Oltretomba – The Death – Schieràti con la Morte (2014)

Per chi ha fretta:
I teatini Oltretomba si autodefiniscono “retrograde metal”: un’etichetta efficace, come dimostra il loro esordio The Death – Schieràti con la Morte (2014). Il loro stile è un black metal ispirato ai gruppi della prima ondata più che alla scena norvegese degli anni novanta, con in più influenze hardcore punk, un connubio non innovativo ma personale. Dall’altro lato però il gruppo abruzzese pecca nella registrazione: è piena di imprecisioni, il che da un lato gli dà un certo fascino, ma dall’altro limita la resa possibile del gruppo. In più, è presente anche una scaletta un po’ ondivaga, con qualche punto morto ma anche grandi pezzi come The Altar of Succubus, Ashes to Dust Lustful Skin e Cult of the Shadows. Sommando pregi e difetti, The Death – Schieràti con la Morte è un buonissimo album, adatto a tutti i fan del black metal più grezzo e ignorante.

La recensione completa:
A mio avviso, in ambito musicale l’innovazione merita sempre un encomio, in un modo o nell’altro; tuttavia, essa non è necessaria né tantomeno sufficiente per la creazione un prodotto di qualità. Mi è già capitato, difatti, di ascoltare gruppi che cercano vie radicalmente nuove, lodevoli per il coraggio dimostrato ma che dal punto di vista musicale falliscono totalmente l’obiettivo di registrare qualcosa di buono;  dall’altra parte, ben di più sono i gruppi che pur senza apportare alcuna evoluzione al proprio genere di appartenenza, riescono comunque, con personalità ed abilità, a creare lavori di valore. E’ questo il caso della band di cui parliamo oggi, il trio black metal teatino Oltretomba: fieramente ancorati al passato del loro genere tanto da definire il proprio genere “retrogarde metal” in opposizione totale alle branche più avanguardistiche del metal estremo, nel loro esordioThe Death – Schieràti con la Morte si propongono infatti in un black metal primigenio, più ferale e selvaggio che teso alla creazione di un feeling oscuro,  le cui influenze si rifanno, più che alla scena norvegese anni ’90, alle incarnazioni ottantiane del genere quali Bathory, Hellhammer ed anche dei primissimi Mayhem, quelli di Deathcrush per intenderci, anche se coniugate in una direzione meno thrash metal; in più gli abruzzesi ci mettono delle discrete influenze hardcore punk ed alcune strutture meno “da forma canzone” e più intricate, ed il risultato è uno stile d’impatto che non innova nulla, ma è comunque piuttosto personale e non risulta certo la semplice e banale ripetizione dei cliché del genere. Prima di cominciare, una parola anche per la produzione: l’album è stato realizzato in sessioni singole senza sovraincisioni e si sente, con le tante imprecisioni (anche a livello tecnico) ed il sound secco ed immediato che se da una parte rende il tutto ancor più fascinoso e soprattutto realistico (in effetti mancano solo i suoni del pubblico perché sembri a tutti gli effetti un live album), dall’altra forse però rende il sound generale meno incisivo; credo per questo che una registrazione più precisa, seppur altrettanto grezza e lo-fi, sarebbe stata migliore al fine della buona riuscita del disco.

