Dark Lunacy – The Day of Victory (2014)

2006: esce The Diarist, terzo full lenght in studio dei melodeathsters parmensi Dark Lunacy. Sin da subito, il disco si rivela un successo: le composizioni dalle sonorità russe e dalla qualità assoluta, unito al fascinoso concept che racconta l’assedio nazista della città sovietica di Leningrado durante la seconda guerra mondiale consentono alla band di raccogliere ancor di più dei due album precedenti, facendole guadagnare una posizione di assoluto rilievo in quel (purtroppo) grande calderone di gruppi nostrani quasi snobbati in patria ma amatissimi all’estero. Il gruppo sembrava a quel punto lanciato su una strada in discesa, ma qualcosa all’interno della formazione si stava incrinando: due anni dopo, nel 2008, una delle due colonne portanti del gruppo, il polistrumentista Enomys, decide di andarsene, e di lì a poco la formazione implode. L’altro fondatore dell’ensemble, il cantante Mike Lunacy, non si arrende, però: raccogliendo intorno a se una lineup completamente nuova, resuscita i Dark Lunacy, e nel 2010 pubblica Weaver of Forgotten, altro ambizioso concept che però, pur avendo forti riscontri a livello di vendite lascia i fan un po’ spiazzati: rimpiazzate con una semplice tastiera le sonorità del quartetto d’archi, la vera particolarità del gruppo, ed abbandonate le atmosfere slave, il disco risente dei problemi che ha alle spalle e risulta per questo il punto più basso della carriera del gruppo  a detta di molti fan.
Siamo ormai arrivati ai giorni nostri: il nove maggio di quest’anno arriva nei negozi il quinto album degli emiliani, The Day of Victory, ideale seguito proprio di The Diarist, visto il suo concept sulla resistenza dei sovietici nella seconda guerra mondiale, culminata nella vittoria dei primi avvenuta proprio il nove maggio di sessantanove anni fa. Non è solo il concept, tuttavia, vi è anche un ritorno stilistico alle loro origini, a quel “dramatic death metal” che aveva reso grande il gruppo: il disco consta infatti di un death metal melodico e che oltre al sottofondo di archi  presenta anche le registrazioni originali dei cori dell’Armata Rossa, il che rende il sound ancor più “russo”; il tutto si esprime attraverso otto tracce (più due brevissimi pezzi che fungono da introduzione e da conclusione) decisamente complesse, non tanto nella componente strumentale, che è piena di variazioni ma strutturalmente più lineare di tanti altri gruppi di genere death, quanto in quella dell’atmosfera e delle emozioni sprigionate, che sono estremamente mutevoli e rendono quest’album particolarmente inaccessibile e difficile da assorbire (tanto che questa è una delle recensioni più difficili che mi sia mai capitata di fare).  Prima di cominciare con la disamina, una parola anche per il sound generale: come da norma moderna, la produzione è molto precisa ed accurata, il che però la rende un po’ “di plastica”, anche se il lavoro fatto in studio per migliorarla si sente, ed il disco risulti molto meno freddo di  tante altre release degli ultimi tempi. Un’altra criticità, sempre dello stesso genere, è che si sente la differenza di registrazione tra l’elemento metal (ed anche quello sinfonico) ed i vecchi cori, molto più sporchi e che a volte tendono anche ad essere subissati dagli altri strumenti; il suono può insomma essere visto come l’unico difetto importante di The Day of Victory, anche se alla fine dei giochi esso non incide più di tanto sul risultato finale, come vedremo tra pochissimo.
