Tethra – Drown into the Sea of Life (2013)

Nel mondo dell’arte, come del resto in ogni altra forma in cui la vita umana si esprime, l’acqua ha avuto un ruolo di assoluto spicco, e non poteva essere altrimenti: non solo essa è l’elemento in assoluto più indispensabile per la nostra esistenza, ma ricopre anche quasi i tre quarti della superficie del nostro pianeta. Proprio i mari e gli oceani sono quelli che di più hanno stuzzicato la mente degli artisti, ed il metal non è immune a ciò: esistono persino band come Ahabe Giant Squid che nella loro carriera hanno avuto il mare al centro della totalità delle loro liriche, mentre un gran numero di gruppi hanno dedicato alle stesse tematiche almeno qualche canzone, o un intero disco. E’ quest’ultimo il caso della band in questione, i Tethra: si formano nel 2008 a Milano dall’unione di alcuni musicisti già con una certa esperienza principalmente in gruppi death metal (su tutti, spiccano il chitarrista e fondatoreBelfagor, già con gli Horrid, ed il cantante Clode, in passato con Coram Lethee Gory Blister), e dopo i buoni riscontri di critica ricevuti con l’EP At the Gates of Doom (2010), esordiscono sulla lunga distanza con un disco ambizioso, Drown into the Sea of Life, un concept in cui il tema della morte, ben presente anche nel mini precedente, contrasta con quello dell’acqua, generatrice di vita, con ogni testo che ha almeno una componente, tematica ma anche sonora in certi casi, legata a fiumi, mari, ed in generale al mondo acquatico. Se la situazione lirica è insomma molto affascinante, la band riesce a coinvolgere pure a livello stilistico, proponendo un genere molto intrigante e relativamente originale: la base è un death/doom metal “evoluto”, dalle atmosfere ricercate, influenzato da gruppi quali My Dying Bride e Paradise Lost, che vive spesso aperture più melodiche ed in cui Clode passa dal growl ad una profonda voce pulita; lo spunto di interesse maggiore sono però le atmosfere che la band riesce a generare, le quali oscillano continuamente tra la decadenza e la drammaticità del gothic/doom sviluppato dai suddetti gruppi inglesi e addirittura l’epic doom di gruppi come Candlemass e Solstice, ma senza abbracciare completamente nessuno dei due stili, mantenendo anzi un equilibrio perfetto tra le varie componenti. Dall’altra parte, il disco non è esente da qualche difetto: per esempio, la prestazione del drummer Miky sembra troppo semplice e poco lavorata, qualche stacco più complicato in più non avrebbe fatto altro che valorizzare il disco; inoltre, il suono generale dell’album, pur non essendo affatto scadente, poteva essere comunque migliorato, specie nelle chitarre, troppo secche, e nel suono piuttosto approssimativo della batteria. Sono difetti non troppo importanti, comunque: la band è capace di sfruttare piuttosto bene gli stilemi di cui abbiamo appena parlato, ed è riuscita ad utilizzarli per creare, come vedremo tra pochissimo, qualcosa di decisamente valido.
Come il nome stesso suggerisce, The Great Fall (intro) è un preludio, che consta di suoni di un temporale a cui poi si aggiunge un arpeggio di chitarra tanto semplice quanto cupo, che accompagna brevemente l’ascoltatore introducendolo al meglio nelle atmosfere dell’album.  Dopo un po’ la chitarra rallenta e si spegne; un attimo di pausa, quindi entra in scena la voce soffusa di Clode, bassa ed intensa, ulteriore preludio insieme al basso diGiuseppe per la vera opener, Sense of the Night, che di lì a poco esplode in tutta la sua potenza. Sin da subito la canzone si stabilizza su un rapido ed energico mid tempo che man mano si evolve moltissimo, mantenendo però una forte falsariga di sottofondo, e si fa a tratti più vorticoso ed aggressivo, grazie anche al growl che domina per gran parte della durata. In questa processione lunga ben sette minuti, alcune frazioni risultano anche ottime, incisive sia strumentalmente che nel mood; ve ne sono altre, tuttavia, che forse peccano un po’ dal punto di vista del dinamismo, come per esempio quelli che possono essere visti come i ritornelli, non spiacevoli ma forse un po’ statici, ed il risultato è un brano più che discreto, ma che col senno di poi risulta l’episodio minore dell’intero disco. Il vero spettacolo comincia con Drifting Islands: una breve e cupa introduzione ritmica introduce un pezzo lento ma dal riffage molto solido, che riesce a generare un feeling potentissimo e dall’epicità decadente. Questo mood si propaga anche nelle strofe, meno incisive ritmicamente ma egualmente intense, e che presentano il profondo salmodiare di Clode, le quali si alternano alle parti ritmiche e ai momenti dei “refrain”, cupi ma anche, in qualche modo, eterei. Ad interrompere questo avvicendamento ci pensa la cupa parte centrale, contraddistinta dal cupo growl del singer e dalla complessità dei riff di Belfagor, i quali però stavolta si incastrano molto bene tra loro, in un affresco eterogeneo ma che nel complesso funziona a meraviglia; torna quindi a fare il suo corso la falsariga principale, ma solo per poco , prima che una terza parte,  ancor più evocativa del resto con le sue ritmiche e i suoi assoli puramente epic doom, entri in scena e spegnendosi vada a concludere come meglio non si potrebbe un grande pezzo. La successiva Vortex of Void è più rapida degli episodi che ha intorno (per quanto la velocità sia lontana dai picchi del metal estremo), e consta in un comparto ritmico che passa da momenti potenti e più death-oriented ad altre frazioni melodiche e addirittura che presentano un lieve retrogusto orientaleggiante. Il complesso tende ad evolversi rapidamente, seppur stavolta invece di tanti riff diversi ne abbiamo in pratica uno solo che intraprende un gran numero di “variazioni sul tema”, il che rende la canzone molto compatta ed omogenea, fatto confermato anche dai vocalizzi qui esclusivamente di tipo harsh. Il tutto è corredato di una scrittura competente e di un grande impatto, che si propaga per tutta la composizione attenuandosi di molto solo nei corti stacchi in cui il muro sonoro si apre, dando il giusto respiro al suo serrato avanzamento, per un brano breve ma che comunque risulta tra quelli che più spiccano nel disco.
