Wotan – Carmina Barbarica (2004)

Esterofilia: una brutta malattia che affligge tanti, troppi, metallari italiani. Inutile negarlo, molti di noi sono pronti senza indugio ad esaltare qualsiasi tendenza provenga dall’estero, ignorando invece persino l’esistenza di band seppur grandiose che abbiamo proprio qui, nel nostro paese. Un esempio? I Manowar, nonostante a mio avviso non incidano un disco degno del loro nome da The Triumph of Steel del 1992, hanno ancora un grandissimo seguito nel nostro paese (e non solo); parlando invece degli Wotancon le stesse persone, tuttavia, la maggior parte non saprà neppure di cosa stiamo parlando, seppur questa band si esprima su livelli che il gruppo di Joey De Maio e soci hanno superato solo nella prima metà degli anni ‘80. Comunque sia, l’ensemble si forma a Milano addirittura nel lontano 1988, ma negli anni successivi non riesce a pubblicare altro che un paio di demo, attraversando mille difficoltà ed uno scioglimento durato qualche anno a metà dei nineties: per l’esordio sulla lunga distanza, Carmina Barbarica, dovremo perciò aspettare solo il 2004. In esso, il gruppo propone un heavy metal epico, che presenta qualche striatura power ma senza perdere il suo stato di” truezza”, e la cui influenza principale, oltre a Manilla Road e Omen, sembrano essere proprio gli stessi Manowar: il suono espresso è difatti a metà tra la velocità del secondo periodo della band e la solennità del primo, impressione certo rinforzata dalla voce di Vanni Ceni, piuttosto particolare ma che può ricordare da lontano quella di Eric Adams. Prima di cominciare la disamina dei brani, qualche parola anche per la produzione: il sound è buono ma non è certo perfetto, come tante produzioni  erano già all’epoca; questo tuttavia è più un pregio che un difetto, questo disco infatti si rivela così caldo e veritiero da risultar molto più efficace di tante produzioni moderne, ormai troppo fredde e plasticose.
Senza alcun intro, con un potente vocalizzo di Ceni la opener Lord of the Wind si avvia subito rapida, presentando sin da subito un riffage potente ed estremamente efficace dal  vago retrogusto power, che si mantiene per tutte le strofe per poi rallentare sul mid tempo nei possenti ritornelli, retti da cori ed anche più evocativi del resto. Ottimo anche l’assolo centrale, per quanto corto, a coronamento di una opener immaginifica e che sin da subito si rivela di altissimo livello, pur nella sua semplicità e brevità. Dopo un intro di sapore medioevale, in cui Ceni è accompagnato dalle backing vocals di Nadia Laura e da quello che sembra un liuto, parte Under the Sign of Odin’s Ravens, un brano lento e dalla cadenza marziale scandita dal solidissimo batterista Lorenzo Giudici. Man mano che i minuti passano, il pezzo si fa sempre più epico e solenne pur mantenendo di base sempre la stessa struttura ritmica, la quale alterna le strofe dalle potenti ritmiche, i ritornelli semplici ma ancor più evocativi del resto grazie agli acuti di Ceni e le parti strumentali che le inframezzano, potenti e ben incastrate col resto, per un episodio che vola via veloce ma si rivela il migliore in assoluto del disco (seppur a pari merito con altri due, come vedremo di seguito). L’inizio dal retrogusto quasi doom della successiva Hussard de la Mort è una falsa premessa, perché poi la traccia esplode letteralmente (in questa, come in altre canzoni, vi è il timpano di Giudici che ha un suono particolarissimo, ultra echeggiato e con una potenza deflagrante) e spinge il piede sull’acceleratore, ma senza perdere una certa carica battagliera, andando avanti rapidamente per tutta la song e tirando il fiato solo per gli epici refrain, colmi di pathos ed arricchiti dai cori affidati a Deathmaster dei Doomsword. C’è poco altro di cui parlare, a parte un bell’assolo piuttosto vorticoso, ma nonostante questo abbiamo un altro episodio tanto semplice quanto di qualità. Ride of Templars, che giunge ora, presenta un altro intro lento e doomy, dal mood glorioso che si propaga