blast beat, che però non fanno perdere niente all’atmosfera potentissima della canzone, grazie anche alle armonizzazioni quasi maideniane che escono fuori a tratti, accentuando ancor di più il contrasto. Degno di menzione anche lo stacco centrale, quasi evocativo nella sua progressione che parte con la sola batteria insieme all’orchestra e poi lentamente si potenzia, con l’entrata in scena della voce pulita di Vortex e delle chitarre, fino al nuovo esplodere della parte principale, che conclude in bellezza il brano probabilmente migliore in assoluto del disco, una piccola gemma di tutto il genere black metal sinfonico. Siamo agli sgoccioli: a concludere l’album è chiamato un lungo outro strumentale Perfection or Vanity, brano  scandito dal lento e semplice ritmo della batteria di Barker e dominato dai giri degli archi, che relegano al sottofondo l’elemento metallico stavolta presente. Il risultato è un pezzo di pura atmosfera molto immaginifico, che fa quasi vedere in mente degli ideali titoli di coda del disco se si chiudono gli occhi, e va avanti molto a lungo sempre uguale ma senza stancare, dando al disco un finale assolutamente degno. Nella versione in mio possesso dell’album è presente anche una traccia bonus, la cover di Burn in Hell dei Twisted Sister, tratta dal classico della band hard ‘n’ heavy, Stay Hungry. Se la scelta può sembrare bizzarra, la rilettura della band è però magistrale: abbiamo un pezzo con ritmiche abbastanza fedeli all’originale seppur estremizzate, su cui il profondo scream di Shagrat non stona, ma anzi da un tocco di feralità di più al tutto; azzecatissimo anche il controcoro di Vortex nel ritornello, per una canzone che pur dipartendosi un po’ dallo stile del gruppo (se non altro per la totale assenza di elementi sinfonici) è comunque un‘eccellente cover.
Abbiamo insomma un disco un po’ discontinuo ed eterogeneo e che per questo non è un capolavoro,  ma risulta comunque di qualità assoluta, grazie alle sue atmosfere cangianti e particolari e dal songwriting convincente espresso dal gruppo. Ovviamente, c’è anche da dire che siete fanatici del black metal più tradizionale, il consiglio più logico è di evitare questo album, come del resto tutta la discografia dei Dimmu Borgir; se tuttavia non avete di questi preconcetti forti, e riuscite ad apprezzare anche qualcosa di diverso ogni tanto, allora degnate Puritanical Euphorical Misanthropia almeno di un ascolto, e potreste anche trovarci qualcosa che fa molto bene al caso vostro.
Voto: 85/100

Mattia

Tracklist:

  1. Fear and Wonder (Intro) – 02:47
  2. Blessings upon the Throne of Tyranny – 05:18
  3. Kings of the Carnival Creation – 07:48
  4. Hybrid Stigmata – The Apostasy – 06:58
  5. Architecture of a Genocidal Nature – 06:08
  6. Puritania – 04:42
  7. IndoctriNation – 05:57
  8. The Maelstrom Mephisto – 05:13
  9. Absolute Sole Right – 06:57
  10. Sympozium – 06:25
  11. Perfection or Vanity – 03:36
  12. Burn in Hell (bonus track) – 05:05
Durata totale: 01:02:44
Lineup:
  • Shagrath – voce
  • Galder – chitarra solista
  • Silenoz – chitarra ritmica
  • Mustis – tastiere
  • Vortex – basso
  • Nicholas Barker – Batteria
Genere: symphonic black metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento