Embersland – Sunrise (2013)

In passato non ho mai mancato di rimarcare di come il power metal nell’ultimo decennio si sia decisamente appiattito, con la comparsa di decine di gruppi con poco o nulla da dire, e che ormai producono dischi pieni di cliché, i quali a volte riescono ad essere anche ottimi per la bravura dei musicisti, ma più spesso sono troppo banali e non riescono a lasciare niente a chi ascolta. Eppure, in anni recentissimi qualcosa sta accadendo all’interno del genere: dopo tanti anni di calma piatta a livello di evoluzione, il genere sta finalmente cercando di tornare a muoversi ed a trovare qualche soluzione che sia almeno originale, se non proprio innovativa. Uno dei gruppi artefici di questa rinascita, nonché quello che mi ha aiutato a rendermi conto dell’esistenza di quest’ultima, sono gli spagnoli Embersland: quando mi hanno presentato personalmente il loro esordio Sunrise (il che li rende tra l’altro anche i primi “ospiti internazionali” di Heavy Metal Heaven) come power metal, mi sarei aspettato il solito disco pieno di barocchismi e di stereotipi del genere. La proposta dell’ensemble mi ha invece stupito: essi si propongono difatti in un power metal molto oscuro e darkeggiante, grazie anche a delle chitarre ritmiche ribassate e dal suono molto particolare, che sfora spesso nel gothic metal, anche se molto lontano dalla tradizione dell’unione tra i due generi, visto che le tipiche voci femminili sono sostituite dalla voce baritonale e profonda di Guillermo “Will” Sarmiento, spesso doppiata dal controcanto del chitarrista Xavi Cao a generare un effetto peculiare, un altro degli elementi originali del gruppo; altro spunto di personalità sono le tastiere particolari, a tratti sinfoniche di Luana Cuenca, più un tappeto che uno strumento sempre virtuoso, e che rendono la proposta del gruppo meno ridondante e più efficace dal punto di vista del mood. Prima di cominciare con la recensione vera e propria, una parola anche per il suono generale del gruppo: è tanto pulita ed accurata quanto lontana da quelle plasticose e bombastiche della norma moderna, il che è un altro assoluto punto di forza per il disco e lo valorizza ancor di più di quanto non sarebbe stato altrimenti.

Senza alcuna introduzione, la opener Why si avvia subito col suo riff principale, potente ed accompagnato da tastiere massicce, per poi andare immediatamente al sodo con le strofe, più soffuse e col tandem vocale Sarmiento/Cao che si appoggia a tratti su momenti più metallici, altre volte su parti senza elettricità, decisamente riflessive. Questa struttura confluisce poi nel bridge, momento più aggressivo della canzone col growl acuto e da melodeath di Sarmiento che domina su una parte energica, la quale a sua volta lascia spazio ai catturanti ritornelli, cupi ma anche, in qualche modo, dal feeling speranzoso, e che risultano per questo il punto di forza principale della song; ottima anche la parte centrale, quasi totalmente lenta e soffice (se si esclude il bel assolo di Jaime “Jimmy” Sánchez al centro), un momento intimista e quasi caldo che spezza brevemente l’oscurità del brano prima che la parte principale torni a fare il suo corso e concluda un’opener di qualità assoluta, nonché perfetta bandiera del sound degli Embersland. Un breve intro che presenta dei giri chitarre stoppate (che torneranno poi nelle solenni strofe), quindi il riff portante di In Vain fa la sua entrata in scena, ossessivo, dannatamente potente e buio come la notte; da qui il pezzo procede con una forma-canzone piuttosto tradizionale, ma che si rivela comunque estremamente coinvolgente in ogni momento, grazie ad un songwriting eccelso che raggiunge il suo picco nell’accoppiata bridge/chorus,dissonanti e con una intensissima tristezza gotica, meravigliosamente efficaci pur nella loro relativa semplicità. Non si può poi non citare la parte centrale, che