anche quando la sezione ritmica entra in scena, portandovi quelle terzine tanto care a Steve Harris, seppur qui il sound sia poco maideniano e molto più da epic metal vero e proprio, riuscendo ad evocare molto bene la cavalcata al centro delle liriche. Tra le varie parti trovano posto inoltre degli  stacchi ritmici lenti, ma lo stesso molto incisivi; la lunga parte centrale è allo stesso modo più lenta e riflessiva, ma non perde comunque niente dell’atmosfera sprigionata dal disco, aggiungendovi anzi un bel carico di intensità sentimentale ed anche una marcia in più dal punto di vista strumentale, prima che la prima frazione torni a concludere in bellezza un pezzo che seppur spicchi meno di tanti altri, è comunque su livelli assoluti. E’ ora il turno di Innoxia (Vercingetorix), canzone più cadenzata e lenta di quelle che ha intorno, che punta tutto sulla sua epicità, qui resa eccezionalmente intensa grazie ad un gran numero di particolari musicali, alcuni dei quali sembrano nascosti ma in realtà sono importanti alla buona riuscita del tutto; il complesso è impostato inoltre ancora una volta in maniera molto semplice, con l’avvicendamento delle incalzanti strofe ai liberatori ritornelli, colmi di un feeling indescrivibile a parole, e che si possono solo gridare al cielo. Sembra che questa struttura debba propagarsi all’infinito, quando invece il brano si apre, e dopo una breve parte in cui dominano la batteria di Giudici e il basso di Salvatore Olivieri si avvia una parte più dinamica ma anche più maestosa e possente nel mood, ad accompagnare la sconfitta del grande condottiero Gallico protagonista del testo, il quale tra l’altro è particolarmente lodevole in questo caso; la parte principale torna poi a fare il suo corso, ancor più potente, e conclude il secondo dei tre episodi tra i quali è impossibile scegliere il migliore. La chitarra dal mood quasi nostalgico dell’ottimo Mario DeGiovanni è l’introduzione di Wrath of Nord, componimento piuttosto rapido ma che presenta lo stesso feeling, che però non ha nulla a che vedere con quella, pur analoga, evocata dal power nordico, bensì sia anzi declinata in maniera “virile”. Il punto di forza della canzone sono, comunque sia, ancora una volta i ritornelli, complessi eppure che si lasciano cantare con assoluto piacere, a coronazione dell’ennesimo brano ben scritto del lotto.
King of Crows (The Dream of Ronawby) presenta sin da subito il suo riff principale, molto particolare e che ricorda, seppur da lontano, gli stilemi dei Running Wild, anche se rispetto a questi ultimi abbiamo qualcosa di più lento e dall’atmosfera insieme solenne ed intensa dal punto di vista emotivo.  I punti d’eccellenza della canzone, in ogni caso, sono il comparto ritmico, che risulta semplice ma da urlo, i cori che ogni tanto fanno capolino e i vari lead della chitarra sparsi qua e là, tra i quali spicca quello al centro, molto ben fatto, il tutto ad impreziosire una traccia dalla struttura per nulla complicata ma che risulta un piccolo capolavoro, giusto un pelo sotto gli episodi migliori del disco. Un’altra introduzione lenta ed evocativa prelude a Stone Giants, veloce mid tempo che ha dalla sua un riffage potente e cori onnipresenti a generare ancora una volta un mood profondamente epico, il tutto a svilupparsi su una struttura in verità un pelino statica; sembra che il tutto debba continuare così quando improvvisamente entra in scena un’impetuosa accelerazione di gusto ancora piuttosto power-oriented con al suo interno un ottimo assolo, la quale trasforma una canzone “soltanto” godibile in un pezzo più che buono, che riesce a non sfigurare pur in un disco del genere. Black Conqueror, che segue, è una traccia che vive tutta sull’alternanza tra due parti: la prima, che le da il via, è marziale e cadenzata, e da quasi l’idea di una marcia di un esercito e presenta un’ atmosfera puramente epic metal; la seconda è invece più veloce e convulsa, ed evoca alla mente scenari di battaglia, in cui l’ordine e la calma vengono sostituiti