Un intro di chitarre dal sapore malinconico, poi Drown into the Sea of Life si avvia mantenendo tale carica sentimentale, affiancandole però un grande flavour epico che rende l’atmosfera generale oscura ed intensissima, indescrivibile a parole; non c’è solo questo, però, c’è anche un songwriting anche migliore che altrove, che riesce a creare una progressione inarrestabile, senza un solo momento morto nei suoi oltre otto minuti, nonostante le lunghe divagazioni strumentali, e che presenta anzi momenti potentissimi e da assoluta estasi metallica, complessi pur nella loro apparente semplicità. E’ più o meno tutto qui: questa title-track è eccezionale, certo l’episodio migliore dell’intero lotto, una piccola perla di death doom insieme epico e gotico, che da sola fa meritare l’acquisto dell’album. Giunge ora The Underworld, breve interludio con solo il suono di onde e la voce echeggiata e quasi inudibile di Clode, che non serve ad altro che a far riposare l’ascoltatore dopo l’esaltante title-track; si torna al doom con Ocean of Dark Creation, il cui attacco, molto incisivo, confluisce però in una frazione in 6/8 più riflessiva e melodica, dominata dal basso di Giuseppe ed in cui presto arrivano anche i vocalizzi di Clode in coro con Tytania (proveniente dai Sidhe come il drummer Miky); tali sezioni cominciano ad alternarsi  con parti sullo stesso tempo ma potenti e caratterizzate da un growl malefico, per quanto il feeling generato sia più di tristezza e malinconia che di rabbia. Ottima anche la vorticosa parte centrale, più rapida ed energica del resto, ed in cui le atmosfere tragiche che dominano in tutta la canzone si accostano all’epicità già sentita altrove in quel connubio strano ma piacevole che è il punto di forza assoluto del disco, a coronamento di una traccia che poi torna alla sua parte principale e si conclude dopo sette minuti, rivelandosi il pezzo più gothic-oriented del lotto nonché uno dei migliori. Ancora  dei suoni dal carattere “nautico”, quindi Ode to an Hanged Man si avvia piuttosto lenta; è questo però un falso preludio, perché poi ha luogo una prepotente sterzata su un mid tempo incalzante e dai toni death/doom, che esprime un’oscurità intensa ma in qualche modo tranquilla, calda, avvolgente, punto di forza della song insieme all’eccellente ricerca melodica, che si esprime in riff incisivi ed in melodie di facile accesso, come per esempio il ritornello che definirei catchy (almeno relativamente al genere di appartenenza) seppur tutto in growl! Il brano presenta inoltre alcune variazioni al suo interno, anche se in misura minore rispetto al passato, ma nonostante questo comunque non annoia, rivelandosi anzi di ottima fattura. Siamo agli sgoccioli (in tutti i sensi, visto il tema del disco): introdotta da un semplice pattern di Miky, a cui si aggiunge poi la chitarra di Belfagor, End of the River esplode quindi con un riff spezzettato e particolare, che comincia subito una progressione trascinante e si rivela superbo in ogni suo passaggio, che si trovi da solo, accompagni il growl di Clode nelle strofe, insieme possentemente oscure e liberatorie, oppure sostenga in maniera i ritornelli in cui il frontman fa ancora coppia con Tytania, puramente gothic nel loro intenso pathos. La frazione centrale è invece più death oriented e malvagia, pur non perdendo un certo fondo emozionale, e ci conduce, attraverso vari passaggi strumentali molto coinvolgenti, prima alla ripresa della parte principale, poi al gran finale, più lento e solenne, in cui Clode salmodia parole molto immaginifiche ed infine, dopo  sette minuti e mezzo da urlo, alla conclusione dell’album nel migliore dei modi
Nonostante qualche spigolo ancora da levigare, abbiamo insomma un disco relativamente originale che si pone giusto un gradino sotto il livello di capolavoro, rivelandosi lo stesso un piccolo gioiellino del suo genere e fotografando una band già con idee chiare e che pur con margini di miglioramento, ha già dei mezzi all’altezza. Nel mio piccolo sono convinto, anche per questi motivi, che il prossimo disco a firma Tethra potrà surclassare questo; nella speranza di avere ragione, aspettando che sia il tempo a rivelarlo, non posso fare altro che consigliarvi Drown into the Sea of Life: se siete appassionati di questo tipo di sonorità, è una delle uscite degli ultimi anni a cui dovete dare, se non altro, almeno un ascolto!
Voto: 86/100 
Mattia
Tracklist:
  1. The Great Fall (intro) – 01:30 
  2. Sense of the Night – 05:58 
  3. Drifting Islands – 07:10 
  4. Vortex of Void – 05:36 
  5. Drown into the Sea of Life – 08:06
  6. The Underworld – 01:37 
  7. Ocean of Dark Creation – 07:10 
  8. Ode to a Hanged Man – 05:01 
  9. End of the River – 07:23 
Durata totale: 49:31
Lineup:
  • Clode – voce 
  • Belfagor – chitarra
  • Giuseppe – basso
  • Miky – batteria
Genere: death/doom metal

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