spegnendosi in un pezzo dominato dagli effetti e dalla chitarra acustica, a cui subentra la sezione ritmica e poi il ritorno delle chitarre metal, crea uno stacco che dipartendosi dalla tragicità solenne del resto presenta invece una malinconia potente ed incisiva, rendendo la canzone ancor migliore di quanto non sarebbe altrimenti, proiettandola tra i migliori brani in assoluto del platter. Arriva ora il turno di Kidnapping, episodio che inizialmente presenta  un oscuro arpeggio di chitarra, su cui appaiono poi degli effetti e la profondissima voce di Sarmiento; sembra che si debba proseguire a lungo su queste coordinate quando invece il tutto esplode in un monolitico episodio dal retrogusto addirittura death metal, impressione causata dalle ritmiche ancor più energiche che altrove e dal growl che duetta con la voce pulita; questa frazione ci conduce ai ritornelli, melodiosissimi e corali, che evocano un’intensa nostalgia e riportano per questo alla mente con prepotenza il power metal nordico. La composizione vive tutta nell’alternanza tra queste tre parti, con giusto qualche variazione, e fila liscio e rapido verso la sua conclusione, tanto che alla fine sembra durare meno dei suoi oltre quattro minuti e mezzo, rivelandosi anche per questo un altro pezzo da novanta. Dopo questo tris vincente, arriva Fight for My Dream, canzone più classicamente power metal per colpa del riffage piuttosto tipico con tanto di lead posti al di sopra, seppur le venature gothic siano ancora ben presenti;  queste caratteristiche si esplicano su di un rapido tempo medio lineare ma con diverse variazioni, che parte dalle strofe ancora piuttosto darkeggianti per poi esplodere nei particolarissimi ritornelli corali, meno oscuri e quasi speranzosi nel loro mood pur presentando dei growls in sottofondo, i quali si stampano in mente subito per non uscirne più. Degna di essere citata la parte centrale, che passa da parti potenti con i vocalizzi harsh di Sarmiento a momenti in cui è la melodia a farla da padrona, e da un bell’assolo vorticoso  ed avvolgente ad un momento soffuso e dominato dai suoni del pianoforte, a coronamento di un episodio forse inferiore a quelli che ha intorno, ma comunque di qualità decisamente ottima.
Un  intro sintetizzato prelude a Memories, altro brano piuttosto power-oriented che ha dalla sua un ottimo riffage, complesso e ben scritto, ed una struttura non troppo intricata ma che comunque presenta anche più variazioni che in passato, generando così un’alternanza tra diversi tipi di feeling, da una quasi serenità al buio e alla tristezza, anche se quello dominante è una forte malinconia, presente quasi ovunque seppur sul fondale, per poi esplodere esplicitamente nei bellissimi ritornelli, armoniosi e sognanti. Notabile ancora una volta la sezione posta al centro, questa volta breve e dominata per la prima metà tutta dalla fantasia di tastiere della Cuenca, e per la seconda dal vortice di note della chitarra solista di Sánchez, nuovamente un valore aggiunto per un’altra canzone di qualità assoluta. Introdotta dal suono di un organo, la successiva Sadness presto prende coordinate più tipiche per la band: abbiamo un rapido pezzo che si divide tra le strofe movimentate ma piuttosto melodiche che poi si appesantiscono, con l’apparizione del bridge, cadenzato e che evoca un mood d’attesa, e quindi del ritornello, ancora una volta efficace ai massimi termini, con la sua melodia catchy ma anche importante dal punto di vista emozionale. Ottimo in questo frangente anche il songwriting, come sempre estremamente competente e che sa quando dosare riff e lead e quando invece rallentare per curare di più l’atmosfera, come accade nella morbidissima parte centrale; notabile anche il testo, piuttosto triste ma mai banale, bensì intimo e profondo, il quale contribuisce alla buona riuscita dell’ennesimo ottimo episodio del