L’intro di rito, Descending the Crypt, non è altro che un minuto e mezzo di intro di suoni ambientali e di qualche sparso effetto sintetico, niente di più che uno strano preludio che ci conduce inesorabili verso la opener vera e propria. Questa, dal titolo Crash the Disincarnated, comincia con una rullata sui timpani del batterista Falco, a cui segue l’entrata in scena delle chitarre e della voce, per una parte iniziale piuttosto caotica che presto confluisce nella parte principale della canzone, la quale si configura come un particolare mid tempo dal feeling malvagio ed arcigno con un riffage non devastante ma comunque piuttosto tagliente. Nella sua seconda metà, la song spinge inoltre il piede sull’acceleratore ed ingloba anche qualche venatura thrash, senza però riuscire ad incidere troppo; la frazione che giunge successivamente, invece, più contenuta ritmicamente ma anche più malvagia, è invece più apprezzabile, forse il momento migliore di una traccia che seppur non malaccio è comunque col senno di poi la peggiore dell’intero disco, e per questo forse è poco adatta per essere la opener. Con la successiva The Altar of Succubus è tutta un’altra storia: abbiamo una traccia che si avvia subito in blast beat e continua rapida e ferale per buona parte della sua durata, rallentando solo per quelli che si possono considerare i “ritornelli”, i quali comunque presentano un gran bel feeling truce. Punto di forza assoluto della canzone è il riffage impostato da L.D., estremamente efficace in ogni singolo passaggio e dall’impatto esplosivo; non si può non menzionare anche la parte finale, che spezza la struttura del brano  per abbracciare un solido mid-tempo dalle vaghe reminiscenze addirittura doom, una parte ancor più lugubre del resto che va a concludere uno dei pezzi migliori del disco. Anche Damnation Forth parte a velocità massima e con un riffage puramente black metal, ma poi si indirizza su binari differenti: il corpo della composizione è infatti costituito da un riff “a motosega” che si muove però di nuovo su un tempo medio-alto, ma riesce nonostante ciò a risultare molto aggressivo ed incisivo, grazie anche al feroce scream di L.D. ed alle maschie melodie che compaiono di tanto in tanto. Ancora una volta, inoltre, la seconda metà della canzone varia rispetto alla prima, accelerando e presentandosi piuttosto “ignorante” nella propria aggressione intervallata solo ogni tanto da qualche stacco, tra i quali sono da segnalare la breve frazione in cui Cochise suona il suo distorto basso in solitaria, e quella finale in cui si ripete brevemente il titolo, ancor più rabbiosa delle altre, a sigillo di un altro pezzo di qualità. Giunge ora Ashes to Dust,  brano molto vario dal punto di vista ritmico, ma il cui rifferama è piuttosto omogeneo, e mantiene la sua forte identità anche nel seguire il lavoro della batteria e nell’attraversare i vari cambiamenti tra parti meno pesanti e più “contenute” e quelle invece più energiche e vorticanti. Il tutto è inoltre caratterizzato da un songwriting vario e decisamente competente, che sa bene quando dosare tutte le varie piccole parti di cui la canzone è composta, ed il risultato è una scheggia oscura ed impazzita di meno di tre minuti e mezzo che risulta però egualmente tra gli episodi migliori.  E’ ora il turno di Silence… People Are Dying!, la quale comincia con un blast su cui si posa un riff circolare, per poi spostarsi su uno skank beat su cui si adagiano potenti ritmiche dal forte retrogusto punkeggiante; questa parte prosegue per tutte le strofe, mentre i refrain tornano al blast e presentano un flavour più maligno, in un alternanza che funziona decisamente bene; la parte migliore è però quella centrale, nera come la notte grazie al tempo più lento, ai profondi scream di L.D. e agli effetti di chitarra che trovano spazio in sottofondo, preludio ad un assolo sguaiato e quindi alla ripresa della parte principale, più cadenzata ed energica della precedente, che mette fine ad un altro episodio di qualità.