Le danze cominciano con Dawn of Victory, preludio con inizialmente giusto l’effetto vento, su cui poi appare una solitaria e malinconica fisarmonica. Meno di un minuto in questo modo, poi senza preavviso Red Blocks deflagra potentissima, cominciando sin da subito ad avvolgere l’ascoltatore con le taglientissime e rapide ritmiche, pesanti e di impatto assoluto; nel pezzo c’è posto però anche per il tipico approccio dei Dark Lunacy, sinfonico e d’atmosfera, che si esplica progressivamente man mano che la song va avanti, con l’entrata in scena prima di alcuni lead di chitarra, e quindi con la comparsa dei ritornelli, liberatori ai massimi termini grazie alla potenza dei cori e ai suoni degli archi in sottofondo. Ottimo anche il breakdown della seconda metà della composizione, inizialmente estremamente cadenzato, poi invece molto melodico nonostante le potenti ritmiche ed il growl acuto di Mike Lunacy, il quale conduce questa opener al suo termine, aiutandola a risultare ancor più valida. Il suono di un carillon prelude a Sacred War, canzone inizialmente piuttosto lenta e di forte gusto doom, ma la cui parte principale accelera su un mid tempo che alterna le strofe, più potenti ed incisive, dominate come sono dalle ritmiche di chitarra, ed i bridge che vi si aprono di tanto in tanto, più complessi musicalmente e che introducono i ritornelli, di nuovo corali e con un feeling particolare, rabbioso ma anche in qualche maniera lirico ed emotivamente potente. Questi ultimi risultano la parte migliore in assoluto della composizione insieme alla frazione centrale, simile per intensità e tutta dominata dai cori e dalle sonorità sinfoniche, che a tratti prendono anche il sopravvento mentre gli elementi metallici scompaiono totalmente, generando qualcosa dal mood notevole; il tutto ha inoltre alle spalle un songwriting perfettamente a punto, ed il risultato complessivo non può che essere uno dei migliori episodi del lotto. Un preludio riflessivo e contenuto, nonostante le sonorità comunque metalliche che ben si sposano però con quelle sinfoniche, e poi parte From the Don to the Sea, un brano al contario veloce ed energico, presentando nelle proprie strofe delle chitarre ed una sezione ritmica estremamente nervose e variegate, che lasciano presto spazio alle parti dei bridge e dei ritornelli: quando i primi sono pieni di pathos, i secondi sono addirittura solenni, grazie ai cori ed agli elementi sinfonici che dominano prepotentemente. Ottima anche la lunga e complessa sezione centrale, inizialmente molto potente per poi diventare però più melodica e quasi epica nel suo mood, ben accompagnando le possenti e trionfanti liriche,  prima che la parte principale torni a fare il proprio corso e concluda un’altra song di valore. Arriva ora il turno di The Decemberist: introdotta dai cori russi con tanto di accennato rullo militare in sottofondo, essa si sposta presto su coordinate metal, con l’accoppiata tra momenti più lenti e riflessivi, dominati da bellissimi lead di chitarra, ed altri più movimentati ed heavy, dai riff pieni di groove, anche se stavolta la velocità rimane abbastanza costante attorno alla media del mid-tempo lento. La traccia prosegue a lungo su queste coordinate, lenta ed intimista, presentando un buon numero di variazioni e di particolari musicali (come il ritorno dei cori iniziali o l’apparizione della voce della cantante ospite Caterina Trucchia nel finale) che però non intaccano la robusta falsariga che è la vera forza della canzone, rendendola un’altra tra le più valide dell’album.
Dei suoni di marcia e di musica da parata militare introducono Anthem of the Red Ghost, la quale poi esplode con un rifferama che presenta le armonizzazioni tipiche del melodeath ma le rilegge su un pattern estremamente ritmato e sincopato, pieno di giri e di stoppate, dominante per gran parte della traccia nelle sue diverse incarnazioni per lasciare spazio a qualcosa di più lineare solo nei ritornelli, più rapidi ed ordinari, nonché punteggiati ancora una volta dai suoni sinfonici e dei cori. Se questa parte lascia un po’ spiazzati, quella centrale, che arriva dopo un interludio dominato dalle orchestrazioni, è più apprezzabile, presentando un comparto strumentale più complicato ma anche più incisivo e meno cervellotico, risultando per questo la parte migliore di una canzone che seppur molto particolare, risulta in ogni caso interessante. Con la successiva The Mystic Rail vi è il ritorno a qualcosa di più tradizionale ed anche a livelli altissimi di qualità: abbiamo un pezzo estremamente melodico, nei cui momenti più soffici sono dominati dalle sonorità orchestrali e da un giro armonico di chitarra ricercato che può sembrare quasi un solo, a cui si unisce