lotto. Siamo al lento di rito, anche se forse non si può proprio parlare di ballad: When è infatti un pezzo che seppur dominato a tratti dalle chitarre acustiche  e dal tappeto di tastiere, presenta anche momenti più tesi, che per alcuni tratti accelerano anche dal lento mid-tempo a cui la canzone procede altrimenti: esempio di ciò sono i refrain, ancora una volta oscuri ma anche liberatori in qualche modo. Il tutto è arricchito, inoltre, dalle ottime prestazioni della band, in special modo dalle melodie bellissime delle chitarre del duo Sánchez/Cao e dalle tastiere sinfoniche della Cuenca, il cui lavoro di sottofondo è indispensabile alla buona riuscita della song.  L’entrata in scena scoppiettante della sezione ritmica è il perfetto preludio per la successiva It’s Not the Way, brano che si conferma ritmatissimo e dal retrogusto quasi funk, ma che nonostante questo non risulta inadatto o fastidioso, potendo comunque contare su buone ritmiche di chitarra e sulla solita alternanza tra growls e vocalizzi “clean”. La traccia si indirizza poi su binari molto più power metal, in una progressione che unisce tra loro diverse parti in un incastro perfetto, il quale genera un crescendo di emozioni che trova la sua apoteosi nei chorus, i quali ripresentano il duetto tra voci harsh e pulite e risultano meravigliosi; fantastica è anche la parte centrale, senza rifferama e dominata per metà da due lenti assoli dal retrogusto quasi blues, prima della chitarra e poi dalla tastiera, a generare una potentissima tensione sentimentale prima che si riprenda anche con più intensità e si vada a concludere uno dei brani migliori della tracklist. Un lungo intro di atmosfera, dominato inizialmente solo dal suono del vento e del pianoforte, su cui poi giungono cori, chitarre e sezione ritmica, è il preludio alla conclusiva Sunrise (Part I), brano che poi si sposta su coordinate più elettriche all’improvviso con l’apparizione del tagliente rifferama. Inizia qui una progressione che alterna parti anche molto diverse tra loro per ritmo per pesantezza, mantenendo però un’atmosfera anche più cupa del solito. Gran parte di questi momenti sono di valore assoluto ed alcuni anche di più, il songwriting è sempre di alto livello in ogni passaggio ed in ogni melodia, ma alla canzone manca forse un po’ del dinamismo e dell’organicità che aveva contraddistinto praticamente tutte le altre, ed il risultato è una corta suite che seppur anche più che discreta è comunque il pezzo di caratura minore nell’album, pur comunque non riuscendo certo a rovinarlo minimamente.
Questo Sunrise è insomma un piccolo gioiellino, estremamente originale e che seppur magari non sia al livello dei più grandi capolavori del genere, si trova solo poco più in basso. Con questo esordio, gli Embersland ci dimostrano che il power metal non è morto, ma anzi che può ancora dire molto se si ha voglia di cercare un proprio sentiero personale, invece di adagiarsi sui soliti stereotipi ormai triti e ritriti: per questo, se siete fan del genere, questo è un disco che dovrete assolutamente recuperare, se non altro perché, se c’è un po’ di meritocrazia nel metal, questi ragazzi in futuro arriveranno veramente in alto: non vorrete quindi certo perdervi il merito di poter dire “io li ho scoperti per primo”, no?

Voto: 92/100
Mattia
Tracklist:
  1. Why – 05:01
  2. In Vain – 05:20
  3. Kidnapping – 04:37
  4. Figth for My Dream – 04:57
  5. Memories – 05:05
  6. Sadness – 05:07
  7. When – 05:47
  8. It’s Not the Way – 05:24
  9. Sunrise (Part I) – 08:24
Durata totale: 49:42
Lineup:
  • Guillermo “Will” Sarmiento – voce
  • Xavi Cao – chitarra ritmica e voce
  • Jaime “Jimmy” Sánchez – chitarra solista
  • Luana Cuenca – tastiere
  • Víctor Cao – basso
  • Damián García – batteria
Genere: power/gothic metal
Sottogenere: dark power metal

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