Il suono di una persona che beve, e poi deflagra la rabbiosa Lustful Skin, canzone già uscita come singolo per anticipare l’album e non per caso: abbiamo difatti un episodio che può contare su un rifferama tagliente ed estremamente incisivo in ogni sua parte, il quale genera un’atmosfera dannatamente nera e feroce, coinvolgente ai massimi termini, il tutto valorizzato dall’eccezionale songwriting qui presente, impeccabile in ogni passaggio, stacco o ogni cambio di ritmo. Tutto in effetti funziona a meraviglia nel pezzo, dalla parte iniziale di puro impatto alla seconda, più lenta e di retrogusto ancora una volta punk, anche a causa del d-beat impostato da Falco; il risultato di ciò è una traccia tutto sommato semplice ma geniale, perfetta, la migliore in assoluto del disco, una piccola ma rifulgente gemma nera assolutamente da ascoltare. Dopo un pezzo del genere è difficile non sfigurare, ma la band ci riesce con To Turn a Storm Against God, canzone inizialmente cadenzata e malvagia che attraversa poi frazioni più rozzamente aggressive, considerabili come i ritornelli, in cui la componente punk è chiaramente avvertibile, ed altri momenti più estremi ed in cui dominano i cattivissimi vocalizzi di L.D.; questa alternanza va avanti per tutta la parte iniziale con diverse variazioni, per confluire in una breve frazione centrale, quasi del tutto strumentale e più lenta nel ritmo, che prelude alla seconda metà, più classicamente “norwegian black metal” con il suo blast beat ossessivo ed il suo riffage  a zanzara, a chiudere in bellezza una song decisamente buona. Un riff dissonante e che si muove in maniera quasi oblique rispetto al ritmo impostato da Falco è il preludio a Cult of the Shadows un altro pezzo non troppo veloce e che fa del becerume il suo punto di forza: strutturalmente abbiamo un ottimo riff che si propaga a lungo, piuttosto pesante ed efficace, e si interrompe solo per qualche momento, di norma breve, oscuro e più di atmosfera, dominato da una semplice chitarra in lead. Sembra che questa struttura debba andare avanti a lungo quando invece il brano si interrompe con un nuovo stacco, i cui temi stavolta sono ripresi in una breve parte macabra e dal feeling malato; la falsariga del pezzo quindi si riprende, ma è solo un attimo, perché poi il riffage iniziale torna a colpire, ancor più brutale e coinvolgente che prima, accompagnato dal cavernoso scream di L.D.; questa sezione sembra portare la canzone fino alla fine, se non fosse che subito dopo la traccia deflagra partendo su velocità estreme, per giusto una sfuriata di poche decine di secondi ma esaltante, come è del resto l’episodio su cui mette la parola fine. L’intro della seguente No Future è costituito da un riff arcigno che poi si riprende anche in seguito per le strofe, sostenute dal blast beat e che presentano la medesima ferocia; i chorus sono invece più aperti, sia come velocità che come atmosfera, la quale è meno opprimente e più “solare”, per quanto questo termine è da prendere con le pinze, vista la carica lugubre che domina comunque tutta la song. Buona anche la seconda metà del pezzo, più varia e bizzarra visto anche il particolare assolo, quasi scherzoso, che ospita, seguito da una parte che però recupera appieno il mood malvagio imperante per poi portare a conclusione un brano qualitativamente inferiore ai migliori del disco, ma comunque decisamente godibile. Siamo ormai in dirittura d’arrivo: la closer track They Are Coming inizia con una parte piuttosto ossessiva e rumorosa che lascia presto spazio ad un pezzo non troppo veloce e che presenta un riffage decisamente thrash-oriented; queste due parti si alternano alcune volte nell’ambito della struttura, intervallate da qualche rapido stacco vuoto, con praticamente solo il rumore del vento in sottofondo, occupando gran parte della canzone, per lasciar spazio solo al finale. Introdotto dal rauco salmodiare di L.D., questa parte è più rapida e presenta qualche influenza punk in più, e fa il suo corso rapidamente per poi lasciar spazio ad una coda di effetti e strani battiti, vero finale dell’album.
Tirando le somme, abbiamo un esordio di qualità molto buona, forse ancora un po’ acerbo ma che comunque mette in mostra una band con ottime potenzialità, che in futuro potrà produrre qualcosa di anche molto migliore. Ovviamente, se poi nel black metal cercate la finezza e le atmosfere profonde dei gruppi più ricercati usciti negli ultimi, questo disco proprio non fa proprio per voi; se tuttavia amate anche (o ancor meglio soltanto) il genere nella sua incarnazione più grezza e primitiva, allora The Death è proprio l’album che fa per voi: procuratevelo, e vi donerà ore ed ore di ignorante ed oscuro divertimento.

Voto: 78/100
Mattia
Tracklist:
  1. Descending the Crypt (intro) – 01:26 
  2. Crash the Disincarnated – 04:43 
  3. The Altar of Succubus – 03:35 
  4. Damnation Forth – 04:40 
  5. Ashes to Dust – 03:25 
  6. Silence… People Are Dying! – 04:01 
  7. Lustful Skin – 04:17 
  8. To Turn a Storm Against God – 03:44 
  9. Cult of the Shadows – 05:02 
  10. No Future – 03:19 
  11. They Are Coming – 03:46
Durata totale: 41:58
Lineup:
  • L.D. – voce e chitarre
  • Cochise – basso
  • Falco – batteria 
Genere: black metal
Sottogenere: punk black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Oltretomba

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