a tratti la voce della Trucchia; i momenti più duri invece presentano il growl di Mike Lunacy ed i cori oltre ad un riffage piuttosto melodico, ma anche essi sono più di atmosfera che d’impatto, ed il risultato è un brano sì con poca potenza, ma che compensa ampiamente con il proprio feeling, e risulta per questo forse addirittura l’episodio migliore qui dentro. Degni di nota, comunque sia, la parte centrale, l’unica veramente pesante della song ma che non stona col resto, e poi la coda finale, con una chitarra acustica di vago retrogusto blues che si spegne nel suono di quel treno che è al centro delle liriche, il cui viaggio è ricreato perfettamente dal sognante mood generale. Giunge poi Ages of Decay, i cui delicatissimi cori iniziali sono un falso preludio, perché la canzone rispetto alla precedente torna a spingere sull’acceleratore ed a ritmiche di potenza non indifferente, che si esplicano su un tempo particolare, uno skank beat terzinato impostato dall’eccezionale batterista Alessandro Vagnoni nelle strofe, e nei ritornelli meno veloci ma che mantengono più o meno la stessa struttura, con in più solo gli intensi cori a variare; questa si inframezza ad altre parti, a tratti più lente e dalle ritmiche dal forte sapore doom, con un flavour anche più cupo e minaccioso del resto del brano, mentre in altri casi sono rette da suoni orchestrali e dalle chitarre acustiche, rivelandosi emozionalmente più cariche e decisamente particolari. Il complesso è inoltre tutto sommato ben scritto e suonato, ancora una volta, ed il risultato finale è, di nuovo, di caratura piuttosto elevata. Siamo ormai quasi alla fine: introdotta da ritmiche vorticose, Victory esplode quindi con un riff prepotentemente death metal che torna diverse volte nel corso della canzone, intervallandosi, nella formula ormai normale nel disco, con refrain più leggeri ed in cui fanno bella presenza i cori dell’Armata Rossa. Man mano che si prosegue, dall’aggressività iniziale il pezzo progredisce e si fa meno pesante e più intimista, con delle belle melodie di chitarra e delle orchestrazione che appaiono e le ritmiche di chitarra che si spingono in secondo piano, fino ad arrivare al gran finale, in cui i riff, tornati ad incidere, uniti a Lunacy che urla con potenza la parola “vIctory”, si contrappongono alle melodie oblique degli archi, in una dissonanza però molto piacevole e che mette la parola fine all’ennesimo episodio molto buono. Se Victory è la closer track vera e propria, in coda all’album arriva Silent Riot, outro che come l’intro presenta inizialmente una fisarmonica, a cui presto si unisce una dolce chitarra acustica e del cantato lirico in russo, che dopo quasi due minuti danno infine termine al disco nella maniera più suggestiva possibile.
Alla fine dei giochi, The Days of Victory non è un capolavoro, bensì un album onestissimo, suonato col cuore e che seppur presenti qualche difetto è capace di regalare comunque un bel bagaglio di emozioni  se si riesce ad andare oltre i primi ascolti, piuttosto spiazzanti in verità a causa della sua già citata inaccesibilità, e ad entrare veramente nel mood del disco.  Se siete quindi fan del melodeath e non vi danno fastidio incarnazioni più moderne rispetto al solo Gothenburg sound, ma anche se semplicemente vi piace il moderno metal sinfonico, per voi questo disco si rivelerà oro colato, specie in un periodo relativamente di vacche magre come questo per il genere: procuratevelo in qualche modo e non ve ne pentirete!
Voto: 81/100

Mattia

Tracklist:

  1. Dawn of Victory – 00:52
  2. Red Blocks – 04:05 
  3. Sacred War – 05:32 
  4. From the Don to the Sea – 05:00 
  5. The Decemberists – 04:27 
  6. Anthem of Red Ghosts – 04:28 
  7. The Mystic Rail – 04:34 
  8. Ages of Decay – 04:47 
  9. Victory – 04:19 
  10. Silent Riot – 01:40
Durata totale: 39:44
Lineup:
  • Mike Lunacy – voce
  • Daniele Galassi – chitarre
  • Jacopo Rossi – basso
  • Alessandro Vagnoni – batteria
  • Giuseppe Cardamone – archi (guest)
Genere: symphonic death metal
Sottogenere: melodic death metal

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