dalla frenesia e dal caos. Queste due parti si incastrano molto bene, rafforzandosi a vicenda, e nonostante si ripetano alcune volte non annoiano affatto (grazie anche alla durata ridotta della song), coronando anzi l’ennesimo episodio più che ottimo del lotto. Arriva poi The Cave, che comincia col martellare della batteria su cui vi è un riff particolare di DeGiovanni, “zanzaresco” e che sembra quasi un normale riff speed metal di molto accelerato, dopodiché la traccia si avvia piuttosto lenta ed evocativa per la sua prima frazione, per poi tornare ad abbracciare il suddetto riff bizzarro. Da questo punto in poi queste due parti cominciano ad alternarsi con altre frazioni, che si mantengono tra il lento ed il mid tempo spinto, e sono tese tutte alla creazione, nuovamente, di un flavour combattivo; la canzone risulta però, per colpa di ciò, poco coesa ed anche non troppo efficace, rivelandosi  in ultima analisi probabilmente l’unico riempitivo del disco, seppur sia comunque ascoltabile. Dopo un intro per nulla rapido, sia nel ritmo che ad entrare nel vivo, si avvia quindi Thermopiles, una lentissima progressione battagliera che ha dalla sua un’atmosfera quasi irreale per l’epicità sprigionata, e delle ritmiche pesantissime, da pura estasi metallica, che si protraggono a lungo, interrompendosi  solo per la sezione centrale. Questa consta di un ritmo ancor più graduale impostato dalla sezione ritmica, su cui si stagliano un delicato quanto intenso arpeggio di chitarra ed una narrazione in greco, giusto un momento più riflessivo prima che il sound torni a rinforzarsi: dopo un piccolo interludio che riprende la parte centrale, abbiamo perciò un grandissimo assolo, estremamente intenso, che prelude la ripresa della parte centrale, ancor più maestosa. Mettiamoci pure dei ritornelli tanto semplici quanto coinvolgenti, ed un testo che ovviamente parla dell’impresa mortale dei trecento coraggiosi spartani al passo delle Termopili, ed abbiamo il brano migliore dell’intero album insieme a Under the Sign of Odin’s Ravens ed Innoxia, nonché una piccola gemma degna di essere ricordata negli annali dell’epic metal. La chiusura è quindi affidata a Iron Shadows, pezzo che recupera una certa velocità ma senza perdere di carica evocativa, e presenta strofe dal mood eroico corredate da un rifferama circolare e molto efficace; il tutto resta così a lungo, aprendosi soltanto nei chorus, meno aggressivi ritmicamente ma che guadagnano nel feeling, il quale qui è a metà tra epicità ed una certa malinconia di sottofondo. C’è poco da dire, per il resto: questa closer track è piuttosto semplice, ma nonostante questo è anche l’ennesimo pezzo dall’ottimo songwriting, e chiude più che degnamente un masterpiece assoluto.
Abbiamo insomma un prodotto di altissimo valore, da massimo dei voti se non fosse per un paio di episodi minori che ne abbassano la qualità media, senza ovviamente intaccare la bellezza del resto dei pezzi. Ricollegandoci a quanto detto all’inizio, perciò: se siete appassionati e volete un disco con maschie melodie ed atmosfere epiche, ma che non ha paura di spingere sull’acceleratore, lasciate perdere l’esterofilia, ed invece delle ultime uscite dei Manowar fate vostro Carmina Barbarica, e troverete una piccola ma rifulgente gemma di puro epic metal, che son sicuro non potrà assolutamente deludervi.
Voto: 95/100
Mattia

Tracklist:
  1. Lord of the Wind – 03:35
  2. Under the Sign of Odin’s Ravens – 05:00
  3. Hussard de la Mort – 03:09
  4. Ride of Templars – 05:22
  5. Innoxia (Vercingetorix) – 05:11
  6. Wrath of North – 03:42
  7. King of Crows (The Dream of Ronabwy) – 04:07
  8. Stone Giants – 04:36
  9. Black Conqueror – 03:36
  10. The Cave – 05:05
  11. Thermopiles – 06:40
  12. Iron Shadows – 04:08
Durata totale: 54:11
Lineup:
  • Vanni Ceni – voce
  • Mario DeGiovanni – chitarra
  • Salvatore Olivieri – basso
  • Lorenzo Giudici – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: epic metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento