H. Kristal – Empty (1997)

Un vecchio adagio, ripreso poi in tantissime occasioni e da tantissime persone, recita: “non si può essere ciò che non si è”. Come accade in molti di questi casi, sono parole che contengono molta saggezza: nessuno infatti dovrebbe atteggiarsi a qualcosa di diverso da quello che è, anche perché di solito i tentativi di farlo non hanno buon fine. E’ un po’ quello che successe alla band di cui parliamo qui, gli H. Kristal: nascono a Vicenza nei primi anni ’80, e nelle loro prime due prove discografiche, i demo Third Prophecy (1987) e No Where Road (1989) si propongono in un heavy metal piuttosto originale seppur influenzato da gruppi americani quali Queensrÿche, Savatage e soprattutto Fates Warning, dai quali ereditano anche le forti influenze progressive.  Queste ultime si fanno ancor più spiccate nel primo disco “ufficiale” del gruppo, 1981 (1992), ma gli stilemi U.S. power sono sempre ben presenti; il risultato è un album che ad oggi risulta di assoluto culto tra gli appassionati. Negli anni successivi, il progressive metal esplode a livello mondiale, ma non è più quello dalle origini, che ha ormai cessato di esistere: le sonorità più “classicheggianti” sono state infatti abbandonate anche dai gruppi che le hanno rese grandi ed i Dream Theater dominavano, col loro approccio più smaccatamente tecnico che già allora cominciava a creare tanti emuli, per buona parte non eccelsi come gli originali. Anche gli H. Kristal probabilmente risentirono del cambiamento dei tempi e cercarono di adeguarsi,  snaturando però il proprio sound: il successore di 1981, Empty (1997) presenta infatti un progressive metal  melodico piuttosto lontano da quanto fatto in passato, influenzato dalla stessa band di John Petrucci ma anche dalle sonorità più melodiche di gruppi quali Royal Hunt e Vanden Plas, che risulta però artificioso e poco incisivo, specie rispetto a quanto fatto in passato. Causa di ciò è la scarsa presenza di idee in esso, che genera composizioni che in generale non spiccano molto, con poca personalità, e melodie che non riescono a risultare efficaci, corredate tra l’altro dalla voce piuttosto anonima del cantante Bruno Carretta; il tutto genera un album moscio e che pur non risultando del tutto scadente, per merito di qualche pezzo notabile e delle capacità comunque buone della formazione, è comunque una trovata non molto riuscita.

Un diffuso synth seguito subito da un arpeggio di chitarra pulita dà il via alla opener Brake Your Mind, che comincia a questo punto a farsi più pesante ed intensa, fino ad esplodere con potenza metallica; arrivata a questo momento l’evoluzione si fa anche più rapida, con una parte lenta che si fa man mano più varia, mantenendo una vaga falsariga di sottofondo ma presentando a tratti l’entrata in scena di momenti che la interrompono, come quelli che sono considerabili i ritornelli o come l’accelerazione che appare brevemente al centro della canzone, seguita da una buona parte solistica, lunga ma molto apprezzabile; dopidché, è il turno del finale, emozionante ed intenso, sigillo di una traccia d’apertura comunque di valore. La seguente Man è introdotta da un riffage incalzante e dal flavour molto heavy metal classico, per quanto l’atmosfera progressiva sia comunque ben presente; tali ritmiche costituiscono la spina dorsale della prima parte della traccia, e sono interrotte solo da un interludio che contiene un bell’assolo. La seconda metà della composizione è invece più varia, e passa da momenti più delicati e lenti, che in certi casi presentano anche le chitarre acustiche, ad altri più tirati e potenti, i quali però in genere mantengono una struttura cadenzata, da puro prog; quest’ultima parte, dopo una prima frazione buonissima, è proprio il difetto della song, presentando troppe variazioni, alcuni anche ottime, ma altre che stonano col resto, il che rende questa parte scollata, e l’intera canzone riuscita a metà. Un breve interludio di cori di bambini, poi parte A Child, pezzo con una parte iniziale lenta e soffusa, in cui si mette in evidenza il comparto ritmico, con le esplosioni del basso di Moreno Natoldi e i tocchi funk del batterista Giovanni Angiolin; quindi, la traccia sembra spostarsi su coordinate più metal per poi tornare però a qualcosa di più technical-oriented. L’anima della canzone è proprio costituita dall’alternanza di parti più soffuse ed in molti casi tecniche, che esprimono  a tratti anche una forte carica sentimentale, specie quando la voce di Carretta (che si solleva dall’anonimato in questo frangente) è in scena, e momenti invece più pesanti e lineari. Il tutto si esprime in un gran numero di passaggi e di arrangiamenti, di cui alcuni anche molto piacevoli (come quelli dei refrain), ma altri che non riescono ad incidere, sembrano quasi buttati lì, ed il risultato sono quasi sei minuti che non lasciano una grande traccia nell’ascoltatore. Un intro molto ritmato ed interessante, seguito da una breve parte rapida, è il preludio alla Thinkingvera e propria, brano che invece si avvia con una parte lenta e con chitarre acustiche a condividere con le brevi incursioni di quelle distorte, a cui si alternano momenti più propriamente metal, i quali conservano comunque intanto il buon pathos generale; il tutto è inoltre punteggiato da frazioni di tecnicismi, ma che stavolta risultano ben inserite e non danno fastidio, rivelandosi anzi un valore in più per la canzone. Degna di nota anche la parte solistica posta subito prima del finale, molto buona con la sua velocità, ciliegina sulla torta di un brano che per quanto sia lungo sei minuti e mezzo non annoia, risultando anzi uno dei pezzi migliori nel disco, non un capolavoro ma qualcosa di molto ben godibile.
La title-track del disco comincia con dei suoni ambientali e dei lenti synth (che torneranno poi a concludere la canzone), su cui poi appare un lead di chitarra, anch’esso molto riflessivo; quest’ultimo  introduce finalmente la parte principale del brano, anch’essa per nulla rapida ed introspettiva.  Per quanto la traccia sia anche piuttosto carica dal punto di vista emotivo, ha il difetto di saper troppo di già sentito, con armonie che ricordano a tratti le già ascoltate A Child e Brake Your Mind;  nonostante questa criticità, Empty risulta comunque più che discreta, una song sempre molto contenuta e che punta all’emotività, arricchita inoltre anche da qualche passaggio ottimo, rivelandosi quindi in ultima analisi piacevole ma nulla di più, perfetta bandiera quindi dell’album a cui da il nome. Dopo uno degli episodi più melodici arriva quello in assoluto più tirato del disco, Open Your Eyes, energica sin dal riff iniziale, che confluisce nelle strofe, più tecniche e prog, seppur torni spesso a far capolino lungo il corso della traccia. Notabile anche la parte centrale, movimentata ma dominata dalle chitarre pulite, e che genera una bella atmosfera eterea, prima di ripartire anche più potente di prima, e riprendere poi l’evoluzione,  conducendoci attraverso un gran numero di passaggi che però in questo caso non annoiano, essendo comunque tutti molto efficaci sia per atmosfera che per potenza; lodabile è anche il testo “politicizzato”, cosa molto inusuale per il genere, a coronamento di una canzone varia ma ottima, che risulta probabilmente il miglior brano del lotto. L’ennesimo intro soffuso, dominato in questo caso dal basso e da lead delicati di chitarra, è il preludio a I Will Be There, componimento che da subito presenta un mood piuttosto disimpegnato, il quale però si capovolge totalmente quando fanno ingresso le strofe, anch’esse soffici e dominate invece da un intensità sentimentale discretamente potente, che prosegue anche nella progressione successiva, con alcune parti pesanti e con un retrogusto lieve addirittura di thrash metal, ma che lo stesso presentano una forte vena di melodia, ed altre invece veramente soffuse. Il tutto va al punto abbastanza lentamente e con troppe variazioni che sembrano quasi casuali, risultando purtroppo anche più moscio che altrove, ed il risultato è un brano senza infamia e senza lode, che presenta alcuni buoni passaggi intervallati però da troppi momenti morti. In coda al platter è posta Memorandum, ballata molto delicata e tranquilla, senza alcun elemento metallico e dominata invece dalle chitarre acustiche, che man mano che il tempo passa varia il proprio arpeggio di molto poco, mantenendo più o meno la stessa struttura di base. Degno di nota anche l’assolo di chitarra acustica della seconda metà, a coronazione di una closer track di qualità piuttosto alta, sopra alla media del disco che va a chiudere.
Abbiamo insomma un album sufficiente ma nulla più, che rivela una band competente che però osa con un genere che non è propriamente il suo, fallendo l’esperimento e non riuscendo per questo a realizzare l’obiettivo di sfondare (tant’è che dopo questo disco il gruppo finì in un oblio che dura tutt’ora). Per questo, Empty vi è consigliato solo se siete fan e collezionisti sfegatati del prog metal anni ’90, e volete provare qualcosa di nuovo; se però  siete semplici appassionati di questo genere, spostate il vostro sguardo altrove (magari, perché no, anche sulle uscite precedenti degli H. Kristal)
Voto: 66/100
Mattia
Tracklist:
  1. Brake Your Mind – 05:06
  2. Man – 05:27
  3. A Child – 05:48
  4. Thinking – 06:30
  5. Empty – 05:02
  6. Open Your Eyes – 05:40
  7. I Will Be There – 06:13
  8. Memorandum – 04:12
Durata totale: 43:58

Lineup:
  • Bruno Carretta – voce
  • Corrado Chimello – chitarra
  • Claudio De Pretto – chitarra
  • Moreno Natoldi – basso
  • Giovanni Angiolin – batteria
Genere: progressive metal
Sottogenere: melodic progressive metal

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